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Giorgio Almirante su istituzione e riforme 1951

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Le forme di democrazia diretta

Seduta del 21 Febbraio 1951

Sono trascorsi quasi tre anni dalla elezione della prima Camera repubblicana e questa è chiamata ad approvare una legge di attuazione del referendum previsto dalla Costituzione; è il primo atto di attuazione di un istituto di democrazia diretta al quale il MSI, convinto critico del sistema di democrazia parlamentare introdotto con la Costituzione, guarda con qualche favore. Almirante, pur con riserve sul contenuto della legge, lo dichiara in un discorso succinto che contiene, in nuce, tutti gli argomenti di critica al sistema ed alla crisi delle istituzioni. La proposta in discussione, però, non verrà approvata definitivamente per le forti resistenze dei partiti minori della maggioranza.

ALMIRANTE: “Signor Presidente, onorevoli colleghi, confesso che nell’ iscrivermi a parlare questa mattina ho obbedito ad una necessità polemica del mio spirito, nata dalla desolante constazione che un problema di così alta importanza non interessi, o interessi molto mediocremente, il Parlamento italiano, o per lo meno la Camera dei deputati. Erano mesi e mesi anzi, per essere più esatti, erano anni – che si sollecitava da ogni parte, con roventi articoli e con importanti polemiche, la discus-sione parlamentare della legge sul referendum. 

Sono stati fatti passi, credo, presso il Presidente della Camera perché mettesse all’ordine del giorno come ha poi fatto questa legge, ed io mi attendevo, dato che si tratta oggi di tenere a battesimo una riforma che vorrei definire riforma strutturale democratica di alta importanza, decine e decine di colleghi iscritti a parlare; e, giovane e inesperto come sono a quanto almeno si dice e si sostiene da più parti di democrazia, io mi attendevo di ricevere delle solenni lezioni di democrazia e di metodo democratico dai soloni democratici che di solito si affannano, nelle loro

interruzioni durante i dibattiti politici, a dichiarare, appunto, che da questa parte si è insensibili ai problemi della democrazia, che sarebbero monopolio degli altri settori della Camera.

Gli altri settori della Camera sono, invece, deserti, insensibili; la lista degli iscritti a parlare non Comprende alcun nome di quegli illustri soloni, ed allora, in segno di protesta, mi sono iscritto a parlare. Voglio tenere io a battesimo questa legge, ed è strana sorte che la legge sul referendum abbia come padrini il questore comunista onorevole La Rocca e l’antidemocratico cosi si dice onorevole Almirante. Si parlerà, ancora una volta, di strana collusione fra comunisti e «missini»: la cosa mi lascia perfettamente indifferente, e dirò che, se questa volta se ne parlasse, colui che tentasse di servirsi di simile argomento si troverebbe in difficoltà.

Può sembrare strano a qualcuno che i deputati del Movimento sociale italiano non solo approvino questa legge, ma ne riconoscano la notevolissima e sostanziale importanza.

In poche parole vi dirò i motivi di questo nostro apprezzamento.

Dichiaro apertamente, in primo luogo, che vi sono dei motivi di natura contingente e di natura più politica che giuridica per i quali noi oggi siamo portati ad approvare questa legge e a sollecitarne l’entrata in vigore. I motivi sono evidentissimi. Noi sosteniamo da tempo che esiste un distacco, un solco, che si approfondisce ogni giorno di più, fra quello che viene comunemente definito il paese reale e il cosiddetto paese legale. Noi sosteniamo non soltanto che la maggioranza del 18 aprile, anzi che entrambe se posso esprimermi così le maggioranze del 18 aprile non rispondono alla realtà di fatto che, via via, si è andata stabilendo nella coscienza attiva del paese; ma sosteniamo altresì che l’intero sistema democratico parlamentare, quale lo si è voluto non instaurare ma restaurare, non risponde pienamente né al sentimento, né alle necessità obiettive del paese.

Questa legge viene opportunamente ad offrire la possibilità di saggiare, sia pure su problemi singoli, sia pure su provvedimenti isolati, ma che potranno anche essere di altissima importanza, quale sia l’esatta temperatura del paese, quale sia l’esatto clima politico italiano.

Riteniamo anche e pensiamo di non sbagliare ritenendolo che, dopo l’entrata in vigore di questa legge, una qualche maggiore prudenza potrà esservi da parte di questo o di altri governi nel varare attraverso il voto compiacente di maggioranze, purtroppo sempre disposte a dire sì, anche se le polemiche giornalistiche potrebbero far pensare il contrario leggi che non hanno alcuna rispondenza nelle esigenze obiettive del paese.

Sostenute da parte mia, queste argomentazioni hanno un riferimento ovvio, che mi piace tuttavia sottolineare. Io penso che, quando la legge sul referendum abrogativo sarà entrata in vigore, il ministro dell’Interno troverà non dico nella sua coscienza, ma nella sua sensibilità di ministro, qualche remora nell’ affermare e in Consiglio dei ministri e in Parlamento e di fronte all’opinione pubblica che determinati prov-

vedimenti eccezionali e repressivi sono necessari perché sentiti, perché voluti; in quanto potrebbe allora accadere al ministro dell’Interno e all’intero Consiglio dei ministri, una volta entrata in vigore la norma sul referendum abrogativo, di essere a breve scadenza sconfessati proprio da quell’opinione pubblica di cui essi si dichiarano con troppa leggerezza interpreti. Non credo che l’aver fatto riferimento a questi elementi di natura politica tolga valore ai motivi della nostra adesione al referendum; servirà semmai a chiarire meglio la nostra posizione.

Ma non mi fermo qui. Vi sono motivi di carattere, direi, permanente per i quali noi aderiamo alla legge sul referendum. Noi aderiamo a questa legge in quanto essa si richiama a un concetto più largo, più aperto, più arioso, vorrei dire più sociale, della democrazia.

Con questa democrazia, così come essa è ora intesa, cosi come essa è stata attuata o per meglio dire restaurata dal 1945-46 in qua, noi del Movimento sociale italiano siamo in aperta polemica. Noi non riconosciamo che il sistema democratico parlamentare, così come esso è stato attuato, risponda alle necessità obiettive dei tempi, e soprattutto risponda alle necessità obiettive del paese; e, mentre da ogni parte si va riconoscendo, per lo meno, che esiste una crisi «nel» sistema democratico parlamentare e lo hanno riconosciuto anche esponenti di tutti i settori di questo e dell’altro ramo del Parlamento da parte nostra si insiste nell’individuare l’esistenza di una crisi «del» sistema democratico parlamentare, una crisi che trae origine e individuazione soprattutto dal fatto che le forze sociali, le forze sindacali, le forze del lavoro, nell’attuale sistema, sono costrette a rimanere fuori dello Stato, o addirittura a schierarsi contro lo Stato.

L’onorevole Lucifredi allarga le braccia: debbo ritenere, se posso semanticamente individuare il significato di un gesto, che egli si riferisca, ad esempio, a quanto in materia ebbe a dichiarare tempo fa il Presidente del Consiglio, il quale, avendogli posto un giornalista più o meno lo stesso problema che io sto ponendo in questo momento alla Camera, rispose anche egli allargando le braccia (è un gesto diffuso tra voi!) che il suffragio universale ha già risolto alla base, alle radici questo inserimento. ”

LUCIFREDI: “Volevo dire che, fino a prova contraria, gli elettori formano parte integrante dei lavoratori italiani, delle forze dell’economa e del lavoro. ”

ALMIRANTE: “Esatto: questa è, appunto, la concezione alla quale si è richiamato l’onorevole Presidente del Consiglio e alla quale si richiamano i sostenitori ortodossi e rigidi non della democrazia, ma del sistema democratico parlamentare, quale esso è stato attuato e restaurato in Italia.

Ora, l’argomentazione del Presidente del Consiglio, ripresa in questo momento dall’onorevole Lucifredi, urta, a mio parere, con la realtà dei fatti la quale ci dimostra come il suffragio universale non abbia di fatto risolto il problema che si deve

risolvere; la quale ci dimostra come di fatto le forze del lavoro, comunque organizzate, siano rimaste al di fuori della organizzazione dello Stato e a volte siano, non dico spinte da interessi estranei e talora sovversivi, ma naturalmente forzate, costrette a schierarsi contro lo Stato.

È questo il difetto fondamentale, è questa la crisi del sistema democratico par-lamentare, non solo in Italia, ma anche altrove. Io confesso di non essere in questo momento preparato ad affrontare il problema in tutta la sua vastità, anche perché non mi propongo affatto di farlo in questa sede (il Presidente avrebbe, allora, ragione di richiamarmi all’argomento), ma polemiche e discussioni di tal genere sono in corso anche in seno ai rappresentanti della maggioranza e alla loro stampa.

Infatti, si leggono resoconti di discorsi pronunziati da autorevoli esponenti, anche della maggioranza, nei quali si afferma (e noi consentiamo in pieno) che è tuttora aperto, è tuttora insoluto, in questo sistema democratico parlamentare, il problema della sintesi fra autorità e libertà. Ed io mi permetterei di aggiungere, chiosando un’affermazione di tal genere, che se il problema della sintesi, dei rapporti, della conciliazione tra autorità e libertà non è risolto dall’attuale sistema democratico parlamentare, ciò deriva dal fatto che l’attuale sistema democratico parlamentare non solo non risolve, ma non affronta neppure il problema dell’inserimento delle forze del lavoro e della produzione nello Stato.

La legge sul referendum pone forse un rimedio alla crisi così concepita? Evidentemente, no. Però ha il merito e il vantaggio di collocarsi al di fuori e al di sopra delle solite polemichette sulla possibilità o meno di rimediare ai difetti del sistema attraverso qualche modifica al regolamento della Camera o del Senato, attraverso qualche piccolo stratagemma di interpretazione costituzionale.

Qui l’Italia si appresta effettivamente ad impiegare un nuovo strumento, a mettersi su una nuova strada. L’onorevole Lucifredi, giustamente, alla fine della sua relazione, esprime dei dubbi e dichiara che «è lecito dubitare che tutti gli elettori del nostro paese abbiano in pieno una siffatta preparazione e maturità», cioè la preparazione e la maturità necessaria e sufficiente per far si che lo strumento delicatissimo del referendum diventi, in ogni caso, uno strumento idoneo.

I dubbi dell’onorevole Lucifredi sono da noi pienamente condivisi: anzi, mi pare che essi siano espressi in una forma fin troppo cauta.

Noi dubitiamo anche (e i risultati delle prove elettorali finora svoltesi in Italia, purtroppo, ce ne danno conferma) che gli elettori italiani non abbiano una mediocre preparazione. Riteniamo però che lo strumento del referendum, se saggiamente impiegato, possa contribuire a innalzare il livello di educazione politica dei cittadini e soprattutto che esso possa aprire un varco in quello che è ormai il buio opprimente del sistema democratico parlamentare così come è stato attuato in Italia e così come per forza degli eventi, purtroppo è stato aggravato dal 18 aprile, che pratica-mente ha reso difficili e aleatorie, se non impossibili e inutili, quelle funzioni di controllo e di vigilanza che il Parlamento deve esercitare sulla maggioranza governativa.

Concludo dichiarando che interverremo nella discussione degli articoli e degli emendamenti. Io ho avuto l’onore di partecipare con una certa intensità ai lavori preparatori di questa proposta di legge e mi permetterò di ripetere qui alcune considerazioni che ho avuto occasione di fare durante i lavori. Desidero non lasciare sfuggire l’occasione per ricordare il contributo appassionato ed intelligente che alla elaborazione di questa proposta di legge diede il compianto onorevole Fuschini, il quale fu per tutti noi maestro di passione e di serietà politica.

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