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Le peggiori gaffe della Boldrini – I bambini terremotati in vacanza

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La presidenta più odiata dagli italiani ha commesso nei suoi troppo lunghi anni di insediamento ha sparato perle di “insaggezza” molto interessanti.

In molte occasioni sono stati accusati i cinque stelle per questo tipo di cose ma in realtà è proprio lei ad essere molto peggio di loro.

La medaglia di bronzo viene vinta da un’affermazione del 28/6/17 quando ha dichiarato apertamente che i papà non sono parte in causa del concepimento. Per favore qualcuno spieghi a Laura come si fanno i figli.

“Come dice? Il papà e non è parte in causa in questo caso. Scusate, la bambina è stata fatta da Celeste Costantino, è nostra collega e noi ci rivolgiamo a lei, essenzialmente a lei”

La medaglia d’argento va invece ad un’affermazione del 29/7/13, nella quale si dichiarava apertamente interessata a diminuire le spese della camera, di fatto poi aumentandole del 5% ulteriormente.

Di sicuro la medaglia d’oro la vince quando trovandosi il 3/11/17 presso dei bambini senza dimora, in pieno centro Italia, dichiara ai bambini che vivono nelle tende “Adesso è come se siete in vacanza..”.

Non volendo contestare l’italiano, sconosciuto alla Boldrini, vi rendete conto dell’iniquità di questa affermazione?

Fermate la Boldrini, vi prego…

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Cultura

Il manifesto del futurismo

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1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.

5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6, Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il «Futurismo», perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii.

Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl’innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.

Musei: cimiteri!… Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. Musei: dormitori pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi macelli di pittori e scultori che varino trucidandosi ferocemente a colpi di colori e di linee, lungo le pareti contese!

Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all’anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti… ve lo concedo. Che una volta all’anno sia deposto un omaggio di fiori davanti alla Gioconda, ve lo concedo… Ma non ammetto che si conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine. Perché volersi avvelenare? Perché volere imputridire?

E che mai si può vedere, in un vecchio quadro, se non la faticosa contorsione dell’artista, che si sforzò di infrangere le insuperabili barriere opposte al desiderio di esprimere interamente il suo sogno?… Ammirare un quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in un’urna funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di creazione e di azione.

Volete dunque sprecare tutte le forze migliori, in questa eterna ed inutile ammirazione del passato, da cui uscite fatalmente esausti, diminuiti e calpesti?

In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi, registri di slanci troncati! …) è, per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gl’infermi, pei prigionieri, sia pure: – l’ammirabile passato è forse un balsamo ai loro mali, poiché per essi l’avvenire è sbarrato… Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!

E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!… Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!… Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!… Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà le città venerate!

I più anziani fra noi, hanno trent’anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo!

Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe delle biblioteche.

Ma noi non saremo là… Essi ci troveranno alfine – una notte d’inverno – in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona, e ci vedranno accoccolati accanto ai nostri aeroplani trepidanti e nell’atto di scaldarci le mani al fuocherello meschino che daranno i nostri libri d’oggi fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini.

Essi tumultueranno intorno a noi, ansando per angoscia e per dispetto, e tutti, esasperati dal nostro superbo, instancabile ardire, si avventeranno per ucciderci, spinti da un odio tanto più implacabile inquantoché i loro cuori saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi.

La forte e sana Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi. – L’arte, infatti, non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia.

I più anziani fra noi hanno trent’anni: eppure, noi abbiamo già sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d’audacia, d’astuzia e di rude volontà; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato… Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!… Ve ne stupite?… E logico, poiché voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti sulla cima delmondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!

Ci opponete delle obiezioni?… Basta! Basta! Le conosciamo… Abbiamo capito!… La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri. – Forse!… Sia pure!… Ma che importa? Non vogliamo intendere!… Guai a chi ci ripeterà queste parole infami!…

Alzare la testa!…

Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!…

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Cultura

Soffitta di Ezra Pound

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Vieni, compiangiamoli quelli che stanno meglio di noi.

Vieni, amica, e ricorda

che i ricchi han maggiordomi e non amici,

E noi abbiamo amici e non maggiordomi.

Vieni, compiangiamo gli sposati e i non sposati.

L’aurora entra a passettini

come una dorata Pavlova,

E io son presso al mio desiderio.

Ne ha la vita in sé qualcosa di migliore

Che quest’ora di chiara freschezza,

l’ora di svegliarsi in amore.

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Cultura

Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber

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Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà, … La mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa,
la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima (prima, prima…) era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano…
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona…
Qualcuno era comunista perché era ricco, ma amava il popolo…
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era così affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione?… oggi, no. Domani, forse. Ma dopodomani, sicuramente!
Qualcuno era comunista perché… “la borghesia il proletariato la lotta di classe, cazzo!”…
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI3.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto!
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini…
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo Secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sè la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il Grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il Grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d’Europa!
Qualcuno era comunista perché lo Stato, peggio che da noi, solo l’Uganda…
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera!…
Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista!
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia!
Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una.
Da una parte la personale fatica quotidiana,
e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo,
per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti.
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare,
come dei gabbiani ipotetici.

E ora?
Anche ora ci si sente in due: da una parte l’uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana,
e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo.
Perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo

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CronacaCultura

Sorpresa Napoli: più sicura delle città del nord!

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Oltre 7500 reati denunciati ogni giorno in Italia. Ma ciò nonostante si è registrato un arretramento delle denunce nel 2015. Un quadro abbastanza positivo quello che viene fuori dalle statistiche provinciali e regionali fornite al Sole 24 Ore dal ministero dell’Interno, dipartimento della Pubblica Sicurezza sui crimini.

Emerge, inoltre, un altro dato: che c’è una “specializzazione” geografica e sociale dei reati lungo lo stivale. Questi i dati elaborati da Andrea Gianotti.

Nella classifica delle province più delittuose, cioè dove si commettono più reati ogni 100.000 abitanti, al primo posto c’è Rimini, seguita da Milano, Bologna, Torino e Roma. Napoli figura solo al 30esimo posto e Caserta al 65esimo. Questi dati includono reati tutti i tipi di reati: furti, estorsioni, rapine, riciclaggio, truffe e frodi informatiche.

Per quanto riguarda le regioni è l’Emilia Romagna quella a registrare più crimini, seguita da Liguria e Lazio, mentre la Campania risulta all’ottavo posto, che rispetto alla precedente classifica ha un 1,29 % in più.

La Classifica, ovviamente, include dati relativi alle denunce e quindi non può considerare le percentuali di crimini effettivamente commessi. Se confrontiamoNapoli con due grandi città come Roma e Milano, vediamo che i reati denunciati sono stati 4.397 ogni 100.000 abitanti contro i 5.950 di Roma e i 7.636 di Milano. Ma non è detto che siano stati effettivamente di meno. Quello che balza agli occhi è che nel capoluogo campano i furti con destrezza (specie di raggiri) sono molti di meno rispetto a Roma e Milano, mentre sono maggiori i furti di automobili e gli scippi.

Nel 2015, il totale dei delitti denunciati è diminuito del 4,5% e la diminuzione delle denunce interessa quasi tutte i tipi di reati. I furti totali sono calati del 7% e i borseggi scendono a 173mila (-3,6%); frequenti invece sono i furti d’auto, sotto i 115mila casi (-4,6%), diminuite del 10% le rapine (35mila) e gli omicidi volontari 469 (nonostante la piaga del femminicidio).

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“MI UCCIDO APPENA”: DUE CHIACCHERE IN VERSI INSIEME AL POETA ALESSANDRO OLIVIERO

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di Rosa Meola

 

Non c’è niente di cui non si possa parlare davanti ad un buon caffè, soprattutto d’amore e di poesia.
È questa la cornice della mia chiacchierata con Alessandro Oliviero, giovane poeta originario di Santa Maria Capua Vetere ma che usa il mondo come patria che lo accoglie, lo ospita e lo ispira nel suo percorso di vita e scrittura.
Alessandro si racconta come poeta e come persona, quella che vive, sente e soffre le pene d’amore espresse nei suoi versi.
Dice di scrivere per divertimento, per se stesso, per curiosità. Quella di vedere cosa succede una volta messi su carta pensieri, emozioni e sensazioni. Quella che lo porta ad osservare, rintanato in un angolino del foglio in cui si susseguono i versi, l’effetto che le sue parole hanno sul pubblico.
Una specie di voyerismo metaforico che lo spinge a scrivere e ad aspettare gli effetti della poesia su di sé e sugli altri.
Sono questi i motivi principali che hanno spinto Alessandro a pubblicare la sua prima raccolta di poesie dal titolo: “Mi uccido appena.”
La raccolta all’inizio si chiamava: “Mi ucciderò appena finito di scrivere questo libro.” Un titolo che sapeva di richiamo all’attenzione più che di promessa vera e propria, anche se – lo stesso Alessandro- ammette che i più ottimisti hanno forse creduto e sperato davvero nel gesto estremo.
È stato poi l’editore, “Kammer Edizioni” di Bologna, a proporre il titolo al presente indicativo, tagliandone una parte e proponendo il più enigmatico “Mi uccido appena”.
Le poesie risalgono a periodi diversi della vita del poeta, per lo più alla fase adolescenziale – quella dei primi amori, struggenti, totalizzanti e malinconici – nonché all’adolescenza della poesia, quella fatta di esplorazione di rime, figure retoriche e giochi verbali.
Le poesie in origine erano solo le prime 15 del libro, scritte tutte tra il 2009 e il 2010; solo poi è sorto il desiderio di produrre un libro vero e proprio, selezionando dalle poesie vecchie scritte tra il 2005 e il 2008, alcune più vecchie del 2003.
“Il mio output poetico deriva da input di eventi tragici, malinconie, tristezze varie. Perciò quello che scrivo lo considero poesia solo da un punto di vista tecnico, nel senso che è in versi. Non faccio ricerche sulle figure retoriche, sui versi o sulle parole giuste da usare. Scrivo come esce. Se esce bene… lo tengo. Altrimenti lo butto. Quindi non sono mai veramente giunto alla poesia, è una produzione artistica involontaria, un po’ come andare al bagno”: così descrive Alessandro la sua produzione in versi.
Una raccolta il cui nodo cruciale è l’assenza di un vero filo logico, di un legame prestabilito tra i pensieri, che è poi lo stesso lettore a creare, così da sentire anche parte di sé dentro quelle righe.
“Cosa ti ha spinto a rendere pubblica una parte di te così intima e privata?” – gli chiedo.
“Non avevo mai provato a pubblicare una raccolta, ma a un certo punto della mia vita ho deciso che prima di morire avrei dovuto pubblicare tutto ciò che ho scritto – e che sia degno di essere dato alle stampe – e così ho cominciato a proporre i miei scritti alle case editrici”.
Sembrerebbe tutto così facile e spontaneo, eppure entrare nelle grazie degli editori non è una facile impresa e Alessandro lo sa bene. Racconta di quanto sia stato difficile trovare un editore, specialmente uno che faccia filtro e che preservi dal rischio di “farti trovare nella stessa collana con un libro di poesie dedicate alla primavera e agli uccellini che cinguettano”. Immagini abbastanza lontane da quelle della sua raccolta.

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Il tema del libro è, a prima vista, l’amore tragico, a volte anche un po’ cinico. Eppure c’è qualcosa tra le righe, un anelito di speranza, un moto di dolcezza, che si insinua anche nei versi più crudi e spietati. Una tenerezza verso l’autore, verso l’amore e verso se stessi, qualunque cosa accada.
Non ci sono particolari differenze tra le poesie private, scritte anni or sono nella stanza dell’adolescente, e quelle pubblicate nella raccolta. Ma come vive, dunque, il poeta di oggi l’amore di ieri? Come riesce ad integrare queste due sue immagini di sé?
Alessandro dice di essere sempre lo stesso, e diverso allo stesso tempo. Vivere l’amore in quel modo non gli è più possibile, c’è un’età per ogni cosa e un tempo che non può tornare, ma che è sempre dolce ricordare.
Eppure, a quanto pare, il giovane poeta ha avuto il tempo di scrivere, ancora.
Sull’onda del successo di questa prima raccolta, c’è in programma anche la pubblicazione di un nuovo lavoro, sul quale però non si pronuncia ancora.
Che sia un prosieguo di una storia già narrata, un nuovo amore, un nuovo stile o un nuovo poeta, cresciuto e cambiato, non ci è dato sapere.
Ci auguriamo, però, che l’attesa duri poco e che Alessandro sopravviva ancora una volta al suo stesso genio creativo, senza “ucciderlo appena”.

 

Per info sull’autore visitare il sito:
http://www.kammeredizioni.net/presentazioni/miuccidoappenaoliviero.html

Per info sulla raccolta di poesie “Mi uccido appena” visitare il sito:
https://www.amazon.it/Mi-uccido-appena-Alessandro-Oliviero/dp/8899733007

 

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Cultura

Charlie Hebdo, quanto fa schifo?

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Oggi abbiamo ricevuto due bruttissime vignette da parte del giornale “sarcastico” CH.

Charlie Hebdo[1] è un periodico settimanale satirico francese dallo spirito caustico e irriverente.

L’azione di critica è rivolta in primis alla difesa delle libertà individuali, civili e collettive, com’è difeso il diritto alla libertà d’espressione a partire dal proprio interno: non è infatti raro che i differenti redattori si siano trovati in disaccordo su temi più o meno importanti, per esempio in occasione del Referendum sulla Costituzione Europea.

Così recita wikipedia riguardo a questa feccia. Ma quale libertà è stata osservata oggi? La libertà dell’insulto? Da parte di incapaci che non sanno neanche mantenere al loro interno un minimo di sicurezza.

Una feccia quella di questa carta igienica che comunque abbiamo trattato con rispetto quando ha ricevuto un attentato. Un attentato che aveva mobilitato le coscienze di molti per poi solo ora scoprire le nefandezze di questi imbrattatori di cessi.

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Ma qual è stata la risposta per gli italiani al nostro cordoglio, alla difesa della loro finta libertà di stampa? Libertà di stampa o di offesa, ne passa di strada.

Forse chi scrive non si era mai sentito Charlie Hebdo, un giornale ebete, che travisa la satira con la stupidità e ne eleva a bandiera volgarità che non è neppure divertente.
Non va in tal senso considerata quindi una versione gallica del nostro Vernacoliere.

Mostro di seguito le vignette spassosissime di questi topi.

 

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E’ satira o offesa? Qual è il confine? Vorrei anche puntualizzare che in questo terremoto sono morti moltissimi bambini e persone che semplicemente volevano farsi una vacanza. In tutto questo si sono anche permessi di rincarare la dose. Con l’immagine di copertina di questo articolo, dandoci anche dei mafiosi. Mafiosi noi? Non è che saranno coglioni loro?

Hollande, il grande stagista del nostro secolo, incapace di impedire tre attentati terroristici da parte di squilibrati, chissà se spenderà qualche parole di giubilo per queste vignette.

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Cultura

Papa Francesco consiglia la misericordia ( Angelus 2013)

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Cari amici nel Signore, sono contento di incontrare voi Scrittori, la vostra comunità al completo, le Suore e gli Addetti all’amministrazione della Casa. I Gesuiti della Civiltà Cattolica, sin dal 1850, svolgono un lavoro che ha un particolare legame con il Papa e la Sede Apostolica. I miei Predecessori, incontrandovi in udienza, hanno riconosciuto più volte come questo vincolo sia un tratto essenziale della vostra rivista. Oggi vorrei suggerirvi tre parole che possono aiutarvi nel vostro impegno.

La prima è dialogo. Voi svolgete un importante servizio culturale. Inizialmente l’atteggiamento e lo stile della Civiltà Cattolica furono combattivi e spesso anche aspramente polemici, in sintonia con il clima generale dell’epoca.

Ripercorrendo i 163 anni della rivista, si rileva una ricca varietà di posizioni, dovute sia al mutare delle circostanze storiche, sia alle personalità dei singoli scrittori. La vostra fedeltà alla Chiesa richiede ancora di essere duri contro le ipocrisie frutto di un cuore chiuso, malato. Duri contro questa malattia. Ma il vostro compito principale non è di costruire muri ma ponti; è quello di stabilire un dialogo con tutti gli uomini, anche con coloro che non condividono la fede cristiana, ma «hanno il culto di alti valori umani», e perfino «con coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in varie maniere» (Gaudium et spes, 92). Sono tante le questioni umane da discutere e condividere e nel dialogo è sempre possibile avvicinarsi alla verità, che è dono di Dio, e arricchirsi vicendevolmente. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alla sua opinione, alle sue proposte, senza cadere, ovviamente, nel relativismo. E per dialogare bisogna abbassare le difese e aprire le porte. Continuate il dialogo con le istituzioni culturali, sociali, politiche, anche per offrire il vostro contributo alla formazione di cittadini che abbiano a cuore il bene di tutti e lavorino per il bene comune.

La «civiltà cattolica» è la civiltà dell’amore, della misericordia, della fede. La seconda parola è discernimento. Il vostro compito è di raccogliere ed esprimere le attese, i desideri, le gioie e i drammi del nostro tempo, e di offrire gli elementi per una lettura della realtà alla luce del Vangelo. Le grandi domande spirituali oggi sono più vive che mai, ma c’è bisogno che qualcuno le interpreti e le capisca. Con intelligenza umile e aperta «cercate e trovate Dio in tutte le cose», come scriveva sant’Ignazio. Dio è all’opera nella vita di ogni uomo e nella cultura: lo Spirito soffia dove vuole. Cercate di scoprire ciò che Dio ha operato e come proseguirà la sua opera. Un tesoro dei Gesuiti è proprio il discernimento spirituale, che cerca di riconoscere la presenza dello Spirito di Dio nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Mi viene una cosa che diceva Rahner: il gesuita è uno specialista nel discernimento nel campo di Dio e anche nel campo del diavolo. Non bisogna aver paura di proseguire nel discernimento, per trovare la verità. Quando ho letto queste osservazioni di Rahner, mi hanno abbastanza colpito. E per cercare Dio in tutte le cose, in tutti i campi del sapere, dell’arte, della scienza, della vita politica, sociale ed economica sono necessari studio, sensibilità, esperienza. Alcune delle materie che trattate possono anche non avere relazione esplicita con una prospettiva cristiana, ma sono importanti per cogliere il modo in cui le persone comprendono se stesse e il mondo che le circonda. La vostra osservazione informativa sia ampia, obiettiva e tempestiva. E’ necessario anche avere una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza di Dio, che vanno considerate sempre insieme, e sono preziosi alleati nell’impegno a difesa della dignità dell’uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica e nel custodire con cura il creato. Da questa attenzione nasce il giudizio sereno, sincero e forte circa gli avvenimenti, illuminato da Cristo. Grandi figure come Matteo Ricci ne sono un modello. Tutto questo richiede di mantenere aperti il cuore e la mente, evitando la malattia spirituale dell’autoreferenzialità. Anche la Chiesa quando diventa autoreferenziale, si ammala, invecchia. Il nostro sguardo, ben fisso su Cristo, sia profetico e dinamico verso il futuro: in questo modo, rimarrete sempre giovani e audaci nella lettura degli avvenimenti!

La terza parola è frontiera. La missione di una rivista di cultura come La Civiltà Cattolica entra nel dibattito culturale contemporaneo e propone, in modo serio e nello stesso tempo accessibile, la visione che viene dalla fede cristiana. La frattura tra Vangelo e cultura è senza dubbio un dramma(cfr Evangelii nuntiandi, 20). Voi siete chiamati a dare il vostro contributo per sanare questa frattura che passa anche attraverso il cuore di ciascuno di voi e dei vostri lettori. Questo ministero è tipico della missione della Compagnia di Gesù. Accompagnate, con le vostre riflessioni e i vostri approfondimenti, i processi culturali e sociali, e quanti stanno vivendo transizioni difficili, facendovi carico anche dei conflitti. Il vostro luogo proprio sono le frontiere. Questo è il posto dei gesuiti. Quello che Paolo VI,ripreso da Benedetto XVI, disse della Compagnia di Gesù, vale in modo particolare per voi anche oggi: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti». Per favore, siate uomini di frontiera, con quella capacità che viene da Dio (cfr 2Cor 3,6). Ma non cadete nella tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle. Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, è urgente un coraggioso impegno per educare a una fede convinta e matura, capace di dare senso alla vita e di offrire risposte convincenti a quanti sono alla ricerca di Dio. Si tratta di sostenere l’azione della Chiesa in tutti i campi della sua missione. La Civiltà Cattolica quest’anno si è rinnovata: ha assunto una nuova veste grafica, si può leggere anche in versione digitale e raggiunge i suoi lettori pure nelle reti sociali. Anche queste sono frontiere sulle quali siete chiamati a operare. Proseguite su questa strada!

Cari Padri, vedo tra voi giovani, meno giovani e anziani. La vostra è una rivista unica nel suo genere, che nasce da una comunità di vita e di studi; come in un coro affiatato, ciascuno deve avere la sua voce e porla in armonia con quella degli altri. Forza, cari fratelli! Sono sicuro di poter contare su di voi. Mentre vi affido alla Madonna della Strada, imparto a voi, redattori, collaboratori e suore, come anche a tutti i lettori della rivista, la mia Benedizione.

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/june/documents/

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Due chiacchere con Maxò: “l’Indifferente” si racconta.

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di Rosa Meola

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Direttamente dai microfoni di Radio Prima Rete Massimiliano Del Vecchio – in arte Maxò – si racconta attraverso parole e musica.
Racconta delle sue esperienze passate, di quelle che lo hanno lanciato nel mondo della musica, nonché dei progetti presenti e futuri, con i quali sogna di spingersi un po’ più in là.
Racconta le sue emozioni e il suo vissuto, che impregnano anche tutti i suoi pezzi.

Ma scopriamo innanzitutto chi è Maxò Del Vecchio: cantautore e chitarrista casertano, è cresciuto a pane, musica e chitarra.
Muove i suoi primi passi nel mondo della musica sin dall’infanzia grazie ad un’improvvisata chitarra, recuperata dando nuova forma e vita ad una racchetta da tennis di suo fratello. Per evitare, dunque, che il piccolo Massimiliamo distrugga mezza casa, finalmente arriva una vera chitarra, con la quale comincia a suonare e cantare da autodidatta le canzoni dei suoi miti di sempre.
Inizialmente Maxò si limita a suonare e cantare cover insieme alla sua band, ma sin da adolescente è forte in lui l’esigenza di scrivere, cantare ed esprimere se stesso. Scrive i primi pezzi già a 15 anni, brani acerbi, mai prodotti che, ad oggi, rievoca con affetto.
Ai 20 anni che risalgono, invece, i primi pezzi di un certo spessore musicale. E infatti, dopo anni di esibizioni nei locali della provincia, decide di registrare i primi tre brani inediti da lui composti “Storie di eroi”, “Sono qui” ed in versione live Studio “Tira fuori tutto”.
Nel 1998 inizia un avventura lavorativa come cantante chitarrista, senza mettere mai da parte il sogno di produrre qualcosa di nuovo, personale e originale. Un sogno che diventa realtà nel 2015, con la pubblicazione del primo album auto prodotto dal titolo “Uno Sbaglio non è Sempre un Errore”.

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“ E’ la vita, è tutto appeso a un filo, a sottili coincidenze, che non puoi manovrare devi lasciarti trasportare.. E’ la vita… E’ tutta appesa a un filo, ad un solito destino, che non puoi cambiare… segui i tuoi sogni e lascialo fare…”
Così canta Maxò, eseguendo dal vivo per gli ascoltatori di Radio Prima Rete “Solito Destino”, pezzo tratto proprio dall’album “Uno Sbaglio non è Sempre un Errore”.

Parole che raccontano perfettamente il progetto musicale del cantautore, giunto ad importante traguardo professionale e personale.
Un traguardo che rappresenta solo il punto di partenza per nuovi importanti progetti: è da poco uscito, infatti, “L’indifferente”, ultimo singolo scritto dal cantautore casertano, che vede la collaborazione del chitarrista Paolo Vozza e del quale é stato da poco pubblicato anche il videoclip.
Un pezzo che rappresenta l’evoluzione e la nuova maturità dell’artista, capace di mescolare abilmente pop e rock, musica e parole, emozioni personali e universali, nelle quali ognuno può riconoscersi.
E’ questa, infatti, la vera forza di Maxò: la capacità di parlare in maniera diretta e raccontare in musica storie ed emozioni private, che alla fine diventano quelle di tutti.
Come ne “L’indifferente”, in cui si canta la dolceamara verità secondo cui, nonostante tutto, nessun essere umano potrà mai restare indifferente alla vita e alla sua straordinaria semplicità.
O ancora in “Amore perché” -brano tratto dall’album “Uno sbaglio non è sempre un errore” – in cui i tremori, le paure, i battiti del cuore del cantautore diventano quelli di tutti coloro che amano e vivono intensamente l’amore, giovane o maturo che sia.

Pezzi che Maxò scrive di getto, di pancia, secondo l’emozione del momento, che arrivano al cantautore quasi come piccoli miracoli che poi regala al pubblico, locale e non. Numerosi sono infatti i fans che lo hanno conosciuto e continuano a scoprirlo attraverso le sue numerose esibizioni live, in Italia ma non solo.
Concerti in cui, oltre alla sua voce e alla sua chitarra, ad accompagnarlo ci sono anche Paolo Nastro alle tastiere, Michele Roggiero al basso, Carmine Silvestri alla batteria, Massimo Nastro alla chitarra e Antonello Petriccione alle percussioni (presenti anche nel videoclip de “L’indifferente”).
Al momento qualcosa bolle già in pentola e diverse sono le novità che aspettano l’artista: un nuovo pezzo – “Passeranno i giorni” – è stato già scritto ed è pronto per il successivo lavoro di arrangiamento e revisione.
Se volete saperne di più, venerdì 13, alle ore 18.00 circa, presso la Libreria Spartaco di Santa Maria Capua Vetere(CE) avrete la possibilità di ascoltare Maxò Del Vecchio dal vivo e di conoscere la sua storia nonchè quella che si cela dietro le sue canzoni.
In questo caso, scoprire questo artista non sarà né uno sbaglio né un errore, fidatevi.

 

Per saperne di più:
https://www.facebook.com/Max%C3%B2-Del-Vecchio-37509846887/?fref=ts

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Alla scoperta di Tommaso Primo: un viaggio tra “Fate, sirene e samurai”

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Di Rosa Meola

Un sorriso timido e una presa sicura sulla chitarra, inseparabile e fedele compagna: così il giovane cantautore Tommaso Primo accoglie fan e curiosi alla presentazione del suo ultimo lavoro discografico, svoltasi il 22 aprile scorso presso la libreria Spartaco di Santa Maria Capua Vetere all’interno del ciclo di eventi “Note a piè di pagina”.
A presentare la serata c’è Raffaele Calvanese, speaker radiofonico di Radio Prima Rete nonché scopritore di talenti emergenti nel panorama della locale musica indipendente.

Un delicato e costante sottofondo musicale di chitarra e voce riempie l’aria, trasformando il piccolo salotto della libreria in un mondo ovattato e magico fatto di “Fate, sirene e samurai”, da cui viene anche il nome dell’album.
Il progetto – prodotto dalle etichette partenopee Full Heads e AreaLive con la partecipazione di Trail Music Lab, e distribuito da iCompany- nasce dalla collaborazione del cantautore con Dario Sansone, leader dei Foja, ma vede anche la partecipazione di altri artisti quali Denise e Fede‘n’Marlen.

Tre anime, tre sonorità: le fate ci catapultano fino al Brasile, le sirene ci riportano a Napoli, mentre i samurai ricordano i cartoni giapponesi che hanno influenzato la cultura nonché il modo di essere di Tommaso, fermamente convinto che un giorno diventerà un super saiyan pronto a salvare il mondo.
Nel frattempo, però, si diverte a raccontare storie: dieci piccole fiabe – o dieci piccoli “figli”, come lui stesso ama definire le sue canzoni- compongono l’ultimo lavoro del cantastorie napoletano.
Storie cantate e raccontate attraverso la lingua del suo paese – il napoletano appunto- , l’unica lingua con cui riesce ad esprimere immediatamente la sua poesia e a mettere in musica le sue emozioni.
Un filo conduttore lega ogni brano: la modernità che si cela dietro la fiaba, la tradizione napoletana che racconta un’attualità spesso drammatica, la gioia che infonde speranza al dolore.
La stessa “Gioia” – cantata con l’artista senegalese Ismael nell’Ep Posillipo Interno 3– che ha reso Tommaso Primo uno dei principali esponenti di una napoletanità nuova, fresca, delicata e mai banale.

Ogni fiaba ha una sua storia, la quale trae ispirazione dalla vita reale che spesso supera l’immaginazione, da una realtà fatta di amore ma anche di guerre, immigrazione e prostituzione.
I primi protagonisti di “Fate, sirene e samurai” sono “Flavia e il samurai”: il brano – ci spiega Tommaso- è dedicato alla sua ragazza, anche se lei non lo sa. Nel senso che non sa proprio che sono fidanzati.
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C’è poi “Viola” – brano attualmente in rotazione in diverse radio locali e non, di cui a breve vedremo il video- che esprime la profonda crisi dei valori del nostro tempo.
“Caramella” racconta la morte di un infante; “Bumba Meu Boi” (feat. Dario Sansone) è dedicata a Tommaso Cestrone, eroe di Carditello e della Terra dei Fuochi; in “Stella” e “Prayer for Kumbaya” si parla di immigrazione.
Storie forti e tematiche importanti per il giovane cantautore che già a 13 anni si cimentava nella scrittura di testi come “Canzone a Carmela”, in cui si parla di suicidio.

Eppure, come ogni favola che si rispetti, anche quelle raccontate in “Fate, sirene samurai” si concludono con una morale e un lieto fine, delicatamente tratteggiati da un lessico che veste di favola anche la più cruda realtà e accompagnati da sonorità vivaci e gioiose (arrangiate dal produttore artistico Enzo Foniciello, in arte Phonix) che infondono un profondo senso di pace.
La stessa pace che Tommaso ha trovato riascoltando e rivalutando uno dei suoi brani più noti, “Prayer for Kumbaya”, pezzo di cui non era pienamente convinto finché non ha capito che la vera rivoluzione non è fatta solo dai samurai, dai super eroi o dai super saiyan ma è una conquista che sa di genuinità, disincanto e speranza.
Elementi che rappresentano il mood più vero dell’artista, insieme al suo innato e autentico amore per il cibo e una “piccola” dose di ipocondria. Perché -si sa- la vita vera chiama e dalle favole, ogni tanto, si deve pur uscire fuori.

 

Per saperne di più:
https://www.facebook.com/tommasoprimo/?fref=ts

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