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Dražen Petrović, il mito del diavolo di Sebenico

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Ogni sport ha i suoi miti, ogni nazione ha i suoi miti, soprattutto se questi miti nascono in terre che vengono ricordati per storie cruenti e sanguinose, o anche perché, per motivi storici, queste nazioni non hanno mai avuto una certa fama.

Se nel calcio e nel basket la lotta è tutta americana, tra Sud America e Nord America, o meglio, Stati Uniti,nella pallacanestro sbucano, come anche nel calcio, degli europei. Maradona, argentino, Pelé e Ronaldo, brasiliani, sono i simboli del calcio sudamericano, Michael Jordan, Larry Bird, Magic Johnson e Kobe Bryant sono i simboli del basket nordamericano; e se nel calcio europeo ci sono stati Crujff, olandese, Zidane e Platini, francesi, a portare fantasia e poesia sul prato verde, per lo sport dalla palla a spicchi, per lo sport che si gioca sul parquet, abbiamo avuto degli europei come ad esempio il serbo Divac o l’italiano Meneghin, ed anche un croato, il suo nome è Dražen Petrović, descritto come il Mozart dei canestri.

Nato nel 22 ottobre del 1964 a Sebenico, in Croazia, nell’allora Jugoslavia, oggi sarebbe stato il suo compleanno. Un giocatore che respirava e viveva solo di basket. Tutti i giorni si alzava presto, all’alba, per una sessione di tiri a canestro, per l’esattezza una sessione di cinquecento tiri da tre punti, per poi andare a scuola. Una personalità fuori dalla norma, a 14 anni entra a far parte del Šibenik, la squadra del suo paese, a 16 anni è in prima squadra, a nemmeno 18 anni compiuti trascina la sua squadra in finale di Coppa Korac, che poi perderà contro il Limoges.

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Proprio come nel calcio croato di oggi, in cui i migliori talenti prima o poi vanno a giocare nella Dinamo Zagabria, Petrovic nell’84 viene acquistato dal Cibona Zagabria, squadra con cui vincerà 1 Yuba Liga, campionato jugoslavo, 3 Coppe di Jugoslavia, 2 Coppe dei Campioni e 1 Coppa delle Coppe, e tra l’altro la prima vittoria in Europa la ottenne proprio contro il Real Madrid, la sua futura squadra:

Una delle tante belle partite di Petrovic, capace di segnare 36 punti e guidare il Cibona Zagabria alla vittoria.

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Acquistato dal Real Madrid nel ’88, dopo aver vinto praticamente tutto con il Cibona Zagabria, Dražen Petrovic, si conferma come  uno dei migliori del campionato spagnolo e d’Europa, vincendo in quello stesso anno la Copa del Rey e Coppa delle Coppe, contro Caserta, dove segnò 62 punti, dando sfogo a tutta la sua fantasia:

Oltre in ambito di club le soddisfazioni arrivano anche con la nazionale jugoslava, un misto tra potenza, esplosività ed eleganza, mischiato alla solita arroganza e sfrontatezza tipica dei balcani. Molto amico di Vlade Divac, serbo dal 1992, lasciavano in disparte i motivi storici, e vivevano il presente, rappresentando anche una delle amicizie più belle del basket europeo.

La Jugoslavia vince l’Europeo dell’89 contro la Grecia, Petrovic mette a segno 35 punti in una partita terminata 98 a 77, la Jugoslavia è sul tetto d’Europa per la quarta volta e per Petrovic, nominato miglior giocatore del torneo, inizia un nuovo capitolo, il capitolo Nba.

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“In Europa sono il più forte ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e a collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare anche nell’Nba”. Così viene acquistato dai Portland T. Blazers, con un impatto a dir poco entusiasmante. Di europei per di là ne passavano pochi, e si apprestavano a ricevere le gesta di un cestista proveniente dalla Jugoslavia. Arriva in finale che poi perderà contro i Detroit.

IL MONDIALE:

Nel ’90 ci sono i Mondiali a Buenos Aires, Argentina. La Jugoslavia, dopo l’Europeo dell’anno prima, vuole mettere le mani anche sulla Coppa del Mondo. Arrivano in finale, dopo aver battuto gli Stati Uniti 99-91, ed incontrano l’Unione Sovietica, battuta 92-75. Una Jugoslavia devastante, che però già non esisteva più.

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NAZIONALE CROATA E NEW JERSEY NETS:

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Al momento dei festeggiamenti, un tifoso entra in campo nel tentativo di porgere una bandiera croata: Divac gliela strappa di mano. Quello che parrebbe un gesto brutale è in realtà un gesto per difendere un trionfo di tutti. Ma per chi si ciba di strumentalizzazione, va a nozze e Divac viene attaccato ferocemente dalla stampa croata e dalle forze governative. Ma il fatto più grave è che da quel momento l’amicizia tra Divac e Petrovic si rompe. Diva, comunque,l funerale di Petrovic, abbraccerà la famiglia del cestista croato porgendo anche dei fiori sulla sua tomba.

Petrovic, quindi, dice:“Non sono jugoslavo, sono croato”, diventando non solo il simbolo della nazionale, ma anche di una nazione, trascinando la Croazia in finale alle Olimpiadi di Barcellona nel ’92, persa contro gli Stati Uniti. Nel frattempo passa ai New Jersey Nets.

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DESTINO CRUDELE:

Per i fatti appena accaduti, l’attaccamento alla propria nazione è così forte che persino l’Nba può sembrare un dettaglio insignificante al riguardo, soprattutto se questa nazione è ancora in guerra. Quindi non appena termina il campionato Nba, Petrovic si reca subito in Croazia per giocare una partita di qualificazione per gli Europei, in Polonia, contro appunto la nazionale polacca, dove mette a segno 30 punti. La squadra decide di tornare in Croazia con l’aereo, Petrovic, invece, sceglie di tornare in macchina, in compagnia della fidanzata e di un’amica di quest’ultima, non sapendo cosa gli aspetta.

Sulla strada di ritorno, mentre erano a Denkendorf, in Germania, un camion sbandando invade la corsia dove l’auto dei tre viaggiava. La fidanzata, sposata adesso con il calciatore tedesco Oliver Bierhoff, e la sua amica restano ferite, Petrovic no, muore sul colpo a soli 28 anni; era il 7 giugno del 1993. Alla notizia i Nets ritirano la sua maglia numero 3, l‘Nba annuncia il lutto in tutti i campi, mentre in Croazia il 7 giugno è ancora oggi giornata di lutto nazionale: al funerale la mamma di Petrovic piange la scomparsa del figlio, un ragazzino si avvicina e le dice: “Signora, forse l’ha cresciuto lei. Ma lui è nostro, è di tutti noi.” Come un uomo, che nella vita vuole e voleva solo giocare a basket, diventa un personaggio-simbolo ed eroe di una nazione all’epoca giovane.

Tutti hanno riconosciuto la grandezza di questo giocatore, che sgusciava tra gli avversari, che non passava la palla nemmeno sotto tortura, difatti appena la passava subiva fallo, di quel giocatore che batteva quei tiri liberi sempre allo stesso modo: stesso modo di piegarsi sulle gambe, di alzare le braccia, di prendere il respiro e lanciare la palla, di un giocatore individualista, ma non troppo, di chi nell’Nba diceva che doveva ancora nascere un bianco a giocare bene a basket, e che poi lo ha zittito, di chi ha fatto la differenza in ogni squadra in cui ha giocato, di chi era il timoniere di una nazionale come la Jugoslavia, di chi affrontava giocatori come Michael Jordan e Magic Johnson come fossero degli avversari normali, di chi era uno specialista nel tiro da tre e la sua grandezza viene raccontata anche in questo aneddoto del giornalista italiano Sergio Tavcar:

“Poco prima della sua morte, amichevole a Trieste fra Croazia e Italia. Petrovic sbaglia tiri che di solito mette con percentuali clamorose, ma non si scoraggia e continua a tirare. E a sbagliare. Durante un time out invece di ascoltare l’allenatore va sotto il canestro e lo osserva con attenzione. ‘Arbitro, il ferro è spostato di qualche centimetro. Va messo a posto!’. Viene fatta la misurazione ed in effetti il ferro non è ben posizionato. L’aneddoto si conclude con Drazen che nel canestro sistemato inizia a segnare senza fermarsi più”. 

Il destino ha voluto che Petrovic all’età di 28 anni dovesse lasciare questo mondo, ancora troppo giovane. Poteva ancora dare qualcosa in più al basket europeo, ma soprattutto a quella nazionale che tanto lo osannava, la sua Croazia.

Auguri campione, diavolo di Sebenico!

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A cura di Simmaco Munno

 

 

Tags : basketCroaziaDrazen PetrovicJugoslaviaNBA
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