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Libri gratis: “Spiritismo” di Luigi Capuana

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UIGI CAPUANA

SPIRITISMO?

There are more things in heaven and earth, Horatio,

Than are dreamt of in your philosophy.

ShakespeareHamlet, I. 5.

CATANIA
Niccolò Giannotta, Editore
Via Lincoln, 271-273.

1884.


Diritto di riproduzione o traduzione riservato.


[1]

SPIRITISMO?

A SALVATORE FARINA.

Abbiamo tante e tante volte ragionato insieme di Spiritismo, tu da credente, con molte riserbe e cautele, attirato più dal misticismo della dottrina spiritica che dal meraviglioso delle communicazioni o delle apparizioni, io da curioso, da dilettante che ha tentato e provato e non ha perduto la voglia di ritentare e riprovare; ne abbiamo ragionato insieme tante volte, che ora ti [2]dovrà parere naturalissimo il vederti indirizzata in pubblico una lettera colla quale si vuol sottoporre al giudizio delle persone competenti alcuni fatti e alcune ipotesi meritevoli, mi pare, di considerazione e spiegazione.

Non è poi male che il pubblico sappia come si possa essere di differentissime opinioni letterarie e combattere in due campi opposti, senza che per tal caso venga meno e la vicendevole stima per le opere dell’ingegno e il mutuo affetto per le persone. È un bel pezzo che noi ci vogliamo bene; ed oggi son lieto di confermartelo in faccia a questo magnifico sole che inonda, mentre scrivo, le mitologiche campagne di Mineo.

Voltando un po’ la testa veggo [3]stesa laggiù la vasta pianura e, intorno intorno, le colline che Diodoro disse luoghi degni della maestà degli Dei; e veggo riluccicare come uno specchio il piccolo lago dei Palici, figli di Giove e di Talia, dove fu un tempo la placabilis ara cantata da Virgilio, da Ovidio, da Claudiano. La campagna comincia a rivestirsi del verde-smeraldo dei seminati; i mandorli fioriti spandono ad ogni leggiero soffio di vento una nevicata di petali dai rami nudi di foglie; e, al tepore primaverile diffuso per l’aria fulgidissima, i passeri celebrano sul tetto di casa mia i loro primi amori, assordandomi coll’interminabile cinguettìo.

Quando la natura è così bella e [4]così allegra, si prova un gran bisogno di dar qualche sfogo agli affetti gentili, ai sentimenti elevati; e questa volta io voglio soddisfarlo col rivolgermi a Te nell’imprendere a ragionare di un problema psicologico letterario che mi frulla in testa da più di un anno.

Nel giugno del 1882 scrissi sul Fanfulla della domenica le seguenti righe:

«La Revue politique et littéraire ha un articolo del signor Léo Quesnel intorno alcune pubblicazioni spiritiche inglesi dell’anno presente.

Mentre in Francia si crede che lo spiritismo sia morto e sepolto, in Inghilterra, in America ed anche in Germania vien fatta una quantità così [5]straordinaria di pubblicazioni, in volumi, in opuscoli e in opere periodiche riguardanti lo spiritismo, da provare anco ai meno corrivi che dev’esserci un estesissimo numero di compratori e di lettori, se c’è non solamente chi le scrive, ma chi trova il suo tornaconto nel farsene editore.

«Lo scritto del Quesnel è concepito dal punto di vista francese, cioè scettico. C’è tre sorta di spiritisti, egli dice: i ciarlatani, gli ammalati, gli sciocchi. Gli ammalati possono suddividersi in molte classi che interessano ugualmente il medico e il pensatore. In questo caso, dove termina la ragione e comincia la pazzia? Dove termina lo spiritualismo e comincia lo [6]spiritismo? C’è fra quei due stati della intelligenza umana, c’è fra queste due dottrine un vero limite di divisione?

«La signora Giorgiana Houghton, della quale il Quesnel esamina tre opere — Serate spiritiche, prima e seconda serie, Cronache della fotografia spiritica — è un’ammalata. Gracile, sensibilissima, di una fede esaltata, di una pietà estrema, essa era disposta, per temperamento, alle allucinazioni dello spiritismo. Infatti, appena iniziata, diventò un medium dei più valenti. La sua specialità fu il dipingere frutta e fiori sotto l’impulso delle anime dei morti. Quelle frutta e quei fiori simboleggiavano queste. Un entusiasta la chiamò un [7]giorno: la sacra simbolista; e da allora in poi tutti gli adepti non la chiamarono altrimenti.

«La signora Houghton non si arrestò qui. La dualità di coscienza, prima, l’elevazione materiale poi sono tra i fenomeni più rari ch’essa abbia provati. La ingenuità del suo racconto è meravigliosa: «Io non dimenticherò mai la dolorosa sensazione morale da me provata un giorno, una sensazione molto simile a quella prodotta dalla vista d’un dolore che non possiamo alleviare. Dopo seppi che in quella stessa ora la regina aveva visitato il luogo dove nacque il principe Alberto, e che era stato il principe che avea sofferto in me.» — «A cotesta epoca io potevo [8]fare lunghissime corse senza che i miei piedi toccassero terra. Avevo l’aria di camminare come tutti gli altri, ma restava sempre qualche distanza tra il terreno e la suola delle mie scarpe. Qualche volta questo mi accadeva senza che io lo avessi chiesto: qualche altra, lo chiedevo e mi veniva sempre accordato».

«Tutto questo può classarsi tra i fenomeni ordinari del sistema nervoso ammalato.

«Le Confessioni di un medium ci trasportano fra i ciarlatani spiritici. L’autore di queste rivelazioni che non mette il suo nome sul frontispizio del libro, dice di chiamarsi Parker. Spiritista convinto ed entusiasta, un giorno vien cercato dal celebre [9]medium americano Thomson che nel 1879 percorreva l’Inghilterra. Il Thomson voleva associarselo come conferenziere; egli avrebbe fatto le materializzazioni, come dicono gli spiritisti nel loro linguaggio.

«L’americano ripeteva con grandissima abilità i giuochi di prestigio di altri pretesi mediums, del Goodman, del Morton, dei famosi fratelli Dawenport; e, da principio, il Parker fu ingannato da lui al pari di quel pubblico ch’egli, senza saperlo, contribuiva ad ingannare, aiutando il Thomson in certe piccole malizie quando gli spiriti erano lenti.

«Quello che il Parker racconta della ciurmeria di questo medium è meravigliosamente buffo. Arrivò perfino [10]a dare ad intendere che cavava la maschera dagli Spiriti; e si trovarono dei frenologhi, spiritisti si capisce, che fecero, seriamente, osservazioni scientifiche sulle protuberanze frontali degli spiriti Akosa e Lilly.

«Tutto questo, esclama il Quesnel, accadeva l’anno scorso! E l’anno scorso appunto, in Inghilterra, negli Stati Uniti, nel Belgio si assisteva con raccoglimento alle sedute dove gli spiriti si fotografavano e si modellavano da loro stessi; e si credeva prossimo il tempo in cui lo spirito si materializzerebbe, e la materia non avrebbe più resistenza, e la morte diventerebbe una stessa cosa con la vita!

«Però il signor Quesnel ha dimenticato [11]di accennare un fatto importante, quello cioè che in Inghilterra e in Germania i fenomeni spiritici han trovato scienziati serî, i quali non hanno temuto di compromettere la loro fama, sottomettendo quei fenomeni all’osservazione scientifica positiva, come qualunque altro importante fenomeno naturale. Il Wallace, per esempio, ha già dichiarato: che, fatta la parte della patologia e quella del ciarlatanismo, rimane sempre nello spiritismo una grande quantità di fatti intorno ai quali la scienza non può ancora pronunziare la sua ultima parola.»

Alcuni giorni dopo ricevetti e pubblicai nello stesso giornale una bellissima lettera che richiamava specialmente [12]l’attenzione degli scienziati sopra un genere di fatti non meno notevoli e strani delle tavole giranti e parlanti e delle apparizioni dei morti.

«Firenze, 10 luglio

«Quello che scriveva il Fanfulla della Domenica nel suo numero 26 a proposito delle pubblicazioni spiritiche inglesi, ci rimette in mente le grasse risate di cui tutti noi siamo prodighi ai più strampalati avvisi delle quarte pagine dei giornali. Ne facciamo argomento di commentarî gustosi, e ci maravigliamo che possano esservi così numerosi usufruttuarî della dabbenaggine umana: ma intanto le quarte pagine hanno prosperato e prosperano; a tempo avanzato non [13]sdegniamo di leggerle, e nessuno di noi potrebbe giurare che una volta almeno in vita sua la quarta pagina non gli abbia fatto comodo.

«È di moda ridere dello Spiritismo, come delle quarte pagine. Ridiamone pure; il riso fa buon sangue. Arrivi o no la scienza positiva a rintracciare la causa di fenomeni così oscuri, sta in fatto che una spiegazione plausibile non ci fu data finora. Si esaltino dunque i fanatici nella contemplazione del soprannaturale, e si divertano gli scettici a fabbricare lepide farse sulle supposte manifestazioni. Ma si raccolgano i fatti frattanto, fatti che dieno ragione a questi o a quelli: si studii il problema; si metta a nudo la ciarlataneria tutta [14]quanta; e si vegga finalmente se una parte di vero c’è in questa fantasmagoria di nuovo genere.

«Gli egregi redattori del Fanfulla della Domenica conoscono la persona che scrive queste linee: nessuno di loro può metterne in dubbio la onorabilità e la serietà; e se cotesta persona ricusa di apporre qui la sua firma, come è pronta a farlo in argomenti d’altra natura, egli è perchè la condizione sociale sua gl’impone dei vincoli e dei doveri, e perchè in buon punto essa si ricorda della celebre massima del Manzoni a proposito degli autori: «il buon senso ci era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

«Gl’illustri scienziati d’Inghilterra [15]e di Germania a cui accennava il Fanfulla della Domenica, hanno studiato il problema dello Spiritismo nella parte che è forse la meno importante, in quella ad ogni modo che più facilmente si presta alle birichinate dei ciurmatori; vogliamo dire la parte dei fenomeni fisici: tavole che si sollevano e scricchiolano, strumenti musicali che suonano, luci misteriose che appaiono a rompere le tenebre d’una sala popolata di adepti. In molti casi la ciarlataneria fu scoperta, in molti altri no. Gli spiritisti dicono che le ciurmerie messe a nudo nulla provano contro la verità della nuova religione, contro la sincerità delle manifestazioni spiritiche per davvero. E gli scettici rispondono [16]che il non scoprire la furfanteria dei mediums prova tutt’al più l’abilità sopraffina di chi esercita il gioco, e la balordaggine dei supposti scienziati. E così in tale vertenza, come in tutte le vertenze di questo mondo, chiusa la discussione, ognuno rimane nell’opinione propria.

«Ma v’è una parte di cotesti fenomeni che la scienza non ha cercato ancora di approfondire; una parte che non dovrebbe sfuggire all’occhio indagatore di chi osserva spassionatamente: ed è quella che gli spiritisti chiamano fenomeni viventi: campo aperto, come quell’altro, alle frodi o grossolane e superficiali, o fini e sapientemente architettate, ma campo pure di studio diligente, di esame accurato, [17]quando non manchi la prova che nessun inganno è possibile.

«Chi detta queste linee può affermare sul suo onore d’uomo onesto che non fu vittima d’alcun inganno, nelle manifestazioni scriventi di cui vuol dare qui un breve cenno. Chi scriveva in sua presenza, sotto l’impulso d’una forza misteriosa, d’un processo patologico o fisiologico, o di un’intelligenza estranea che non si sa per quali cause s’innesta e si confonde all’intelligenza di lui, chi scriveva e chi scrive (chè trattasi sempre d’una stessa persona) è un giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizi del corpo che alle agilità della mente; piuttosto desideroso di divertimenti, [18]di gite all’aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, che voglioso di scrivere, anche a istigazione dei maestri, componimenti in italiano o in francese, le sole lingue ch’ei sappia e non benissimo; e così poco propenso, così poco entusiasta di Spiritismo, da meravigliarsi ingenuamente delle meraviglie altrui, quando la mano sua inconsapevole scrive frasi, periodi, discorsi che appaiono, a chi è del mestiere, di squisita ed elegante fattura.

«Ed è qui che noi domandiamo: come può spiegare la scienza questo fenomeno che lei chiama fisiologico, quando è addirittura remosso il più piccolo sospetto di malafede? Che [19]cosa succede nella mente d’un ragazzo, di cui l’ingegno non ha dato mai prove che superino l’ordinaria mediocrità, che cosa succede, dicevamo, quale processo misterioso in quella mente si svolge, quali nuove e inaspettate attitudini improvvisamente vi brillano, perchè egli possa, mentre con la mano sinistra accosta e remuove dalle labbra una sigaretta, mentre discorre di cose quasi puerili con chi gli è vicino, mentre sbadiglia di noia per la gran seccatura di dover tenere quel lapis in mano e dover seguitare l’impulso che riceve nel braccio, perchè egli possa, ripetiamo, scrivere terzine e quartine che paiono cesellate, sonetti ricchi di tutta la grazia d’un trecentista [20]quando è un poeta trencentista il supposto spirito che si manifesta? Quale potenza mirabile acquista a un tratto il suo stile di scolaretto svogliato, perchè in un momento la sua prosa, che racconta, puta caso, un sollevamento di plebe ai tempi della repubblica fiorentina, acquisti un nerbo, una vigorìa, un colorito tali, che ricordano la lingua e lo stile d’un Dino Compagni o d’un Villani? E si noti: le più eloquenti e le più straordinarie manifestazioni sono la precisa risposta, in elettissime forme di verso o di prosa, a domande verbali che noi formulavamo; sono tali qualche volta che gli uomini più illustri dell’antica e della moderna letteratura non sdegnerebbero di firmare.

[21]

«Ebbene, tutto questo che cosa significa? Come si spiega? Come dobbiamo rendercene conto?

«Supponete di non aver mai perduto di vista un ragazzo, neppure un giorno solo dacchè è nato: supponete d’essere stato coltivatore della sua mente, educatore del suo animo: supponete che una convivenza di tutti i giorni dia a voi la misura esatta di quella intelligenza e di quel carattere; e a più forte ragione dovrete supporre che quel ragazzo, non uscito mai dalla vostra custodia, deve essere nella impossibilità materiale d’imparare di nascosto, senza l’aiuto di persone e di libri, o una lingua morta, o un’arte che ha il [22]suo fondamento sopra un dato tecnicismo.

«Bene: se questo è, noi domandiamo alla scienza che spieghi questi altri fenomeni: lunghe frasi elegantissime scritte in latino: motti greci nell’antichissimo idioma omerico: elaborate frasi politiche in lingua inglese; e sopra un foglio di musica, improvvisamente messo da noi sulla tavola senza prevenirne alcuno, scritte col lapis varie battute d’un preludio religioso, soavissimo d’ispirazione melodica.

«A tutti questi fenomeni abbiamo assistito noi, senza l’apparato di riunioni spiritiche, senza preparazioni teatrali, meravigliati di tanta semplicità ingenua nel così detto medium[23]e di risultati così straordinari; insistendo sempre col giovanetto ignaro perchè per altri dieci o venti minuti seguitasse l’impulso della sua mano. E quella mano andava; e molte volte nomi illustri succedevano ad altri nomi famosi, e le idee e lo stile variavano secondo l’indole dei personaggi: da una lingua si passava ad un’altra: da una frase di Ferruccio si andava a un saporito epigramma di Béranger in versi francesi, applicabile a taluna delle persone presenti; e da un’arguzia garbata si trasvolava a qualche mistica descrizione degli splendori che illuminano di riflessi siderei la seconda vita. Ridiamone pure: ma la scienza che fa? Perchè non studia? Lasci pure in disparte [24]le tavole che girano, rida anche dell’alfabeto battuto dal piede d’un piccolo trespolo, metta in canzonatura i colpi nelle pareti e nel soffitto e la violazione delle leggi dell’equilibrio; ma studii con calma e con imparzialità il sincero fenomeno di questo improvviso arricchirsi d’una intelligenza, a certi dati momenti, di facoltà straordinarie, che si sa positivamente essere a lei abitualmente estranee.»

Da questa lettera e da uno scritto del Prof. Cesare Lombroso, che per debito d’imparzialità pubblicai nel numero 43 del citato giornale, fui rimesso sulla pesta di esperimenti ed osservazioni di cui ero rimasto colpito parecchi anni addietro.

[25]

***

È innegabile: alcuni fatti paiono oltrepassare di gran lunga i limiti dell’umana natura. Le fantasie molto vivaci vedono, con essi, spalancarsi dinanzi gl’infiniti spazî del meraviglioso, e vi si perdono e godono di perdervisi. Le menti fredde e osservatrici, massime se libere da preconcetti, indagano, studiano, tentano di darsi una ragionevole spiegazione.

In questo caso, i non scienziati hanno un vantaggio: non sono dominati dall’interesse di difendere ad ogni costo teoriche in voga, non son vinti dalla paura di vedersi crollare [26]sotto gli occhi edifizi scientifici penosamente costruiti; ed è ben noto come i pregiudizi degli scienziati siano sempre stati più tenaci e più pericolosi dei pregiudizi popolari.

Quando si pensa che, appena un secolo fa, a chi parlava di pietre cadute dal cielo, il Lavoisier rispondeva in nome dell’Accademia francese delle Scienze: nel cielo non vi sono pietre, e perciò non ne possono cadere, e poi leggonsi i recentissimi studi intorno agli aereoliti e agli asteroidi; quando si pensa che, appena un secolo fa, i fenomeni del magnetismo, ipnotismo o sonnambulismo provocato che vogliasi dire, trovarono nella stessa Accademia e in uomini come il Franklin, il Bailly, il Darcet, [27]una sistematica avversione a riconoscerne la realtà, e poi leggonsi i lavori pubblicati da cinque anni a questa parte, in Germania, in Francia, in Italia[1], che studiano quei fenomeni coi più severi metodi moderni, si prova un’invincibile diffidenza contro certi sdegnosi responsi di quella che meritamente vien chiamata la scienza ufficiale.

I fenomeni spiritici trovansi tuttavia, per la gran maggioranza degli scienziati, nello stadio primitivo delle famose pietre cadute dal cielo.

Certamente, con tanti e più immediati problemi di chimica, di fisica, [28]di fisiologia, di storia naturale, di psicologia positiva, che resistono ad ogni insistente indagine e infirmano le deduzioni, imbrogliano le classificazioni e rendono travagliatissimo il lavoro della scienza contemporanea, quest’inatteso problema, diciamo così, del mondo invisibile che già picchia forte all’uscio dei laboratorii, gridando: son qui anch’io! riesce, bisogna convenirne, un pochino seccante.

Meno male però se gli scienziati si contentassero soltanto di lasciarlo dietro l’uscio, come un importuno! Invece, essi aprono la finestra, gli buttano in viso la loro stizzosa e quasi fanciullesca negazione e richiudono, sbatacchiando, l’imposta; come [29]se questo bastasse a levarselo per sempre d’intorno.

Oh, i fatti sono cocciuti!

Ti ricordi le savie parole dell’Husson a proposito del magnetismo animale? Je vous dis, egli protestava, nel 1837, dinanzi ai suoi colleghi dell’Accademia di Medicina, je vous dis que vous ne pouvez pas plus vous constituer juges du magnetisme que de toute autre question scientifique, parce que vos jugements sont eux-mêmes justiciables du progrès des sciences, et que votre jugement d’aujourd’hui peut être réformé demain.

Non son passati neppur cinquant’anni, e il progresso della scienza gli ha dato ragione.

Ecco ora il Wallace, il Crookes, [30]il D’Assier che, coi loro scritti intorno ai fenomeni spiritici, protestano come l’Husson, mettono in mora i loro colleghi di scienza, dando pei primi l’esempio di applicare a quei fenomeni le difficili inquisizioni, le dure prove e riprove del metodo positivo. I loro colleghi, veramente, non mostrano ancora di darsene per intesi; ma aspettiamo, per dir molto, un cinquant’anni; chi vivrà vedrà.

Durante questo periodo di bizza o di esitazione degli uomini della scienza, è ben lecito a noi altri osservatori dilettanti l’intervenire nella discussione senza meritar la taccia di presuntuosi.

Lo so: la nostra curiosità è un po’ bracona. Noi prestiamo facilmente [31]attenzione quando gli scienziati non si degnano di voltar la testa; noi ci appassioniamo dietro alcuni fatti, osservando con piena buona fede, e non sempre senza le opportune cautele, quando gli scienziati, per una ragione o per un’altra, preferiscono di chiudere gli occhi e di tapparsi gli orecchi. Ma spesso il caso, che è cattivo perchè irragionevole, ci favorisce largamente, facendoci inciampare in fenomeni degni di non passare inosservati; e allora la nostra mezza ignoranza ci permette delle arditezze che lo scienziato evita con cura. Le nostre ipotesi, ordinariamente, hanno poco o punto valore; però non è raro che dal lavorio disordinato della mente [32]d’un dilettante baleni un’intuizione divinatrice da far qualche comodo al vero scienziato quand’egli avrà la pazienza di vagliare quella bizzarra farragine di osservazioni, quando non parrà sconveniente alla sua serietà il prestar benigno orecchio a impressioni alquanto vaghe ma vivaci, a ragionamenti forse sbagliati ma non campati del tutto in aria, perchè oggi anche i dilettanti sentono, volere o non volere, l’influsso del metodo positivo e si sforzano, alla loro maniera e secondo le scarse forze, di metterlo in pratica.

Sei anni fa, in campagna, mi divertivo a far raccolta di bruchi. Quelle meravigliose trasformazioni in crisalidi e in farfalle, tante volte lette [33]nei libri, tentavano la mia curiosità e cercavo di appagarla osservandole direttamente. Capisci bene che non facevo scelta; non era il caso. I bruchi del cavolo, quelli dell’ortica, quelli più rari di altre piante servivano indifferentemente al mio niente scientifico scopo; e le magnifiche Vanesse dalle ali di un nero porporino, orlate di giallo d’oro, gli splendidi Papilii Macaoni gialli e neri, dalle ali cosparse di polvere azzurrognola e prolungate come due piccole code, le gentili Cedronellesentimentalmente pallidine che agitavano sotto i miei occhi le ali ancora molli dell’umore vitale della loro crisalide, mi producevano sorpresa e diletto quanto le volgari Cavolaie che tutti, nella [34]nostra fanciullezza, abbiamo spietatamente rincorse per le siepi degli orti e pei campi.

Ebbene; sai che cosa mi accadde?

Mi accadde di osservare che, tra dieci, dodici bruchi del cavolo messi insieme sotto una campana di cristallo, uno o due, prima di rinchiudersi nella loro crisalide, figliavano, dal centro inferiore del corpo, poco più d’una dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che subito intessevano, in gruppo, dei bozzoletti gialli, come quelli del baco da seta, di forma ovale allungata, non più grossi dell’ottava parte di un chicco di grano. Mi attendevo una covata di minuscole farfalline; e, invece, dopo un quindici giorni di ansiosa aspettazione, [35]vidi sbucar fuori dei moscerini neri, dal corpo allungato, dalle ali sottilissime, dalle zampine più svelte di quelle di una mosca, che non avevano nessun rapporto coi bruchi da cui erano stati figliati, nè colle bianche farfalle uscite poi dalle crisalidi formate da quei bruchi immediatamente dopo il parto.

I libri di entomologia che avevo con me non facevano nessun cenno di un così strano particolare: ed esso non mi pareva meno meraviglioso delle trasformazioni dei bruchi in crisalidi e in farfalle. Anzi! Sorpreso di quel silenzio, replicai l’esperienza tre volte di seguito. Il resultato fu sempre lo stesso; tra dieci, dodici bruchi, uno o due figliarono la solita [36]dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che si costruivano lì per lì i loro microscopici bozzoletti.

Soltanto due anni fa, in Roma, il prof. Michele Lessona, a cui communicavo il fatto, mi fece capire che probabilmente l’osservazione era nuova, tanto che ne volle la descrizione e i disegni per farne una nota scientifica.

Si tratta di una specialità del bruco del cavolo? Di un vero parto? O di uova depositate da altri insetti tra l’epidermide di quel bruco che quindi serve da incubatrice?

La curiosità del dilettante attende, con rispetto, com’è suo dovere, l’osservazione completa del naturalista.

[37]

Ti ho raccontato questo fatto per confessarti che io mi sono occupato, a riprese, di Magnetismo e di Spiritismo allo stesso modo che ho sperimentato in campagna con quei bruchi e quelle farfalle.

Leggendo i libri del Tommasi, del Guidi, dello Charpignon e di parecchi altri, mi domandavo:

— Ma che cosa può esserci di vero in questi straordinarii fenomeni magnetici? Proviamo un pò.

E provavo.

Leggendo i volumi dell’Allan-Kardec, del Wiessèke, del Cahagnet, del Deleuze e del Caroli che crede all’azione del diavolo, mi domandavo parimente:

— Ma che cosa può esserci di [38]vero in questi meravigliosi fenomeni spiritici? Proviamo un po’.

E provavo.

Te lo ripeto: nel provare noi altri dilettanti godiamo del beneficio della nostra condizione; non compromettiamo nulla, neppure il nostro amor proprio. Metti, puta caso, uno di noi faccia a faccia con un fatto (nota, dico: fatto) che smentisse la legge della gravitazione universale. Siccome siamo perfino incapaci di valutare le conseguenze del gran rovinìo che accadrebbe nei calcoli e nelle deduzioni della scienza se venisse a mancarle sotto i piedi questo solido e sicuro terreno, così noi non avremmo nessuna difficoltà di accettare il fatto, ben constatato, s’intende, [39]e lasceremmo gli scienziati a sbrogliarsela tra loro e la Natura. Senti intanto che cosa dice uno di essi, anzi due.

«Questi fenomeni (quelli del Home) sono così straordinarii e così completamente opposti ad ogni più ferma credenza scientifica — tra le altre, all’universale e invariabile azione della forza di gravità — che anche al presente, ripensando i particolari di tutto quello che ho visto coi miei occhi, sorge un antagonismo nel mio spirito tra la mia ragione, la quale me ne afferma la impossibilità scientifica, e la testimonianza dei miei due sensi della vista e del tatto (testimonianza corroborata dai sensi di tutte le persone lì presenti insieme [40]con me) i quali affermano di non mentire attestando contro le mie idee preconcette.»

Al Crookes, di cui sono le parole citate, un amico, un gran scienziato egli dice, scriveva: «Qualunque sia la mia fede nella vostra potenza di osservazione e nella vostra perfetta sincerità, io provo un gran bisogno di vedere da me, e mi è penoso il pensare che esigerei molte prove. Dico: penoso, perchè capisco che non c’è altro mezzo di convincere un uomo all’infuori del fatto ripetutamente osservato: soltanto allora l’impressione diventa un’abitudine dello spirito, una vecchia conoscenza, insomma una cosa saputa da gran tempo, da non poterne dubitare. [41]Questo è uno dei lati più curiosi dello spirito umano, e negli uomini di scienza mi par più sviluppato che negli altri. Perciò non si deve facilmente tacciar di mala fede un uomo che resista all’evidenza. Per abbattere il vecchio muro delle credenze occorrono dei colpi replicati.»[2]

V’è anche un’altra ragione per cui noi dilettanti tentiamo certe prove senza nessuna esitazione. Non siamo spinti solamente dalla smania della verità; l’immaginazione entra per qualche cosa, per molto, nelle nostre disordinate escursioni a traverso l’ignoto. Infatti spesso cominciamo dal tentare [42]l’assurdo. Io, per esempio, prima di provarmi col magnetismo, non avevo cercato di mettere in pratica i segreti dell’alta magia?

Non ridere. Contavo appena sedici anni. Dopo di aver letto che il Goethe si perdette per mesi e mesi, con la mistica signorina Klettemberg, dietro la ricerca della terra vergine, sprofondandosi nello studio delle opere del Paracelso, dell’Aurea Catena Homeri, dell’Opus mago-cabalisticum del Walling, non ho più vergogna di confessarlo. E i miei esperimenti furono assai meno felici di quelli del gran poeta tedesco; non giunsi ad ottener nulla da mettere in riscontro col suo arseniato di potassa o col suo liquor silicum.

[43]

Nel 1855 un amico di collegio venne a communicarmi, con segretezza, la copia d’un manoscritto che diceva ritrovato da un ramaio nel buttar giù la facciata della sua piccola casa. Chi avea murato quel manoscritto nel fianco di una finestra? Da quanto tempo si trovava lì? Nessuno ne sapeva nulla. Il mio amico però pretendeva di sapere con certezza che il ramaio, provandosi a deciferare quei ghirigori sbiaditi dall’umido, era stato atterrito dall’apparizione di legioni di spiriti che gli gridavano, comanda! Vinta la prima impressione, egli avea poi largamente approfittato del sovrumano potere capitatogli in mano. Aveva violato delle ragazze, rapito delle belle mogli, [44]commesso non so quante altre ribalderie, ed era sempre sfuggito, per virtù dei suoi spiriti, alle attive ricerche della polizia e a quelle, più temibili, della vendetta degli offesi.

La copia del mio amico non conteneva la parte dov’erano le terribili evocazioni; nè tutti e due avremmo allora avuto il coraggio di avventurarci a tale lettura. Però volevamo apprendere senza fatica tutte le lingue morte e viventi? Volevamo indurre alle nostre voglie tre delle più belle ragazze del mondo? Bastava eseguire per l’appunto le formole dal manoscritto indicate.

Per le lingue occorrevano troppe cose, e nessuno di noi due era in caso di procurarsele. Dovemmo quindi [45]rimettere i nostri tentativi a tempi migliori, quando ci sarebbe stato facile il comprare le indispensabili placche di oro purissimo da incidervi sopra i segni cabalistici e i motti arcani capaci di produrre quell’effetto.

Fu per questo che io rivolsi la mia attenzione alle belle ragazze. E per tre giorni e tre notti consecutive recitai, con fede, la lunga preghiera: Adonai, Pater omnipotens sempiterne Deus…. (questo principio mi è rimasto fitto nella memoria); e in quei tre giorni evitai di far entrare altre persone nella mia stanza da studio che spazzai da me stesso, con una granata nuova. Nella sera del terzo giorno, preparata, tutto trepidante, la piccola tavola prescritta [46](con tre salviette, tre vassoi, tre bicchieri non usati e tre panini freschi) aperta l’imposta del terrazzino, senza neppur chiudere le cortine che servivano a separare la mia cameretta da letto dalla attigua stanza da studio, mi cacciai frettolosamente sotto le coperte e stetti ad aspettare.

Il fruscìo delle vesti delle tre belle tardava a farsi sentire per la stanza silenziosa, in quell’alta notte di inverno. Un leggiero soffio di vento agitava le cortine di mussola raccolte ai due lati e veniva a gelarmi la faccia; ma io continuavo ad aspettare, cogli occhi aperti, colle orecchie tese, col respiro un po’ accelerato.

Quando all’orologio della chiesa vicina scoccarono i paurosi tocchi [47]della mezzanotte e le argentine ondulazioni di quelle campane vibrarono più sonore per la stanza, non impedite, come le altre volte, dai cristalli chiusi e dagli scuri, fu (te l’assicuro) un momento solenne. Poi passò un quarto d’ora, passò una mezz’ora, passò un’ora… Nulla! La stanchezza ed il sonno finalmente mi vinsero; e, questo, così profondo che l’attività inconscia della mente ne rimase sopraffatta da non potermi apprestare nemmeno la magra consolazione di godere, sognando, la magica realtà che avevo invocato.

La trista realtà te la figuri facilmente. Avendo dormito tutta una lunga e fredda nottata invernale col terrazzino spalancato, la mattina dopo [48]mi trovavo addosso un’infreddatura indiavolata e tossivo peggio di un cane col cimurro. Fortunatamente la disperazione di dovermi soffiare, cento volte il giorno, quel povero naso intasato mi fece perdere, e per sempre, ogni velleità di gran mago.

Non credere che nei miei tentativi, meno fantastici, meno impossibili, del magnetismo e dello spiritismo, l’immaginazione fosse intieramente messa da parte; no. Correvo dietro l’ignoto più pel gusto di corrergli dietro, che per un chiaro e definito intendimento scientifico qualunque.

Le prove e le riprove questa volta venivano fatte un po’ più riflessivamente, [49]ma l’immaginazione vi cercava, innanzi tutto, il suo pascolo: la sorpresa del nuovo, del meraviglioso naturale. E se la cresciuta intelligenza osservava, comparava e, in qualche modo, debolmente, induceva, alla fine, imbarazzata, lasciava lì i resultati ottenuti, i materiali raccolti e non riusciva a farne alcun uso.

Ci son voluti di begli anni prima che mi balzasse in mente l’idea di una coordinazione di quei fatti con altri fatti di diversa natura, prima che dal loro insieme sgusciasse fuori, come una grande interrogazione, il problema psicologico-letterario di cui voglio parlarti.

Ora, il miglior modo di esporre un problema mi sembra quello di mettere [50]sotto gli occhi altrui tutto il suo naturale processo di formazione. I nostri ragionamenti più astratti poggiano, non foss’altro che colla punta d’un piede, sulla granitica roccia dell’esperienza dei sensi. E non saltan di lancio in vetta, a respirarvi l’aria sottilissima e non confacente a tutti i polmoni, dei concetti generali; bensì montano lentamente, gradatamente, guadagnando con sforzo la rapida salita, seguendo tutte le sinuosità dei sentieri, fermandosi di quando in quando, cercando il passaggio più facile, tentando le scorciatoie, qualche volta tornando indietro quando la strada, presa per isbaglio, non ha sbocco e li arresterebbe a mezza costa, sull’orlo [51]vertiginoso di un precipizio senza fondo. I fatti riprodotti col loro ordine di successione pongono il lettore nella circostanza di poter rifare un lavoro di osservazione e di astrazione molto simile a quello già eseguito da chi li espone; gli mettono in mano il bandolo per strigare, in una maniera o in un’altra, quella stessa matassa; e, se i resultati si riscontrano in un’identica conchiusione, tanto meglio per tutti e due e per la verità; se, al contrario, spuntano verso direzioni opposte, tanto peggio per lo scrittore o pel lettore, ma sempre tanto meglio per la verità.

In ogni caso, bisogna che il lettore sia assolutamente garantito intorno [52]alla realtà dei fatti che gli vengono sottoposti. Io, come il capo delle assise, giuro sul mio onore e sulla mia coscienza, che in tutto quello che son per raccontare non ho aggiunto nessuna frangia, neanco una virgola di mio. E giuro tanto più facilmente, quanto più son sicuro di non essere stato vittima di nessuna allucinazione, di nessuna soperchieria. Nel maggior numero dei casi, tra me e il fatto osservato non ci entrava intermediario di sorta. Ero io stesso che sperimentavo sopra una persona affatto ignara di quello che mi proponevo e volevo ottenere. La ripetizione, a sazietà, di un dato fenomeno mi rende certo di non aver osservato male, di non esser [53]caduto in preda di illusioni ottiche, o di allucinazioni di esaltato. Sarebbe stata bella che io mi fossi bambinescamente compiaciuto d’ingannare me stesso, mentre tentando un esperimento, cercavo di persuadermi della sua possibilità, secondo avevo letto sui libri.

I documenti che non provengono dalla mia personale esperienza, posso garantirli egualmente come esenti di frode; alcuni perchè, nati sotto i miei occhi, fanno parte integrante delle mie ricerche e dei miei tentativi; altri perchè provenienti da persona ben conosciuta e della cui lealtà e buona fede non è possibile dubitare.

E qui ti confesso, caro Farina, che [54]mi par di far un bell’atto di coraggio mettendomi a raccontar fatti e a presentar documenti contro i quali so, anticipatamente, di dover trovare armata la diffidenza, la preoccupazione e, lasciamelo dire, la prosuntuosa ignoranza di gran parte del pubblico. Ma se fra mille che mi canzoneranno, se fra altri mille che non vorranno prestarmi fede, incontrassi una persona ragionevole e competente la quale, anzi che permettersi di sorridere e di dubitare, prendesse in mano il manipolo dei fatti da me raccolto e lo gettasse, insieme colle mie induzioni e colle mie ipotesi, nel crogiuolo dell’analisi positiva, io mi terrei ricompensato, e con usura, del mio ardire imprudente.

[55]

Nè credere che il mio amor proprio di osservatore abbia a sentirsi un pochino mortificato nel caso, possibilissimo, che le mie induzioni e le mie ipotesi risultino, dopo un serio esame, insussistenti ed assurde; t’inganneresti di molto. Le ipotesi, le induzioni io le do per quel che valgono, per prodotti di un curioso, di un osservatore dilettante, è come dire di un mezzo ignorante. Pei fatti, pei fatti soltanto, son pronto a stender la mano sul fuoco e a lasciarvela bruciare.

***

Se dovessi ricominciare i miei esperimenti di sonnambulismo provocato, [56]non sarei oggi così imprudente come nell’estate del 1864 in Firenze. Ma allora non avevo nessuna idea del delicatissimo e terribile strumento col quale mi baloccavo, intendo dire il sistema nervoso di quella ragazza sui diciotto anni, non bella, d’un bruno pallido, di costituzione linfatico nervosa che così gentilmente si prestava a tutti i miei capricci di dilettante.

Bisogna però riconoscere che la tentazione era assai forte.

Entrata in sonnambulismo con qualche difficoltà, dopo nove sedute consecutive, non mai durate meno di un’ora e mezzo, la Beppina P…. avea mostrato quasi subito facoltà di sonnambula talmente eccezionali, [57]talmente docili e sottomesse alle più strane pretese di uno sperimentatore senza scrupoli perchè ignaro dei danni ove poteva inciampare, che il resistere agli allettamenti di quella rarissima occasione sarebbe stato, da parte mia, uno sforzo proprio miracoloso.

A chi mi avesse detto in quel tempo che io, magnetizzando, provocavo una crisi quasi identica alla gran nevrosi dell’isterismo, come è già stato recentemente verificato dalla scienza, avrei risposto, senza dubbio, con una scrollata di spalle. Ora capisco che devesi alla solida costituzione di quella ragazza se i miei esperimenti, cominciati un po’ per chiasso, un po’ da senno, non [58]ebbero — mi vengono i brividi nel pensarci — un funestissimo resultato.

Figurati che, nientemeno! io mi divertivo colle allucinazioni come con dei giuochi di prestigio. Non sospettavo neppure che, a forza di condurre quell’organismo all’estremo limite dell’allucinazione provocata, lo mettevo a repentaglio di cadere, forse irrimediabilmente, nella vera pazzia.

Tu sai che basta dire ad una sonnambula: ecco un serpente! ecco un leone! eccoti trasformata in passerotto! eccoti diventata una vecchia! perchè quella provi realmente il ribrezzo della vista del serpente, il terrore della presenza del leone, perchè perda la coscienza della sua personalità e si creda un uccellino, [59]perchè si atteggi e pensi e parli come una persona molto acciaccata dagli anni.

Il Richet[3], fra i tanti casi da lui stesso sperimentati, racconta quello d’un suo amico al quale disse: eccoti diventato un pappagallo! Il sonnambulo esitò un momento e poi domandò, seriamente: debbo anche mangiare la canapuccia della mia gabbia? (pag. 248).

Non meno curioso è il caso di quella donna che, credendosi già trasformata in coniglio, come il Richet le avea detto, si buttò per terra a quattro piedi, facendo atto di rosicchiare [60]alla guisa dei conigli, saltando sulle gambe di dietro. Aveva poi fatto un salto brusco. Ritornata nello stato normale, lo spiegava così: mi pareva di mangiare un cavolo saporito quanto un tartuffo; ma intesi rumore e, credendo che venisse un cane, dalla paura, scappai via per andare a nascondermi nella mia tana (pag. 249).

Vista la padronanza quasi assoluta esercitata dalla volontà del magnetizzatore sull’organismo della sonnambula, non mi sorprendeva che le cose da me immaginate prendessero nella mente della Beppina forma, colorito, solidità, e le apparissero proprio come reali. Quel corpo non diventava, sotto la mia influenza, una [61]specie di automa? Non lo facevo correre, arrestare, piegare, atteggiare in tutti i versi, prima con quei movimenti delle mani, di alto in basso, che i magnetizzatori han chiamato passaggi, poi col semplice comando di una parola un po’ energicamente pronunciata e, finalmente, colla forza, più inesplicabile ma non meno efficace, della volontà solamente pensata? Perciò le esperienze di questo genere, dopo che le ebbi ripetutamente provate, non mi parvero più tali da farne un gran caso.

Allora mi passò pel capo l’idea di vedere se l’allucinazione, così facilmente ottenuta durante il sonnambulismo, poteva egualmente venir riprodotta, [62]o almeno prolungata, nello stato di veglia.

Il Richet (torno a citarlo perchè la testimonianza di un vero scienziato è un preziosissimo aiuto per un dilettante) parla di una certa V… nella quale provocava, appena destatala dal sonno magnetico, allucinazioni o per lo meno illusioni che duravano circa dieci minuti. Le diceva: ecco un cane! ed essa credeva di vedere il cane. «Intanto i suoi occhi erano aperti, la sua intelligenza aveva ripreso le apparenze normali, e nulla indicava che ella risentisse ancora gli effetti del sonnambulismo. Su questo punto, egli aggiunge, come su tant’altri c’è da fare molte esperienze, molti saggi, [63]utili o infruttuosi non importa. Ad ogni passo fatto in avanti, ci si rizzano dinanzi problemi assai più complicati e di più difficile soluzione.» (pag. 203).

Pare che le mie esperienze siano state, senza volerlo, uno di questi passi in avanti.

Un giorno dissi alla Beppina: dorma! ed essa restò, al solito, come fulminata, nell’atteggiamento in cui si trovava. Immediatamente fissai la mia attenzione sulla persona (suo fratello) che intendevo di farle vedere trasformata in un mostro umano dal naso enorme, dalla gobba più enorme; e perchè la mia immaginazione operasse più intensamente, feci attorno il corpo del fratello quei [64]passaggi che avrei dovuto fare sulla testa di lei.

Non le dissi: vedrà suo fratello trasformato in un mostro, ma la svegliai (un soffio alla faccia bastava) colla fermissima volontà ch’ella lo vedesse a quel modo.

Lo guardava, sorpresa, incerta se dovesse credere ai suoi occhi. — Oh Dio, com’è brutto! esclamava, coprendosi il volto colle mani; ma tornava a guardarlo. Quella disgrazia di suo fratello la desolava e, nello stesso tempo, la faceva ridere. — Che naso! Che gobba! — E afferrava colle due mani quel naso che le pareva dovesse urtarla quando suo fratello le si accostava; e dava pugni su quella gobba o la palpava, a distanza, [65]seguendone la curva, come se avesse palpato una gran gobba davvero.

Così io mi accorsi che l’allucinazione, oltrepassato il senso della vista, per una specie di consentimento dei nervi, si era comunicata, senza che io ne avessi avuto l’intenzione, anche al senso del tatto.

Intanto la Beppina cominciava a dubitare: era un’illusione? era una realtà? E venutole il sospetto che potess’essere un’illusione prodotta da me, rimase grandemente turbata e mi pregò di fargliela sparire subito, perchè già sentiva uno sbalordimento, una strana confusione nella testa che le faceva paura.

L’addormentai per svegliarla colla [66]intenzione che non dovesse più rammentarsi di nulla. E non si rammentò di nulla.

Ritentai la prova il giorno dopo, facendole vedere suo fratello trasformato in bionda signora dall’abito di faille nero, dalla mantelletta di velluto e dal cappello di raso dello stesso colore, guarnito di fiori azzurri. Richiesta, la Beppina me la descriveva precisamente, come l’avevo immaginata; e, di soppiatto, domandava alla sua mamma: chi è questa signora? che cosa vuole? Soltanto era un po’ sorpresa di vederla andare attorno, in casa altrui, con troppa libertà per una sconosciuta; e, veramente, suo fratello non stava lì fermo, seduto sulla poltrona, come [67]esigeva il personaggio che gli facevo rappresentare.

Questa volta l’allucinazione s’era estesa anche all’udito. La Beppina non riconosceva il fratello neppure alla voce; e, interrogata, gli rispondeva con ritenutezza contegnosa. Una commedia divertentissima.

Convintomi che l’allucinazione non le recava alcun disturbo, volli cavarmi la curiosità di osservare, abbandonandola a sè stessa, quanto tempo sarebbe durata. Continuò per più di un’ora e mezzo; indi, a poco a poco, rallentossi, lasciando scorgere, a traverso la vaporosa parvenza illusoria, la persona reale, come dietro un velo di tulle, diceva la Beppina: poi, quasi a un tratto, cessò.

[68]

Ma allora la Beppina venne subito ripresa dal turbamento, dalla confusione della prima volta e dovetti riaddormentarla per levarle via quella strana impressione che la rendeva balorda.

Da allora in poi mi lanciai nel mare magno delle allucinazioni con un piacere fanciullesco; e furono esperimenti senza numero, uno più bizzarro dell’altro. La mia volontà di magnetizzatore produceva miracoli, a petto dei quali gl’incantesimi delle fate sarebbero parsi ridicole inezie. Le stanze trasformavansi in magnifici giardini dagli immensi viali ombrati, dalle aiuole screziate dei più bei fiori che occhio umano avesse mai visto; marmoree fontane zampillavano, [69]iridate al sole, in mezzo alla fresca verzura dei prati; graziosi animali d’ogni specie, scimmie, pappagalli, colibri, uccellini-mosca, grosse farfalle azzurre saltellavano, volavano, cantavano attorno alla Beppina, con suo gran diletto. Quegli uccellini brillanti come un topazio la intenerivano singolarmente; e, se io le ordinavo di acchiapparne qualcuno, tosto mi pregava di rendergli la libertà: — Poverino! Era così bello!

Ricordo di uno scimmiotto ch’ella si divertiva (idealmente) a mandare in camera di una pigionale vecchia e noiosa, perchè le mettesse ogni cosa sossopra e la facesse arrabbiare. Ma una volta le parve che lo scimmiotto, saltato addosso alla vecchia, la graffiasse [70]e la mordesse: e si mise ad urlare: no! no! tremando tutta, convulsa.

Temetti un accesso nervoso; e, sbadatamente, le dissi che non era vero, che lo scimmiotto era un’allucinazione….

— Come non era vero?

Portò le mani alla fronte. Non sapeva persuadersi in che modo, desta, ad occhi aperti, potesse vedere quel che non era.

— Guardi! le dissi, soffiandole forte sulla faccia; non c’è più nulla!

L’allucinazione era sparita; ma la Beppina si premeva tuttavia, colle due mani, la fronte, pallida, fissando gli sguardi spaventati sopra di me che le ripetevo, ridendo: è uno scherzo.

[71]

— Per carità, disse, non me lo faccia più! Mi sento strizzare il cervello; mi fa male….

Rimediai alla mia storditaggine col solito mezzo; però quella volta, benchè, addormentata e svegliata, non si ricordasse più di nulla, la Beppina rimase fino a sera colla testa un po’ offuscata da una specie di accapacciatura; e mi domandò se non l’avessi trattenuta in sonnambulismo più a lungo del solito. Le risposi di sì, quantunque il suo vero sonnambulismo fosse durato pochi secondi. Non contavo come tale quell’allucinazione di un quarto d’ora, perchè i movimenti, gli atti, i ragionamenti di lei allucinata non porgevano nessun indizio di uno stato anormale.

[72]

L’allucinazione sparita col solo soffio mi fece sospettare che non era forse indispensabile addormentar la sonnambula per farle subire gli effetti della suggestione allucinatoria, come la chiama benissimo il Richet. Non sarebbe bastata la volontà, resa più efficace da passaggi fatti in maniera che quella non avesse potuto neanche accorgersi della mia intenzione?

Concepire la possibilità d’un esperimento e tentarlo era tutt’uno per me.

La gran caldura mi costringeva a passare in casa quasi l’intiera giornata, e perciò mi svagavo col magnetismo, prendendo brevi appunti d’ogni esperimento che tentavo.

[73]

Quel giorno stavamo per andare a tavola. Un ritratto di Garibaldi, appeso alla parete, mi suggerì l’idea di far vedere alla Beppina il suo babbo trasformato nel Generale dalla camicia rossa, dalla testa leonina, dalla bella barba bionda. E il contrasto era perfetto. Il signor P……. aveva certi baffoni appuntati e una barba folta, lunga, d’un nero un po’ brizzolato di bianco che gli dava un’aria truce, mentre egli, all’opposto, era proprio un cuor d’oro.

La Beppina trovavasi affacciata alla finestra. Affacciatomi accanto a lei, le feci, senza che se n’accorgesse, alcuni passaggi alla spina dorsale, e le dissi:

[74]

— Vada a vedere chi c’è di là. Sarà a pranzo da noi.

— Ma è Garibaldi!

Era tornata subito addietro, rossa dalla commozione e dalla gioia. E siccome in quella famiglia tutti idolatravano il Generale, la Beppina durante il desinare, parlò poco, non sapendo staccar gli occhi da quel volto immaginario, lietissima che il ritratto posseduto gli rassomigliasse così bene. Lo credo! Dovea rassomigliargli per forza; giacchè, nel farle i passaggi, m’ero proprio fissato, col pensiero, su quella brutta litografia, allumacata di minio e di giallo, posta in cornice nel salotto.

Come tu vedi, gli esperimenti eran già diventati di una semplicità [75]di esecuzione meravigliosa. Dopo parecchi altri dello stesso genere, li resi ancora più semplici, sopprimendo addirittura i passaggi.

Io non dubbitavo menomamente della realtà del fluido magnetico di cui mi parlavano i libri; anzi la scoperta, allora recente — del Pacini, mi pare — di microscopici organi elettromotori nei polpastrelli delle nostre dita mi spingeva a fantasticare che tra il così detto fluido e l’elettricità dovesse correrci una ben intima relazione.

Ora so che il Richet, dopo le osservazioni del Burq e dello Charcot, inclina molto verso questo parere. Con esse è stato dimostrato che dal contatto di un metallo poco ossidabile [76]con la pelle sviluppansi debolissime correnti elettriche capaci di modificare rapidamente la sensibilità di un intiero lato del nostro corpo[4].

Magnetizzatore e magnetizzata li consideravo come due macchine telegrafiche messe in comunicazione dal filo conduttore. Se questo apparentemente lì mancava, c’era la volontà che, producendo la corrente, lo suppliva in qualche modo, come suppliva egualmente l’azione, assai più importante, del telegrafista. Mi pareva che — io inducendo la mia corrente (fluidico o elettrica che fosse) nell’organismo della sonnambula, e questa riproducendo, col sonno, [77]colla catalessi, coll’anestesia, colle allucinazioni, i dispacci trasmessile dalla mia volontà, facevamo tutti e due un’operazione quasi identica a quella delle sopraddette macchine telegrafiche, sebbene con mezzi alquanto diversi. Mi pareva che i passaggi, gli ordini indetti, a voce, la volontà soltanto pensata, fossero gradazioni, più o meno notevoli, d’una stessa forza o energia che debbasi dire, richieste dalla progressiva educazione sonnambolica di quell’organismo; e il sorprendente crescendo di fenomeni osservato nella Beppina recava una potente conferma a quella mia opinione. Qual meraviglia dunque che ridotto automatico, insensibile agli eccitamenti dolorosi, insomma [78]caduto in piena balia della mia volontà dirigente, quell’organismo ricevesse anche la sensazione reale delle più strampalate immagini formate appositamente dalla mia fantasìa e le ritenesse come sensazioni di cose veramente esistenti?

Questa ipotesi, te lo confesso, non mi par cattiva neppur ora. La scienza al presente, ne sa — nè più, nè meno — quanto noi due; e le sue varie spiegazioni dei fenomeni del sonnambulismo provocato non presentano certamente maggior solidità della mia. Quella dell’Heidenhain[5], per citarne una sola, che considera i passaggi magnetici come [79]un debole eccitamento della sensibilità di contatto e della sensibilità termica, non potrebbe dare nessuna plausibile ragione delle esperienze che sto per dirti. Lo scienziato cauto e circospetto da me più volte citato conchiude che «nelle condizioni attuali della scienza, quel che si può fare di meglio sia l’ammettere molte cause diverse, agenti simultaneamente e in concorrenza. L’attenzione aspettante viene, per esempio, aiutata dalle eccitazioni visuali ed auditive che, ripetendosi monotonamente, fanno impressione sur un sistema nervoso predisposto alla loro azione. L’influenza della volontà avviene forse, per l’effetto dello stato elettrico della mano del magnetizzatore, [80]modificato dalla commozione che prova e dai movimenti che fa.

Ma sono, egli conchiude, tutte ipotesi negative; e il confessarlo è già qualche cosa.»[6].

Allorchè, smessi i passaggi, vidi l’allucinazione prodursi colla stessa evidenza di prima e unicamente per via di pochi soffii sopra un oggetto o d’una brevissima concentrazione della volontà sempre all’insaputa della Beppina, io non più credetti soltanto alla realtà di quella x incognita che poteva essere il fluido magnetico, l’elettricità o un altro agente ancora senza nome; ma credetti pure alla possibilità di foggiarlo a piacere, [81]di renderlo percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi supremamente sensibili della mia magnetizzata, e di ridurlo, per essa, resistente e pesante. Infatti, se facevo il gesto di porgerle qualche cosa, ed essa vedeva subito il fiore, il libro, le monete che avevo avuto la intenzione di farle vedere; e credeva di annusare quel fiore, di metterselo sul seno o tra i capelli; e credeva di recare quel libro nella mia stanza e di posarlo sul mio tavolino; e credeva di contar quelle monete e porle in serbo nella sua borsa. Premendo colla mia mano sulla sua contro un tavolino o una parete, questa mano vi aderiva così fortemente che il babbo e il fratello della Beppina tentavano [82]indarno di staccarnela. — Ahi! ahi! Mi fate male! Mi spezzate il braccio! ella gridava. Ed era evidente che tutto il suo corpo non faceva nessuno sforzo per tener quella mano contro il tavolino o la parete; era evidente che la sua forza di ragazza non sarebbe punto bastata per resistere al suo babbo e al fratello, tutti e due molto robusti. Facendo alcuni passaggi sulla soglia di un uscio, potevo, lì per lì, formarvi un ostacolo per lei insormontabile; ed ella, che ignorava quei passaggi e la mia intenzione nel farli, accorrendo in fretta dalla stanza dove per caso si trovava, a un tratto, giunta dinanzi a quell’uscio, si arrestava, sorpresa [83]di non poter più fare un passo in avanti.

Quest’ultima esperienza, ripetuta un’infinità di volte, circondandola di tutte le più scrupolose cautele, fu da me rifatta quasi un anno dopo, nel maggio del 1865, quantunque non l’avessi ritentata da gran tempo. Uno dei miei fratelli, venuto per le feste dantesche, afferrata la Beppina solidamente pei polsi, voleva costringerla a varcare quella soglia incantata. — Dio!… Mi strappa le braccia!… urlava la Beppina. E mio fratello dovette smettere; e quasi non credeva a sè stesso.

Oggi questa ipotesi della capacità del fluido magnetico — elettricità o altro agente ancora senza nome — di [84]esser foggiato a piacere, reso percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi sensibilissimi della magnetizzata, e ridotto, per essa, resistente e pesante, mi pare non solo assurda ma inutile affatto. Non basta forse la estrema sensibilità della sonnambula perchè questi fenomeni così fuor del comune trovino la loro facile e ragionevole spiegazione e sian rimessi dentro la cerchia di tutti gli altri fenomeni del sonnambulismo provocato?

Oramai, per la eccessiva frequenza degli esperimenti, le relazioni tra magnetizzata e magnetizzatore dovevano esser diventate di tale fulminea rapidità che la Beppina poteva benissimo sentire istantaneamente l’impressione [85]del mio pensiero, e provar quindi i soliti effetti dell’allucinazione provocata, mentre io mi immaginavo, ingenuamente, di foggiar a piacere e rendere solido e pesante quel qualcosa della cui natura non avevo, nè ho tutt’ora, nessunissima idea. Nè c’è al mondo chi l’abbia!

Intanto, a furia di esperimenti ripetuti, variati, intrecciati insieme con tanta inconsideratezza e tanta prodigalità, avevo siffattamente sconvolto il sistema nervoso di quella brava ragazza, che una crisi isterica, o un che di somigliante, doveva ben presto, in un modo o nell’altro, colpirla. Non aspettai che questa venisse naturalmente, per diretta conseguenza; ma le andai sbadatamente [86]incontro, le feci ressa; e quando i fenomeni della gran nevrosi isterica scoppiaron fuori con la loro terribile violenza, non fui più buono a dominarli.

***

Della vera gran nevrosi isterica?

Sarebbe, da parte mia, troppa presunzione lo affermarlo.

Con questi benedetti fenomeni magnetici e spiritici (già siamo sulla soglia dello Spiritismo) si brancica tuttavia nell’oscurità, passando di sorpresa in sorpresa. Quando par di essere omai sicuri di aver afferrato relazioni intimissime tra i fenomeni, per esempio, della gran nevrosi [87]e quelli del sonnambulismo provocato, ed ecco apparire differenze non meno certe, non meno notevoli, di grado, d’intensità, di mezzi, di resultati, che ci fanno ricadere nel buio, togliendo quasi ogni valore ai confronti, alle deduzioni, alle timide ipotesi foggiate. Così quando par di essere egualmente sicuri che tra i fenomeni del sonnambulismo e gli spiritici corrano relazioni di parentela non meno strette delle altre già osservate fra il sonnambulismo e la gran nevrosi, ed ecco nuovi fenomeni che ci sbalestrano lontani mille miglia, e ci strappan fra le mani quell’esile filo da cui ci aspettavamo di esser guidati per l’intrigatissimo laberinto.

[88]

Si tratta, probabilmente, di gradazioni, di sfumature, forse; ma chi potrebbe dirci in questo momento dove il sonnambulismo finisca e la gran nevrosi incominci? Dove il sonnambulismo finisca e incominci lo Spiritismo?

La gran nevrosi isterica sembra prodotta da una lesione organica, accidentale o ereditaria importa poco; o per lo meno da un pervertimento di funzioni, spesso irrimediabile, del sistema nervoso.

L’alterazione temporanea, provocata in questo, lentamente, dall’azione del sonnambulismo, è, nel maggior numero dei casi, proprio innocua, non lascia traccia neppur nella memoria della persona magnetizzata, [89]ed ha un carattere fisiologico spiccatissimo. Le belle ricerche del Baillif[7], intorno al sonnambulismo delle isteriche, son lì per provarlo. Nelle isteriche il sonnambulismo diventa patologico affatto.

Dai fenomeni magnetici agli spiritici il passaggio vien così agevole che si avverte appena.

L’allucinazione, ripetutamente provocata, si svolge, a poco a poco — nei particolari — con una tal quale indipendenza. Qualcosa della personalità della sonnambula sussiste, resistendo, e, avuta la spinta verso una direzione qualunque, si mette a lavorare, più o meno attivamente, [90]secondo le circostanze, per proprio conto. Fino a qual punto può giungere questa attività interiore che, rimanendo sempre incosciente, dà quindi alla sonnambula l’illusione, naturalissima, di un che fuori di lei?

Avevo già notato nella Beppina i sintomi della sua graduale emancipazione dalla influenza del magnetizzatore. Di quei personaggi, di quei giardini, di quei viali ombrati, di quelle marmoree fontane zampillanti, di tutti quei graziosi e vispi animaletti di cui mi divertivo a circondarla, io tracciavo, per dir così, soltanto le linee generali, i contorni. La sua immaginazione sovra eccitata sviluppava, coloriva, animava ogni cosa; come hai dovuto specialmente notare [91]a proposito di quello scimmiotto che le parve graffiasse e mordesse la vecchia pigionale noiosa, senza che mi fosse mai passato nulla di simile per la testa.

Anzi, una volta, questa emancipazione interiore mutossi in una parziale ribellione del sistema nervoso. Quella sera le palpebre della Beppina rimasero ermeticamente chiuse e a nulla valsero i ripetuti soffii e i passaggi, nè i violenti spruzzi d’acqua fresca al viso e gli altri mezzi da me adoperati per fargliele aprire.

— Non si confonda! ella mi disse, vedendomi un po’ turbato dalla novità del caso. Ci veggo egualmente.

E in prova, lesse, scrisse, benchè gli orli delle sue palpebri fossero così [92]cuciti fra loro che la pressione delle mie dita non riusciva menomamente a scostarli; e preparò la tavola per la cena, ridendo delle mie precauzioni quando volevo impedirle di mettere al posto le bottiglie e i bicchieri, per paura che, urtando, non li mandasse in frantumi.

Riaddormentatala, dopo cena, le chiesi con insistenza di suggerirmi un rimedio per quell’inatteso inconveniente.

— Non è nulla, rispose. Ho dormito magneticamente un po’ troppo; ecco. Riaprirò gli occhi domani.

E così avvenne.

Nel caso che sto per raccontarti questi piccoli accenni di emancipazione diventan rivolta addirittura.

[93]

Poco sapevo allora intorno allo spiritismo, e più per sentito dire che per cognizioni attinte dai libri. Mi era stato assicurato che col mezzo del sonno magnetico l’evocazione spiritica riusciva assai facilmente. Altri ci si era provato, pareva, con buon successo; volevo provarmici anche io.

La cosa m’interessava per un’altra ragione. Covavo da mesi, una Vita di Ugo Foscolo, il mio idolo letterario giovanile, ed ero arrabbiatissimo di certe lacune incontrate qua e là, che non trovavo modo di riempire.

L’Orlandini e il Mayer, interrogati sulla Calliroe posta recentemente dal Chiarini in piena luce, mi avevano tutti e due risposto che forti [94]riguardi sociali vietavano ancora di alzare il velo di quest’episodio foscoliano; e intanto quel po’ che se ne intravedeva stuzzicava straordinariamente la mia curiosità di biografo appassionato.

Dovevo proprio rimanere al buio?

Fu così che mi venne la cattiva idea d’indirizzarmi allo stesso Foscolo, facendolo evocare dalla Beppina. Era naturale, via! che, dopo tante meraviglie magnetiche, non dubbitassi più di nulla, di nulla!

La sera del 23 agosto, dunque, fattala entrare a posta in sonnambulismo, le dissi:

— Potrebbe mettersi in communicazione collo spirito di un uomo morto in Inghilterra nel 1827?

[95]

— Proviamo, rispose. Come si chiamava?

— Ugo Foscolo.

La Beppina, che si trovava distesa sopra un canapè, voltatasi dalla parte del muro, si era messa a pregare sotto voce. Dopo alcuni minuti, mandava un grido, spaventata, agitando le braccia:

— Lo spirito è apparso! Ma, visto che non gli dicevo nulla, è andato subito via…. Che terrore!… Senta come sono diaccia!… Mi metta addosso una coperta.

Per quella sera ci fermammo lì.

— Ora lo chiamo, disse ella stessa la sera dopo. Tanto, è meglio che mi abitui.

[96]

E si voltò di nuovo verso il muro, ripetendo sottovoce: vieni! vieni!

L’apparizione non si fece troppo aspettare.

La Beppina tremava, però meno assai della prima volta.

— L’amico che è qui desidera conoscere alcune intime particolarità della tua vita…. Me le dirai?

Spirito. Te le dirò. Ma questa sera tu non sei abbastanza forte da sostenere la mia conversazione. Ci rivedremo domani.

Era la Beppina stessa che rispondeva, con una voce contraffatta, grossa, di uomo burbero e violento.

— Te ne vuoi andare? gli domandò col tono ordinario.

Spirito. Sì.

[97]

E la sua voce era tornata grossa, virile: immagina tu con quale effetto!

Ricopiando questi dialoghi dai miei appunti di vent’anni fa, sento nuovamente suonarmi nell’orecchio quella voce aspra e violenta, e riveggo la faccia pallida e contratta della sonnambula che metteva paura a guardarla. Con queste vere intermittenze della personalità di lei, con questi cambiamenti di voce, la scena diventava potentemente drammatica e l’illusione era completa!

— Che aspetto ha? le domandai.

— Buono, rispose. Rassomiglia al ritratto che lei ne ha… Ma guardi com’è scarno!.. Mi fa orrore!

Eppure, per compiacenza verso di [98]me, si rimetteva ogni sera, di buona voglia, ad evocarlo.

La terza sera, lo Spirito si mostrò alquanto restìo.

La Beppina dovette affaticarsi un dieci minuti a pregare: vieni! vieni! e, quando esso le apparve, era estremamente spossata.

— Mi dirai dunque le particolarità della tua vita?… Oh, bella!… Non mi rispondi? O che sei di sasso?… Rispondi! Dio! Come mi fai affaticare! Rispondi, rispondi!

Spirito. Ma perchè da tre sere mi tormenti?

— Io? Forse senza volerlo… Dammi la mano…. Un solo dito?… Pare un dito di scheletro.

Spirito. Perchè mi tormenti?

[99]

— No, anzi voglio il tuo bene.

Si sentiva spossata:

— Questo spirito è tanto duro!… Se lei sapesse come ho dovuto pregarlo!

E volle riposarsi un momentino; ma il suo riposo non fu tranquillo. Vedeva dei brutti ceffi:

— Li mandi via! Li mandi via!

Con pochi passaggi alla fronte, i brutti ceffi sparirono. Ma ecco, da lì a poco, altre apparizioni.

— Oh! Oh! Guardi che bei fiori!… Oh quante belle ragazze! Queste sì che voglio vederle! Eccone una qui vicina. Mi ha dato un gran mazzo di fiori… Che bel nastro! Lo regalerò alla zia… E tu chi sei che vieni a visitarmi? Come ti chiami?

[100]

Rispondeva ella stessa, contraffacendo la voce, imitando questa volta una soavissima voce di donna.

Spirito. Mi chiamo Zaira. Sono stata commossa dal sentirti pregare così profondamente per vedere quello spirito duro. Ho pianto.

— Oh, grazie! Ci ho immenso piacere.

Zaira. Quello spirito è scortese. Ma, sai? è il suo naturale; fu un uomo forte. Non farne caso.

— Potresti tu dirmi la sua vita invece di lui?

Zaira. No.

— Come sei bella! Quanto mi conforta il vederti!

Zaira. Ci rivedremo ogni sera.

— Addio! Dammi un bacio….. È [101]ita…. Sono stanca. Ho parlato tanto!

Riposa appena altri pochi minuti, ed ecco nuove apparizioni (dovrei dire allucinazioni?) che vengono a sorprenderla e deliziarla.

— Un angiolo! Un angioletto!… Oh, che bellezza! Come va via! Oh, vieni! vieni! Ecco; scende. Eccolo! Siediti qui, su questo guanciale… Ma non vede lei che sole di bellezza? Capelli di oro, occhi cerulei…

La lasciai sbizzarrire.

La sera dopo, appena entrata in sonnambulismo, volle subito rivedere la Zaira e l’angioletto nel quale avea riconosciuto, diceva, uno dei suoi fratelli morti bambini; e s’intrattenne a lungo con essi, stizzendosi fortemente allorchè tentavo di svegliarla. [102]Avvenne che, al destarsi, non potè più aprire gli occhi, come l’altra volta; ma ora non ci vedeva.

— Vuol sapere perchè? mi disse. Perchè non ho dato un bacio alla Zaira prima di licenziarla…. Oh, Cristo!… Questa è nuova!

Riaddormentata, baciò la Zaira; e, appena sveglia, aprì gli occhi.

Queste divagazioni, che occuparono la intiera seduta, avevano impedito per quella sera la evocazione del Foscolo. La sera dopo s’incominciò da lui.

Spirito. Perchè mi tormenti?

— Ma che tormentarti!…. Mi dirai finalmente la tua vita?

Spirito. No!

[103]

— No? Eppure tu me l’hai promesso!

Spirito. Non sosterresti il suono della mia voce. Non vedi come tremi?

— Non importa.

Spirito. Soffriresti molto!…

— Non importa.

Spirito. Bada! So che hai domandato alla Zaira le notizie della mia vita….

— No….

Spirito. Sì!!!

— Non mi far paura! Non ti sdegnare; ti bacio!

Spirito. Se domani sera potrò sbugiardarti!… Ora ti lascio.

— Si allontana lentamente… Com’è sdegnato!

E la quinta sera fu peggio.

[104]

— Com’è fosco! disse la Beppina.

Pure tornò a rammentargli la promessa.

Spirito (rabbiosamente). No! No!

— Dunque vuoi andartene?

Spirito. O che mi mandi via?

— Non mi far paura! Sii bono! Sii bono! supplicava la Beppina con un fil di voce.

Fu una scena straziante, indimenticabile! Mi sento accapponar la pelle al solo ricordarla scrivendo. La voce della Beppina, quando ella parlava in nome dello spirito, aveva uno accento feroce; e lei, la povera ragazza, sfigurita dal terrore, quasi non era più riconoscibile. I capelli, scioltisi nell’agitarsi di tutto il suo corpo, le cadevano disordinati sulle spalle [105]e sul petto, e, fra il nero dei capelli, il suo viso pareva livido, con quelle occhiaie dove sprofondavansi gli occhi chiusi, sotto le sopracciglia corrugate.

Spirito. Alzati! Alzati!

— Dio, come tremo!… Che voce!

Spirito. Inginocchiati, così, colle mani giunte! Piangi!

Inginocchiata nel mezzo della stanza, la Beppina singhiozzava, e grosse lagrime le rigavano il volto. I suoi ed io, attorno a lei, ci guardavamo, atterriti, nel bianco degli occhi, senza poter dire una parola.

— Perchè mi fai questi strapazzi? domandava la piangente.

Spirito. Perchè sei stata una traditrice! Hai diffidato di me; hai chiesto [106]alla Zaira le notizie della mia vita… Ti tormenterò!

Pensai d’intervenire:

— Gli dica che sia buono, altrimenti lo mando via!

— Mi ha risposto che non sta più soggetto al magnetizzatore.

Infatti continuò a tormentarla.

Spirito. Alzati…. Inginocchiati a piè del letto, no sul tappeto!… Piangi forte!

— Piango! Piango!

Volevo destarla ad ogni costo.

— Per carità! mi disse: farebbe peggio. Mi lascerà; non abbia timore.

Spirito. Verrai meco.

— Ma dove?

Spirito. Alla mia tomba; vieni!

— Oh, Dio!

[107]

Si avanzò, curva, a lenti passi, con un’indescrivibile espressione di terrore, sino alla parete opposta; poi tornò indietro, senza voltarsi, perchè così, diceva, le era stato ordinato.

— È sparito? le domandai.

— È lì che mi guarda.

Spirito. Avvicinati…. Unisci le mani!

— Perchè mi leghi?

Spirito. Per gastigarti. E ti farò ben altro sai? ben altro!…. Ora inginocchiati…. piangi…. manda strida!

— Mi sentiranno i pigionali di sopra, Dio mio!

Spirito. Non ti sentirà alcuno.

A quei singhiozzi, a quelle strida che strappavano il cuore, mi decisi a svegliarla per forza, con un gran [108]soffio sul viso. Vedendosi in mezzo alla stanza, coi capelli sciolti, circondata da tutti noi altri pallidi e ansiosi, provò sorpresa e paura. Mi pregò di riaddormentarla e di destarla dolcemente. Non si ricordò più dell’accaduto; e nessuno di noi ne fece motto.

Ma era scritto che quella notte dovesse, per noi, passare agitatissima.

Si chiacchierava in salotto, e la Beppina, fermata in mezzo all’uscio, rideva di certe barzellette raccontate da suo fratello.

A un tratto, le vidi fare un movimento d’inquietitudine, poi di sorpresa… Si sentiva tirare pel vestito, di dietro, insistentemente:

[109]

— Oh, Dio! sento qualcuno alle mie spalle!… È uno spirito! Ah!

Lo strano era che parlando, al solito, con quella voce grossa e minacciosa e ripetendo le stesse parole dette durante il sonnambulismo, non sapeva più rendersi conto di quel che volessero significare:

— Di quale Zaira, di che vita le ragionava?

Spirito. Guarda qui di quale Zaira!

— Sì, ora la riconosco, ora mi rammento!

Questa volta la Beppina era ben desta, e l’apparizione le si riproduceva dinanzi, come le tante e tante allucinazioni da me ripetutamente provocate.

Dovette ballare, dovette bere del [110]vino, lei che non ne beveva punto! e il sapore di esso ora le sembrava di marsala, ora di rosolio, ora di amarissimo veleno. Dovette distendersi bocconi per terra e picchiare colla fronte sul pavimento; poi dovette ribere fino a tanto che la sbornia presa non la lasciò più reggere in piedi.

Spirito. Butta a terra il bicchiere e vai a letto!

N’era tempo!

Ma noi la vegliammo, temendo una ripresa di quel fenomeno che ci avea tenuti tutti in grande angustia; me più di tutti, che lo avevo così imprudentemente provocato. E fu bene; perchè, dopo un quarto d’ora, la Beppina cominciò a borbottare qualche [111]cosa che non si capiva. Lo Spirito (lasciamelo chiamare tuttavia così) era già di ritorno e le ordinava di levarsi da letto per farle passare l’ubbriacatura. Il mezzo era semplicissimo: la Beppina dovea correre, appoggiata al mio braccio, su e giù per le stanze. Riuscì.

Ora ella non provava più nessun terrore; rideva, ci faceva coraggio e, andando su e giù, continuava a ragionare con Lui che non cessava di minacciarla: — Oh! l’avrebbe afflitta parecchie sere di seguito, trascinandola seco per burroni, per ghiacciaie, per foreste, fra assassini che le avrebbero fatto provare atroci dolori di morte! E poi la avrebbe spinta in mare, a nuoto, e ve la avrebbe [112]lasciata affogare! E poi ella doveva cantare, ballare e rappresentare una tragedia, una commedia… Insomma, non la avrebbe lasciata più! Mai più! Era sua, sua per sempre!

Il programma fu, punto per punto, inesorabilmente eseguito. Alle nove precise, lo strazio della povera Beppina ricominciava ogni sera, per due ore fitte. E di quella mimica con cui ella eseguì il suo smarrirsi pei burroni, il suo arrampicarsi su per le ghiacciaie e il suo dibattersi fra gli spasimi dell’agonia, quando le parve di esser ferita a morte dagli assassini; di quella mimica non è possibile se ne formi neppure una debole idea chi non ne fu spettatore.

Il prof. Ugo Amico che, insieme [113]coll’ingegnere Andrea Arena di Messina, la vide quella sera in cui rappresentò tutta l’azione di una tragedia con efficacia di espressione non mai raggiunta dalla Rachel e dalla Ristori, pianse, commosso, come forse non avea mai pianto a nessuna rappresentazione teatrale.

Oramai l’ossessione (la crisi forse sarebbe meglio detta) non contava più intermittenze. In ogni ora, in ogni momento della giornata, c’era sempre qualche cosa di nuovo che ci teneva sospesi, in apprensione di peggio.

Un giorno, a mezzo desinare, lo spettacolo divenne, subitamente, meraviglioso davvero. La Beppina cadde in una specie di estasi che la rapiva in alto e la facea tenere così [114]equilibratamente sulla estrema punta dei piedi, che per un momento dubbitai non stesse proprio elevata a qualche distanza dal suolo. Il suo volto era trasfigurato. I lineamenti, irregolari e poco aggradevoli, avevano assunto una bellezza sorprendente: la carnagione, da bruno-pallida, si era mutata in un incarnato di portentosa delicatezza.

Questa volta Egli voleva darle il suo anello, voleva sposarla.

— Ma tu sei morto da tanto tempo! gli faceva osservare la Beppina.

— Oh, non voleva dir nulla. Si sarebbero sposati in ispirito.

— No, no! ella balbettava colle mani giunte. Non ne sono degna! Non ne sono degna!

[115]

E, nel godimento di un’ineffabile felicità, prorompeva in esclamazioni interrotte, da cui non potevasi ben rilevare che cosa lei sentisse e vedesse durante quel mistico rapimento.

Era sua! Proprio sua! E perciò esigeva da lei anche atti che parevano d’adorazione; e perciò le suggeriva parole di preghiera, in un linguaggio inintelligibile e che mi duole grandemente di non aver subito trascritte.

E voleva che restasse a lungo, da solo a solo, con lui. E la notte, in sogno, la conduceva via con sè.

Dove? Una volta dentro un sotterraneo, a dormire sopra una cassa da morto: un’altra volta in una camera nuziale magnificentissima, su morbidissimo [116]letto. Talchè, la mattina dopo, ella si levava spossata, precisamente come quando era restata troppo a lungo in sonnambulismo.

Durante gli accessi più forti, ora nell’uno ora nell’altr’occhio della Beppina, manifestavasi uno strabismo pronunciatissimo; potresti osservarlo nelle fotografie che trovansi in mia mano, ordinate da lui ed eseguite dal Semplicini.

Sono in quattro pose. In una di esse, i caratteri della nevrosi isterica appaiono evidenti nello sguardo smarrito, nella fiera espressione delle labbra, nell’atteggiamento della testa e delle braccia. Nessun pittore ha mai dipinto un’Ofelia così terribilmente vera da poter reggere il [117]paragone di questa fotografia della Beppina.

Durante quelle lunghe giornate di estate era un continuo ragionare sotto voce fra Lui e lei; e se io tentavo di inframmettermi e sapere di che cosa si trattasse, ero da lei pregato di scostarmi, per non attirarle addosso eccessi più tristi.

Intanto io mi rinfrancavo, andavo riprendendo la padronanza di me stesso, e a poco a poco, m’imponevo, di bel nuovo al ribelle organismo della Beppina.

Sentiva ella la voce di lui che la chiamava dall’altra stanza?

Le facevo dei passaggi agli orecchi; e il fenomeno cessava.

Ricompariva questo sotto una forma [118]diversa, di tiratine alle falde posteriori del vestito, perchè quella ubbidisse alla chiamata?

Le facevo dei passaggi dove la tiratina era sentita; e il fenomeno cessava.

Allora fu un combattimento continuo, accanito, senza quartiere, tra lo Spirito (o l’accesso) che cercava di sopraffarla, e me che la difendevo, inventando nuovi modi di battagliare per mandarne a vuoto le astuzie. La circondavo (almeno la mia intenzione era questa) d’una cinta impenetrabile di fluido, dentro cui ella viveva, muovendosi come sotto una campana di cristallo che secondasse gli ordini della sua volontà e la seguisse, dappertutto. Ma se, così, sentivasi ben [119]riparata dalla malefica influenza di lui, non stava per questo tranquilla. Anzi diventava triste, di giorno in giorno. Si appartava, con una scusa e con un’altra, da noi; e una volta, dopo molto mio insistere, confessommi che provava come una vertigine di suicidio, massime quando trovavasi presso il pozzo, in cucina. Le pareva ch’egli ve l’attirasse, da lontano. La voleva seco, ad ogni costo!

Una sera, e fu l’ultima, riapparve minacciante, per pochi minuti.

La Beppina, nel sentirlo avvicinare, aggrappavasi, tremante, al mio braccio, invocando aiuto e difesa. Io aveva già steso intorno lei la mia solita cinta fluidica, ma lui, intanto le fremeva attorno, benchè tenuto discosto. [120]Stavamo lì trepidanti, lei, i suoi ed io: chi l’avrebbe vinta?

A un tratto…

Senti, caro Farina; io ti racconto l’impressione schiettissima del fatto, come fu allora provata; non l’analizzo, non la commento; e mentirei se ti dicessi di esser proprio sicuro che in quel momento non fossimo, anche noi, sovraeccitati in sommo grado e mezzi colpiti di allucinazione…

A un tratto, dunque, ecco Aneppe, il piccolo cane nero, che comincia ad uggiolare sordamente, quasi provasse la sensazione di qualcosa d’insolito per aria.

— Ha inteso? Si puole! disse la Beppina atterrita.

Non avevo inteso nulla. Ma la [121]mamma di lei, sì, giurava di aver inteso chiaramente quella terribile parola….

Non potè, per fortuna!

La Beppina cadde, mezzo svenuta, sulla poltrona accosto…. E così la crisi finì!

Cioè, finì colla sua forma acuta, ma colle forme di apparizioni di ogni sorta — della sua nonna, dei suoi fratelli morti bambini, di altri personaggi sconosciuti — continuò placidamente ancora un pezzo. E, per mesi e mesi, la Beppina, entrata appena in letto, veniva subito presa dal sonnambulismo con tutti i diversi sintomi di anestesia, di catalessi, di spontanee allucinazioni che i miei passaggi [122]tenevano un po’ in freno e ammansivano gradualmente.

Alla fine, la crisi cessò del tutto, ma nel modo più strano e inaspettato.

Quella notte, tornando a casa dopo il tocco, trovai il casamento sossopra. La Beppina era, da quasi tre ore, in preda a terribili convulsioni, e i pigionali del primo e del terzo piano, destati nel meglio del sonno e accorsi vestiti a mezzo per la fretta, avevan dovuto, insieme col babbo e il fratello di lei, stentare non poco per trattenerla e impedirle di non farsi un qualche malanno. Urlava, si agitava violentemente, avea la schiuma alla bocca, e dei suoi occhi stravolti [123]si vedeva il bianco soltanto: faceva proprio paura.

Alcuni passaggi al plesso solare la calmarono a un tratto.

Che cosa avrà creduto di me quella buona gente che non poteva capirne nulla, tutta stordita dell’accaduto?

Verso le dieci i signori P…. trovavansi in salotto con due amiche, mamma e figliuola, venute a passar la serata da loro. Nel bel mezzo della conversazione, ecco dei replicati e forti picchi al muro ov’era appoggiato il canapè su cui sedevano le due signore.

Il signor P…. si leva da sedere un po’ stizzito: quei picchi gli parevano uno scherzo inopportuno della sua [124]figliuola minore, una testolina, ed egli andava di là per farle una lavata di capo…. Dietro il muro non c’era nessuno. La ragazza era nella sua camera, a letto, e dormiva la grossa. Intanto, dopo qualche intervallo, i picchi ripigliano, ora forti, ora leggieri, ora affrettati, ora lenti. Fermato in mezzo all’uscio che dal salotto metteva nella stanza attigua, il signor P…. poteva comodamente sorvegliare l’una e l’altra faccia del muro, un muro medio, strettissimo.

— Sono i pigionali del terzo piano, pensò.

E, per avvertirli di smettere, picchiò sul muro anche lui, colle nocche delle dita, tre volte, seccamente.

Risposero tre picchi identici, secchi, [125]risoluti. Allora, per chiasso, la figliuola dell’amica si mise a picchiare celeramente. Subito subito le fu risposto con altri picchi accelerati. E si provarono tutti, uno dopo l’altro, meno la Beppina; la signora P… messa in sospetto dal vederla più nervosamente agitata del solito, non aveva voluto ch’ella picchiasse.

Già lo scherzo durava da un’ora. Che cosa poteva significare? Non pareva più possibile che i pigionali di sopra — marito e moglie, persone serie, che vivevano molto appartate — volessero prolungarlo tanto. Il signor P….. e suo figlio montarono su, per convincersi coi loro occhi. Marito e moglie erano a letto da un pezzo; e quando intesero di [126]che si trattava, mezzi sbalorditi dal sonno, scesero giù. Picchiarono anch’essi, e fu loro risposto:

— Tic-tac!

— Tic-tac!

— Toc-toc-toc!

— Toc-toc-toc!

— Saranno i pigionali del primo piano!

La Beppina, suo fratello e la loro giovane amica scesero giù, da quelli del primo piano. Erano anch’essi a letto; ma, saputa la cosa, montarono su tutti, curiosissimi.

— Toc-toc!

— Toc-toc!

— Tic-tic-tic!

— Tic-tic-tic!

Botta e risposta!

[127]

— Tornando su con quelli del primo piano, mi raccontava dopo la Beppina, per le scale sentivo quella solita voce che mi susurrava nell’orecchio: picchia anche te! picchia anche te! Intanto la mamma, in salotto, mi faceva le occhiatacce, mi diceva di no… E quella voce insisteva: picchia anche te! picchia anche te!… Picchiai!

Si era sentita afferrar per la mano da una mano invisibile, tiepida e molle, e, gettando un urlo, era caduta in convulsioni.

Però, appena la Beppina ebbe picchiato, ogni rumore, come per incanto, cessò. Quella ventina di persone che si eran divertite più ore, picchiando e ripicchiando, stettero lì [128]un’altra ora, a picchiare, a ripicchiare inutilmente. Nessuna risposta! Per una buona mezz’ora tentai e ritentai anche io, benchè arrivato troppo tardi. Silenzio profondo!

E così ebbe fine quella crisi, magnetica, isterica o spiritica, della Beppina che ci avea tenuti in tanta angoscia.

Finalmente! Respirammo.

***

Oh, ne avevo avuto abbastanza! Non volevo più ricominciare. Ma, dice il proverbio: chi ha bevuto berrà. E, sei anni dopo, tornavo allo Spiritismo; con altro animo però, con altri intenti. Oramai avevo la convinzione che quei fenomeni spiritici fossero stati dei fenomeni di sonnambulismo [129]più complicati e più elevati degli altri. I passaggi che li avevano prodotti, non eran serviti anche a domarli? La legge similia similibus avea trovato in quel caso un’applicazione impreveduta.

— Ne è proprio sicuro? mi disse una volta un prete, gran spiritista. Oh, bella! Lei turava ben bene gli orecchi della sua sonnambula, e poi si stupiva che quella più non ci sentisse! Ma i suoi passaggi non facevano altro: le turavano gli orecchi, interrompevano ogni communicazione fra lo spirito e lei…. E i picchi, come lei li spiega?

Veramente quei picchi mi lasciavano perplesso. Tanto più perplesso quanto più recise erano già diventate [130]le mie opinioni intorno al mondo di là.

Mi ero buttato alla filosofia, mi pascevo di Hegel e… di positivismo. La Fenomenologia dello Spirito del gran pensatore di Stutgarda, benchè mal masticata e mal digerita, mi lasciava intravvedere orizzonti nuovi per me, luminosissimi.

Non afferravo (ci voleva ben altro che i miei denti!) tutta quella meravigliosa astrazione, ma sentivo, da ogni pagina di essa, scaturire un così profondo e divino poetico sentimento, da farmi paragonare quegli astrusissimi paragrafi ai diversi canti di un vero poema, il poema moderno del pensiero, della riflessione assoluta!

[131]

Se tu vuoi spiegarti questo strano connubio di idealismo, di positivismo e di spiritismo, pensa, caro mio, che in filosofia ero la medesima cosa che in storia naturale, in magnetismo, in spiritismo e in ogni altro soggetto toccato dopo, cioè un curioso e nient’altro, un dilettante e nient’altro.

Un mistico anche. Oh, le intime relazioni di allora tra la universa Natura e me! Oh, il soave confondersi e quasi sparire della mia misera personalità in quell’infinito fluire e divenire delle cose che mi si rivelava all’intelletto! Oh, le giornate e le nottate trascorse sopra un libro del De Meis (un vero Grande di Spagna — come gli disse [132]due anni fa Silvio Spaventa alla mia presenza, un Grande di Spagna che vuol darsi il gusto d assistere, ancora in vita, ai suoi magnifici funerali). Oh, le giornate e le nottate, che pur mi parevano un boccone, come sogliamo dire noi altri isolani, quando quel libro — Dopo la Laurea— giungeva proprio in tempo per trascinarmi più accosto alla realtà e darmi un equo senso della vita!

E quando vi rileggevo: «nascere e crescere, decadere e perire, è il destino di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutte le piante, — e diciamolo pure, di tutti i sistemi planetarii. Questo cosmos ha i suoi giorni contati come gli abbiamo noi che ne siamo gli endozoi: [133]solamente ch’egli ha la vita più dura, ed è più lungo il suo tempo e la sua durata naturale: per cui, come la balena e l’elefante vivono più di un uomo, e un pino od una quercia vive più di un elefante, così lui, il cosmos, e per cosmos intendi questo nostro sistema solare, vive più della quercia e del pino, — ecco tutta la differenza; — ma quando il suo giorno fia giunto, esso perirà come uno di noi uomini, come una pianta, come un animale: e non il nostro soltanto, ma tutto questo gruppo di sistemi solari, gli uni formati, forse, e già perfetti, gli altri ancora incompiuti ed in via di formazione, che compongono questo [134]nostro sistema sidereo, se tant’è che formano un sistema; e tutta questa natura che ne circonda, e questo universo di cui l’uomo è il compimento e l’ultima perfezione perirà come un solo uomo; e forse dal seno dell’infinito un altro universo è già sorto, e gli germoglia allato un’altra natura, fors’anche più perfetta di questa, che la dovrà surrogare……»; e quando vi rileggevo questo brano di un’apocalisse scientifica, e poi i miei amici venivano a parlarmi di Spiriti, di mediums veggenti e scriventi, io mi domandavo:

— Ma, e questi spiriti non potrebbero, per avventura, essere le nuove e più perfette creature di quella [135]più perfetta natura? Non può darsi che nascano, crescano, si moltiplichino e muoiano anch’essi, nello spazio, invisibili ai nostri sensi, ma capaci, date certe condizioni, di mettersi in rapporto con noi?

Giacchè, era impossibile, quell’affermata identità degli spiriti colle persone morte non riusciva a convincermi. La dottrina della rincarnazione progressiva mi aveva, più propriamente, l’aria di una concezione religiosa, che d’un concetto scientifico; e dei prodotti dell’immaginazione religiosa non sapevo più che farmene.

Ero, in quell’anno, capitato fra un crocchio di spiritisti di buona fede, veggenti alla Swedenborg, veggenti [136]di bassa lega e mediums più o meno scriventi; una magnifica occasione per tornare ad osservare, a studiare, a sperimentare, ora che non ero più soltanto un curioso, ma un uomo che non si raccapezzava e, cercando una salda convinzione, andava ripetendosi, in tutti i toni, l’antifona: periculosum est credere et non credere del favolista latino.

Ti sei mai tu provato a tenere un lapis fra le dita, poggiando leggermente sopra un foglio di carta la mano, e aspettando che questa, mossa da un’energia di cui non si ha coscienza, tracci prima qualche ghirigoro, qualche lettera, poi delle parole, poi dei periodi, poi delle pagine intiere; o ceda alla dettatura di [137]un impulso interiore, qualcosa fra il cosciente e l’incosciente, quasi uno sdoppiamento dello spirito per cui metà di esso sembri agire con pienissima libertà e l’altra far da semplice spettatrice?

Nel primo caso si diventa mediums scriventi meccanici, nel secondo intuitivi.

Io fui di questi. E scrissi, a lungo, ma sempre dubioso che, infine, tale sdoppiamento dello spirito non fosse identico con quella concitazione d’animo da cui nel caso di un torto evidente o di un danno sofferto, veniamo spinti a rinfacciarci ad alta voce, come rivolti a un’altra persona, atti che non avremmo dovuto fare, risoluzioni che non avremmo [138]dovuto prendere, debolezze di carattere che, pel nostro meglio, non avremmo dovuto mai avere; ma sempre dubioso, anche quando, più tardi, per l’assiduo esercizio, nell’intenso vibrare di tutte le facoltà intellettuali, nel vivo spricciare delle idee dai profondi ricettacoli del cervello, il fenomeno era già diventato molto più agevole e meno cosciente.

Nulla di nuovo, di particolare, di spiccatamente originale nei miei scritti; nulla che non avessi potuto facilmente pensare da me solo e che giustificasse, in qualche modo, il supposto intervento di un’intelligenza superiore. Nè alla credenza di questo poteva poi indurmi la soave concitazione [139]d’animo provata in quel momento, nè il battere più concitato dei polsi, nè il più energico affluire del sangue alla testa: nè, finalmente, l’osservare come, dopo aver scritto a quella maniera, la pelle del centro del capo mi scottasse forte, e una spossatezza insolita in altri più difficili e più prolungati lavori intellettuali, seguisse alla evidente tensione nervosa che la natura del fenomeno richiedeva.

Due volte soltanto, a intervalli, mi parve di aver raggiunto l’incoscienza.

Un giorno che la mia dettatrice interiore si era rivelata sotto il nome di Giovanna Rachi, avendo io insistito perchè mi désse qualche particolare [140]notizia di lei, n’ebbi in risposta:

Son giuoco di Dio,

Son luce, son ombra…

E non ne cavai altro; nè mi riuscì, benchè lo avessi tentato, di continuar la strofa a modo mio.

Un altro giorno, assorto nella lettura di un libro di storia che m’interessava moltissimo, dovetti, tutt’a un tratto, smetter di leggere perchè una voce interiore mi diceva, insistente: Contro il peccato originale ecco un argomento perentorio. In quel libro non c’era proprio nulla che accennasse a tale questione; e il mio convincimento intorno alla origine mitica di quel concetto era così fissato da un pezzo, che non provavo [141]nessun bisogno di rafforzarlo con nuove ragioni. Scrissi, celeramente, senza nessuna cancellatura, una cinquantina di righe; ma quand’ebbi terminato e il sangue mi diè un tuffo, e un rimescolamento da capo a piedi, vertiginoso, mi sconvolse tutto, provai tale e tanta paura, che non ebbi più voglia di ricominciare. Mi era parso di morire!

Per ciò mi rassegnai ad osservare, a studiare i fenomeni altrui che accadevano attorno a me; a provocare, se pur era possibile, esperienze un po’ concludenti e fatte con qualche metodo.

Uno di quei giovani, nel mettersi in comunicazione cogli spiriti, cadeva spontaneamente in sonnambulismo; [142]ma un piccolo rumore, ma il semplice movimento prodotto nell’aria da una persona che attraversasse, in punta di piedi, la stanza, era sufficiente a svegliarlo. E non occorreva davvero un grandissimo sforzo di riflessione per constatare la perfetta rassomiglianza di quelle sue spontanee allucinazioni con le provocate delle sonnambule che io conoscevo per pratica.

Coi veggenti alla Swedenborg, viaggiatori istancabili pei mondi siderali, singolarissimi interpreti dei testi biblici, non c’era nessun verso di tentare un ragionevole esperimento. Come praticare un riscontro di quei loro viaggi? Chè delle interpretazioni bibliche non mi curavo.

[143]

Questa specie di razionalismo mistico lo avevo studiato altrove con più frutto; appunto allora ne trovavo un esempio degli ultimi due libri delle mirabili Confessioni di S. Agostino, lì dove il gran convertito comincia col domandarsi: «quando nelle sante scritture io studio per leggerci l’intendimento dello scrittore ispirato, che mal vi è, o luce delle schiette menti, se ci scopro un senso che tu mi dimostri esser vero, sebbene non sia quello inteso dallo scrittore quando tal differenza non toglie nulla a questo della sua verità?» (lib. XII, cap. XVIII) e finisce col fantasticare che nei pesci del 28º versetto della Genesi siano adombrati i [144]sagramenti e negli uccelli i banditori dell’evangelo.

Veramente i miei swedemborgisti non arrivavano a tali eccessi. I concetti della scienza moderna infiltrantisi in quel loro misticismo dimostravano o una tal quale impotenza di schietta riflessione filosofica o un lasciarsi andare più volentieri a seconda del sentimento, verso le regioni dei miraggi dove l’intuizione regna sovrana, che non verso le altezze brulle della nudissima nozione.

Ma il fatto che le prime prove della medianità meccanica e intuitiva prendessero tutte, più o meno spiccatamente, quella forma mistica di ragionamento, mi metteva già in diffidenza, e mi faceva nascere il sospetto [145]che ciò dovesse avvenire per via di qualche legge psicologica di cui ignoravamo il processo.

Quando ecco, inaspettatamente, ecco un ragazzo uscito appena dalle scuole elementari, che, da medium scrivente meccanico, passa, di botto, a intuitivo e mettesi a comporre, con sorpresa di noi tutti e, più, di lui stesso, leggende e novelle! Lavora a sbalzi; s’interrompe suo malgrado; per trovar l’addentellato non gli occorre di rileggere; riprende con faciltà dal punto interrotto e va sicuro sino in fondo. E in quei momenti gli par di vedere, col pensiero, al suo lato destro una forma nebbiosa trasparente, agitata da un vento rumoroso, [146]assai diverso dal vento ordinario, ma che non gl’incute paura.

Evidentemente quei suoi scritti erano, dal lato della forma, imperfettissimi; fin l’ortografia vi zoppicava. Però l’invenzione aveva un carattere di ingenuità e di spontaneità notevolissimo. Lo stile rozzo, disuguale, avvolgentesi di tanto in tanto in strani giri di frase, non stonava troppo con le immagini arcaiche, colle bizzarre fantasie che davano a quelle leggende e novelle l’aria di antichissime tradizioni poetiche così guaste, nella loro corsa a traverso i secoli, che della loro forma primitiva vi si scorgessero soltanto pochi brandelli, cuciti insieme da mano inesperta.

In che maniera nella mente affatto [147]inculta di quel ragazzo poteva incosciamente organizzarsi quel mondo poetico così ricco? Giacchè non era il caso di mettere innanzi la ipotesi di reminiscenze destate dall’eccitazione cerebrale e accozzatesi alla meglio. E per sospettare una malizia letteraria, bisognava supporgli cultura e padronanza di forme artistiche assolutamente impossibili in lui.

Giudica da te se m’ingannavo.

Gli orrori di Menelesta

Un monte sorgea vicino a due orrende selve e da un lato irrigato era da un ruscelletto cui egli dava origine e sorgente. Fessure per il vertice erano diffuse, e di tratto in tratto qualche buco affumicato vedevasi vicino a qualche tomba che colà era per antico ricordo. Il tempo stesso sembrava essere stato avverso nemico al monte. Tutti i mausolei erano chi [148]stesi per terra, chi semicurvi, chi diritti ma crollanti. Orribili pitture miste alle macchie delle acque facevano argomentare esser quello un luogo dove i primi abitatori del mondo avevano avuto la loro residenza e dove gettavano i primi raggi delle pittoriche[8] loro fatiche e dei fabrili lavori.

Il rumoroso Aquilone in un appartamento; in un altro il Re dei fulmini.

Da una parte le tempeste fremevano, dall’altra le selve infiggevano nei cuori terrori di giorni infausti e di tremende sventure.

In questo luogo spaventevole, quando fischiava il vento, pareva che gli Spiriti perversi sortissero dei luoghi a loro destinati e si rizzassero pei loro consigli o sedessero nelle loro radunanze. Alla base, regnava il disordine e quasi sembrava che le ombre dei serpenti e le infezioni degli animali colà dispersi vi avessero lasciato le loro orme.

Di quando in quando vedevasi sbucciare qualche germe di mala erba, la cui radice partiva ora dal vertice, ora dalla pianura. In mezzo a tanti rumori, [149]in mezzo a tanti sibili e odori mefitici sorgea qualche pianta salutare.

Un albero, detto della Vita, vedevasi già essere oppresso dai rami dei frastagliati roveti, che lungi dal farlo vivere d’aria viva, come edere invaditrici, gli communicavano il loro mal sugo; ed essendo esso di scorza delicata, facile riusciva l’ottenere la morte[9] di questo, mediante l’inaridimento.

Credete forse che il lume del Sole colà diffonda i suoi raggi? E le ripide scoscese faccia distinguere dai buoni viottoli e le cattive bestie dalle non nocive? Simile al buio della notte, quando le stelle non servono ad altro che alla visione di loro stesse, è la luce ivi permanente.

Qualche raggio che trapela dall’interno del monte, per le fessure viene oscurato dalle nuvolose mani di quelle genti che, a guisa di ombre erranti a caso, leggiere, per l’aria, portate dal vento, capovolte, diritte, oblique, vanno da quella parte ove tira il vento. Simili a pesci tramortiti trascinati dalla piena, spesso vengono espulsi da quelle tombe quegli spiriti dormenti, a guisa di serpi, nel freddo obblìo, e appena riscaldati dal cattivo calore non di senno [150]fanno opera ma di sonno che infonde male di letargo e impedisce la germogliazione delle piante vicine; le quali, abbeverate da quel maligno influsso, come mummie tocche dell’aria, si scompongono nel loro parti.

E il vento di dove tira?

Da una di quelle bocche del monte.

E l’acqua di dove scorre?

Dal seno di esso[10].

E le orribili selve d’onde hanno origine?

Dalle acque malefiche che fanno allignare ogni cattiva cosa.

E la luce?

Viene coperta da quelle roccie, impedita da quelle cattive ombre.

Ma dura ciò sempre?

Sempre vi si vive in un crepuscolo incerto[11].

In ogni fin di due o trecento mila secoli, vedesi comparire un vecchio che esce da una di quelle fessure ove uno strato di aria insolubile ed infrangibile tiene tutto lontano. Al levarsi della sua testa diffondesi[12] un calore tale che tutte quelle piante; tutti [151]quegli spiriti malefici, tutte quelle aeree ombre sentonsi quasi soffocare perchè nati in clima freddissimo. Un’aurora borreale comincia ad iniziare la certezza del giorno; e il Vecchio, che già partorisce qualche figliuolo nel cammino, si avanza alla discesa del vertice. Un bisbiglio destasi in quel luogo: la sommità vien illuminata[13]; e, allontanate quelle piante e dispersi quegli abitatori. Il Vecchio, detto della Montagna, ossia il Padrone, ovvero il Fabbricatore, lascia di tratto in tratto, a guisa di Colombo in America, qualche piccola colonia di suoi figliuoli. Dà a questi buone semenze, fa nascere ai loro servigi adatti animali, e impiega qualche tempo in insegnamenti. Le basse falde vengono illuminate sparutamente e laggiù si rifuggono gli spiriti più dileguabili, le piante giovani. Ma gl’induriti e i forti permangono. La pianura di sotto resta nel buio eterno.

I venti non fanno più sentire il loro fracasso fra gli alberi secchi: il ruscello diventa acqua un poco sana. Le radici, i mali semi vengono portati nelle selve, nella pianura vicina: non vengono estirpati completamente.

[152]

Il Vecchio Menear, che significa SalvatoreRestauratore, compie la sua missione, e da ordini superiori vien chiamato a rinchiudersi donde uscì. La luce sola resta ancora per pochi minuti. Poi, come le rane in tempo di notte, alzano i loro capi senza alcun timore, quegli spiriti già ricacciati in giù. I figli di Menear vengono uccisi dai cattivi influssi, e il monte ritorna di nuovo al primiero caos.

II.

Qual maggior dolore puossi dare ad un savio di quello di non voler credere nè sentire ciò ch’egli per convinzione detta?

Il vecchio Menear avea già dettato le sue leggi ai suoi figliuoli. Intorno alla cultura delle terre erano i suoi insegnamenti; della disradicazione di quelle erbe male si occupava, ed alla dilequazione di quei cattivi spiriti era diretta la sua venuta. E tutto invano!

Alla sua sparizione, periscono le sue dottrine, i suoi figliuoli vengono uccisi per soffocamento, resta inutile la luce ch’egli destinava a un sano scopo.

Credete forse che il Vecchio della Montagna, rinchiudendosi in quegli impenetrabili appartamenti, vi dorma come un ghiro che s’impingua?

[153]

Sempre veglia, sempre è attento; quei duri e compatti massi qual lucido vetro sono dinanzi ai suoi occhi. Simili a colui che trovandosi vicino ad un lume non iscorge quello che dal buio lo guarda, sono quelle ombre di fronte al Vecchio. Qualcuna resta annichilita, scomposta nell’atto di voler impedire quel lume; pure, al comparire di quell’aureo raggio, non manca chi in tutta fretta corra a turare le fessure, qual gente che tema l’entrata d’aria nociva. Ma il Menear molto si duole, molto soffre vedendo che la sua luce resti offuscata. Spesso, ad un suo ordine, qual polvere tratta in mulinelli[14] per l’aria, van tratte via quelle ombre. Ma non sempre egli usa a questa maniera; modi più parchi ha il suo procedere. Manda altri suoi figliuoli tra quelle ombre; e sono di nuovo uccisi, appestati da quelle cattive esalazioni. Forse non è un dolore per lui il partorire e perdere i suoi figliuoli? Dalle buone allora passa alle cattive; e, qual primo Sansone, scuote quel monte, e le fessure già col tempo fattosi più larghe, si aprono facilmente a quella scossa.

Gli appartamenti di Aquilone crollano perchè son tolte ad essi le fondamenta; il Re dei fulmini vien [154]meno, timoroso perchè mancante di combustibile. La selva comincia ad appassire perchè al ruscello vien mutato il corso.

Il Vecchio scuote la sua volontà e ogni cosa, tra i rumori e il terrore, cade a terra. Gli spiriti fuggono con un gran spavento nel cuore, quasi presaghi della loro prossima fine. Così tutti i nascondigli e la struttura di quelle crollanti roccie vien messa in chiaro, che prima davano una trista idea dei loro abitatori.

L’Albero della Vita, che stava per rigermogliare, diventa rapidamente alto e rigoglioso.

Aquilone scacciato dal suo laberinto, fortemente si stramazza qua e là, portando infortunii in tutti i luoghi. Una grande burrasca inonda le terre, e le rocce scoscese diventano un’amena pianura.

Il Vecchio Menear, quasi creatore, siede in alto: i suoi figli per rapida generazione, si moltiplicano a milioni, e ogni cosa va bene. Le dottrine di Menear vengono ascoltate, e il lume eterno del Sole tutto rischiara[15] tutto fa germogliare.

Che te ne sembra?

In quest’altra leggenda, o novella, [155]l’immagine diventa più solida, più libera; e il concetto mistico, la moralità, vi comparisce soltanto all’ultimo, un po’ stentatamente appiccicata.

La pugna dei Persiani ai tempi del re Leonardo il piccolo e la lotta dei Venti.
Unico discorso.

Era in sulla primavera e la Persia inferiore già pure ridente per principii di nobiltà e bellezze non conosciute dava i primi passi verso[16] il suo innalzamento. Re Leonardo, detto il piccolo per soprannome, chè aveva il corpo alto[17] e robusto e la faccia di un bambino a tre anni reggeva bene quel popolo che ad unico voto lo aveva acclamato re. In tutto il paese una gran pace e contentezza, perchè si viveva da poltroni[18] e le piante tutte davano bei frutti che accompagnati al così detto pane che [156]nasceva in pagnotte[19] erano il lor mezzo di felicità e di crapula. Ognuno diventava nobile secondo il proprio parere e la propria legge. I palaggi e le case venivano dipinti sulle porte delle loro spelonche e, coll’idea, ognuno aveva i suoi nobili appartamenti e ne godeva l’abitazione. Il re aveva[20] in sul più alto punto la sua fortezza e i suoi soldati stavano sempre seco giacchè fatti di pietre e di legno. Egli faceva le leggi che scolpite in larghe tavole esprimevano or un uomo che rubava ed il Dio figurato lo tratteneva sino allo svegliarsi[21] del padrone; or uno che uccideva un altro ed un terzo coll’arco teso già stava per farlo pure morire; ed ora i numi che tutti accorrevano alla difesa del re ed uccidevano i mali perseguitatori e i ministri traditori: tutte figure di esser proibito il furto, esser minacciato l’omicida e dover essere rispettato il re.

Il giorno di domenica in cui tutti andavano ad ascoltare la spiegazione delle leggi (che chi era più valente veniva chiamato a scolpirle) dovevano ad uno ad uno ripetere la stessa spiegazione fatta dal magistrato; e chi per malizia o per stupidaggine [157]non sapeva ripeterla, veniva posto in carcere, assoggettato[22] a molti supplizii finchè non la imparava[23], affinchè, commesso qualche delitto, non potesse nè dire di non aver veduto le leggi, nè averle comprese nel punto della condanna.

Tutto andava bene e i funerali si facevano[24] decentemente, giacchè la camera ove moriva un figlio o un parente non doveva più essere abitata[25]perchè quelli dovevano colà fare le loro occulte passeggiate[26] le loro[27] faccende, che vedere gente viva era il loro inferno[28].

Tutti i giovani adulti venivano istruiti nel modo di combattere tra loro; e per bene esercitarli, li mandavano nei boschi, e chi portava più animali feroci uccisi di sua mano diventava[29] il capo squadra, il comandante della brigata. Ma però tutti i vecchi, e i maturi, sì uomini che donne, in quegli antri godevano il calore del fuoco che con i loro combustibili accendevano.

[158]

Or avvenne che quantunque i più ricchi avessero migliaia[30] di buchi, ossia camere, per la lunghezza del tempo trascorso e per la quantità dei parenti morti, dovettero tutti rimanere all’aria aperta[31] finchè non si scavavano[32] le nuove abitazioni. Ma siccome questo accadde in tempo d’inverno, molti cittadini perivano per infortunio e ciò portò un gran lamento nel regno. Laonde la maggioranza andò dal re a chiedere un espediente migliore. Il re, che pure era accomodato tra la paglia e la legna dei suoi sudditi, pensò di far interrogare l’oracolo per conoscere il perchè di quel freddo e di quel vento impetuoso mandato dal Nume. Il sacerdote rispose che dovevano tutti[33] pregare di cuore. E siccome la gente è stata sempre a un medesimo modo, come ai dì nostri, pregavano più per il bisogno che per altro, dicendo quattro parole alla meglio[34]. Il freddo non terminava, ma diventava di giorno in giorno, maggiore. Si consultò di nuovo l’oracolo e questo[35] rispose: che il Dio si era compiaciuto, ma che i [159]Venti e il Freddo gli avevano strappato dalle mani le redini e volevano divertirsi; quindi potevano, se ne avevano l’abilità[36], farli allontanare mediante un combattimento.

Tutti subito, quasi disperati pei brividi e raffreddori, chè il vento aveva fatto diventare i loro occhi fontane di lagrime e i nasi ammalati cento volte più grossi, si preparavano alla pugna. Ecco un affrettamento di accumular provvigioni; chi fabbrica armi chi taglia vestimenti, chi addestra i più forti nel[37]modo di battersi. In pochi anni tutto fu allestito[38]. Il re ordinò ad un drappello dei più valorosi vestiti di calde lane di prender l’ala sinistra che il Vento aveva scelto come un punto più comodo; un altro drappello mandò nel centro per impedire il varco al Freddo mediante certi incendii preparati per bruciarlo.

Al terzo drappello, in cui tutti erano coperti di vestiti invulnerabili, fu imposto di affrontare i turbini e le tempeste. E già tutti hanno preso le loro posizioni, tutti stanno in atto di battersi al primo soffio del Vento, colle micce in mano (pronte) a dar fuoco.

Il Vento, più malizioso di essi, ordì il modo di [160]farli tutti perire. E fintosi un leggiero Zefiretto, soffiando basso[39] gli si porta vicino per un trattato di pace. Un’auretta soave quasi imbeve di sonno piacevole tutti i soldati, che lasciano le armi. Intanto si fanno gli accordi; e mentre il Re dava gli ordini di ritirarsi in città perchè il Vento si era già arreso a quello spettacolo di così grandi forze, ecco un forte rumore. I soldati sentonsi scuotere le gambe. Era il Vento che tornava ad imperversare. Un freddo nelle loro membra si diffuse che faceva gelare il sangue. Da un’esplosione freddo-ventosa vennero tutti trasportati in alto, ove il Re dei turbini sprigionava i suoi fulmini con fracasso e distruzione, e poi stramazzati a terra ove furono pasto dei vermi. Le case rimasero tutte inabitate. E questa fu la miseranda fine[40] di quella gente che volevano combattere coll’alto, ignorando ogni legge e dottrina. Se essi pregavano davvero, quel Dio non faceva loro toccare tal misera sorte, e rimanevano padroni crapuloni di quelle terre ove pane e frutta vennivano senza cultura, ove si menava una continua vita di cuccagna che solo la stupidaggine di quegli uomini tolse agli infelici posteri, i quali in semplice narrazione la godono.

[161]

Ma ecco una vera e propria novella, senza sottintesi, senza secondi fini, un organismo artistico compiuto in ogni sua parte. La rappresentazione è viva, efficace, e ci trasporta in epoche remotissime, fra civiltà dimenticate dalla storia che qui paion rivivere dissepolte dalle viscere di sconosciuti ipogei.

Il Re di Menefal

I.

E tu vedevi sul fare della notte che la città era in gran movimento[41]. Alti personaggi uscivano di casa di soppiatto e scappavano alla vista dei soldati di ronda che, trovatili, li avrebbero uccisi. Le figlie di Mercurio andavano attorno per le vie senz’essere vedute, e se qualche ladro ad esse si raccomandava, lo conducevano in quei posti dove avean visto mancare [162]la guardia e abbondare il bottino. Spesso si udivano urli e lamenti. Erano di quelli che le mercurie figlie abbandonavano nell’atto del furto e che qualche bestia feroce, entrata in città colle tenebre, sbranava e divorava[42]. Intanto in tutte le case riunioni, assemblee e sacrifici. Ognuno per sè e Giove per tutti.

Prima dell’alba il re di Menefal, coperto di pelli di fiere e seguito da armati, era uscito dal suo palazzo per vedere se qualcuno dei suoi sudditi fosse andato attorno durante la notte. Cominciava a piovere. Appena percorse alcune vie, non ladri trovò, nè fiere, nè figlie di Mercurio, ma vide presentarsi davanti un mostro macchiettato di mille colori che di molti diversi animali aveva accozzate le membra. A quella vista il re si perdette di coraggio, e i suoi armati con lui. E rimasero lì senza poter fare un passo innanzi o indietro, impietrati, fino al far del giorno.

I cittadini di Menefal, giusta il loro costume, si recarono allo spuntar del sole al palazzo reale per offerirvi incensi e sacrifizi al re; ma trovarono il palazzo abbandonato come una casa desolata: e penetrativi dentro, per la prima volta, furono atterriti dalla [163]vista di orribili armi e di sanguinosi ordigni che pendevano dalle pareti d’ogni stanza. Alla notizia di questa scoperta la gente accorreva da tutte le parti. Ma non coloro che abitavano nella via dove il re e i suoi armati eran rimasti di sasso[43] alla vista di quel mostro che non si moveva neppur esso. Quei poveri abitanti piangevano, strillavano, invocavano Giove; qualcuno disegnava col carbone quelle orride figure non mai viste.

Quando il sole fu alto, il re e i suoi armati si riscossero dal loro[44] torpore e si diressero a corsa verso il palazzo reale. Vedendoli tutti coperti di pelle, e più in sembiante di bestie che di uomini, la folla diè mano alle armi appese alle pareti e gli venne addosso: così il re di Menefal perdette la vita, ucciso dai suoi sudditi, con le sue proprie armi.

Quel mostro intanto voleva andarsene via, pei fatti suoi; ma la notizia della sua presenza si era già sparsa per la città e la folla che aveva ucciso il re già si precipitava contro di lui. Visto il pericolo quello buttò per terra le varie pelli che aveva indosso e gridò:

[164]

— Fermi! fermi![45]

— Chi sei? — domandava la folla.

— Sono il vostro Salvatore.

Vedendo quell’uomo di un colore diverso dal suo, la folla ristette.

— Vi ho liberato dal re: ho messo in cimento la mia vita.

— Giove! Giove! — gridarono tutti. — Giove è disceso sulla terra!

E lo adorarono.

II.

Quell’uomo era uno di loro; ma avendo abitato per lungo tempo in paesi lontani, il colore della sua pelle era passato dal rosso al verde. Ladro, quella notte andava attorno cercando di fare un bel colpo. Alla vista del re, coperto anch’esso di pelli, lo aveva scambiato per uno del suo mestiere e si era fermato, non senza un po’ di timore che non fosse una fiera.

La cosa gli era andata benissimo: ed ora viveva in mezzo a grandi tesori adorato e temuto.

Era costume in Menefal di celebrare una festa [165]in onore di quel Dio, rivolgendo le acque del fiume Mela verso la città e facendole passare in mezzo al gran tempio ove il Dio doveva benedirle prima che irrigassero e inondassero i campi.

Le acque già avevano invaso il canale in mezzo al tempio, e Giove tratteneva col braccio l’ordigno che moderava l’impeto di esse. La cerimonia doveva eseguirsi a porte chiuse e il popolo era in gran parte affollato sull’argine. Il Dio sedeva in alto circondato dai sacerdoti, coperto di ricchissime vesti.

Prima della cerimonia una deputazione eletta dal popolo doveva verificare[46] se Giove era tuttavia in terra, o pure erasene tornato in cielo. Ora, sia pel tempo trascorso, sia per l’umidità prodotta dalle acque vicine, il volto del Dio aveva perduto il suo colore verde ed era tornato rosso come quello di tutti i suoi concittadini. Vedendo questo, la Deputazione del popolo entrò in sospetto che i sacerdoti non avessero ucciso Giove per mettere qualcuno di loro al suo posto. Esaminò Giove attentamente e si convinse che il Dio era diventato un uomo al pari di loro; allora cominciò ad urlare!

[166]

Giove, vista la mala parata, disse tra sè:

— Chi è più forte, si salvi!

Lasciato andare l’ordigno che frenava l’impeto delle acque[47], si precipitò nel canale, nuotando contro la corrente, e uscì fuori.

Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati, tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.

Ma neppur Giove sì salvò. I contadini che stavano fuori colle zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare addietro. In quel punto l’impeto delle acque ruppe la resistenza delle porte del tempio e la campagna fu inondata.

Perirono tutti, e Giove con essi.

Che desolazione!

Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal monotono scorrere delle acque del fiume.

Oh, ti confesso, caro Farina, che questa storia del Re di Menefal mi parrebbe sempre una bella cosa, [167]anche se non sapessi che fu scritta currenti calamo, in due volte, e senza mettervi nulla del suo, da un giovinetto di nessuna cultura; il quale, dopo, non è mai stato più capace di comporre nulla di simile! Oggi il signor Fortunato Albertini, che si è fatto un bel pezzo di giovane, alto, robusto, pieno di salute, stimerebbe una vera disgrazia la ricomparsa della sua medianità di cui mostrava prima tanto piacere. La coincidenza, senza dubbio, accidentale, del ripetuto manifestarsi di essa con luttuosi avvenimenti domestici, gli ha messo nell’animo una quasi superstiziosa avversione perfino contro quei suoi giovanili quaderni di spiritiche leggende e novelle. E se [168]n’è disfatto, regalandomeli; io gliene sono gratissimo.

Qui terminerebbe questa forse troppo lunga storia del processo di formazione del mio problema, se non avessi la buona fortuna di poter aggiungere altri e, certamente, più ammirabili documenti, cioè alcuni di quegli scritti accennati nella lettera del mio anonimo corrispondente fiorentino.

Toccano essi una cima così eccelsa di concezione e di fattura, che farebbero subito nascere il sospetto di una qualche mistificazione letteraria, se io non potessi dire in pubblico il nome del medium che li ha scritti e così tagliar corto su ogni dubbiezza.

[169]

Il giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizii del corpo che alle agilità della mente, piuttosto desideroso di divertimenti, di gite all’aria aperta, di guidare un cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, e che, pur fumando una sigaretta, discorrendo di cose quasi puerili, coi presenti e talvolta anche sbadigliando scrive, scrive, scrive, pel solo misterioso impulso che gli move il braccio; quel giovanetto, di cui parlava il mio corrispondente fiorentino, si chiama Eduardo Gordigiani.

Non ti ho già detto che si trattava di persona della cui lealtà e buona fede non è possibile dubbitare? E avrei dovuto meglio dire: persone; [170]giacchè nessuno sospetterà mai che quel valente artista del prof. Gordigiani, conosciutissimo in Firenze e fuori, e la signora Gabriella, sua egregia consorte, abbiano voluto farsi complici di una soperchieria del loro figliuolo, o che siano ingannati anch’essi e involontarii ingannatori. La loro perfetta buona fede parrà patentissima quando avrò aggiunto questo: essi mi hanno gentilmente accordato il permesso di pubblicare i documenti da me scelti fra i tanti posti a mia disposizione, quantunque non ignorassero che lo scopo del mio lavoro andava poco di accordo colle loro profonde convinzioni, e quantunque il rumore della [171]pubblicità sia contrario alle loro abitudini e al loro modo di vedere.

Le Visioni di Fra Iacopone da Todi, scritte con medianità meccanica dal giovine Gordigiani, sono dieci finora. Ne scelgo la terza, la sesta, la settima e la ottava, e metto a piè di pagina le spiegazioni dei punti più oscuri, ottenute anch’esse collo stesso mezzo.

Qui il misticismo religioso regna da padrone assoluto, e l’ebbrezza della povertà, rivelata al medio evo dal poverello di Assisi, vi si effonde in tali miraggi da far provare la vertigine delle allucinazioni e dell’estasi, da parer di vivere in un altro mondo. Infatti è proprio un altro mondo quello che qui ribolle, scoppia e [172]spumeggia in trasporti, in slanci, in disfacimenti di spirito, in delirii divini.

Senti un po’.

VISIONE TERZA

Fuvvi un tertro a me caldamente caro, su del quale di sovente ero accarezzato da visione, ove il Signore eccelso mostraami belli quadri per li quali era consolato il mio spirito per la perduta gente[48].

Portavo meco un libro con alcune parole eterne su delle quali argomentavo.

Miserello corpo, sempre tu m’infastidisti nel compiere alcuni ufficii, ma per altro ringrazioti degli sacrificii procacciatimi.

E asceso un dì lo poggio, come di solito, feci alcuni prieghi nelle quattro direzioni del mondo per quei infelici che beveano la calda aria nel cuore quando, consimili al mio, cerchiavanmi tanti monti ove la aria penetra e imbeve dalle cellette.[49]

[173]

Lo dovere al mio Creatore fatto, mi coricai su natta cara a Dio la quale era fatta di pietre spezzate, e disposta per giaciglio, e pregai in quel tempo per coloro che si distendon sulle piume; crociai le mani sull’alvus e attesi che piovessemi luce.

E comparimmi del mio monte il pendio e vidi grande formicolar di gente le quali molte scendevan e poche salivano.

Sul mio tertro era postato un abeto grande, da parvi adornato — Frai convenienti quivi rimiravo alcuni che venivano ad istudiar li belli alberi[50] e la veduta spaziosa; altri venivano ed allacciavano[51] or l’uno albero grande, or uno più piccolo, raro apparivami un bel senex, il quale spariva nel suo proprio bagliore, onde non veniva scorto dalli circostanti, e diffilava allo albero maggiore e, chinato per toglier pietra, lentamente scalzava nel superbo [174]fusto[52] e misurava via facendo lo percorso fatto collo[53] proprio corpo — E storiavo dinanzi ad egli e ragionavo meco che egli era di Dio, allorchè si volse ratto e fulminando dagli ogi rai, sclamò: Ho trovato dimora! e scomparve e pareami che un’ugual[54] corrente veniva da me al Santo Padre e mormoravo: Hic erit!

Mal conosceo le persone e m’accorsi che molti i quali ne venian, ritornavano giù per lo pendìo, e orrendamente gli vedevo sollazzare in recinto[55] quasi ovile, e vedevo il capo[56] accennar: , che si divertiano e traspariva nel dentro che non eran giunti.

Allor si fea la notte, e vidi non più persone, ma[57] solo processione di fiammelle delle quali niuna [175]perdeo e concepii tal cosa… che veniano al tertro miscugliate; l’abbagliante e la strema fioca, l’ultima quale si arrestava al livello del culmine e prendea picciolissimo abeto e lui[58] scoteva, ma non cadea foglia veruna.

Passavalo altra fiammella men fioca e posta innanzi ad ello primo; scotea e ricogliea na foglia.

Tertia più bella luce lasciava dria questui e ricoglieva; e seguitava la processione di modo sino alle belle palle infocate che piazzavansi nel maiestoso abeto.

Da esso si partiano, in forma di raggi,[59] file di abeti li quali disminuivano di grado, tal che l’ultimo picciolo era e deforme.[60]

Tetra sendo la notte i miei smisurati si aprivan ogi e sentiami portato su’ lungi da ivi sul loco di [176]una vetta, ove apertigli, vidi Stella la quale fiochiva e accendeva secondo che uno grande diavolo, nominato Secolo primo, secondo o tertio passava e oscuriva……… e vidi da lungi la processione[61] che durava e le fiammelle deboli scendere e le fulgide sostare.

E quando sollevato no momento il guardo concepii…. scorsi una forma (indegno) ch’io confronto a mano; debolissimo appetto a ella lo fulgor celestiale. Ella forma era distesa sulla stella e concepii ancora! ma li mezzi umani non mi portano a spiegare.

Tremai di spaventoso amore tanto che dal giaciglio venni a terra, e avrei stimato riconoscenza lacerarmi per intiero — Priego non giugnea a soddisfar lo mio foco e giunsi al pendio e pensai alle anime[62] che visione facea discendere; venni dubitoso, stante ripensando che per ivi andavo alla celletta amata, non allo turboso mondo, ove il gregge [177]sbattea nell’ovile credendo sollazzare in mia visione. Rincorato volsi oltre.

Ed ella cosa vi do in forma terrena qual’è lettura che lo spirto vuostro non giugne al sublimar della cosa.

Ti avverto essere io il miserello

JACOPO TODIANO

Qui, scendendo un po’ dalle altezze mistiche, la visione rasenta la parabola.

VISIONE SESTA

Avvenne un dì ch’io fui dinanzi alli senori di giustizia tradotto per essere stimo vanerello. Li quali senori mi dissono spregievoli cose d’Iddio, per lo che io m’irai e sputai veneno; onde ordinonno alli servi di prigione. Io li rimertai, me stimando indegno di tale flagello.

Lo mio core molto balzaa nel mio dentro per gaudio, ufficio il quale pregai rimettesse ad altra fiata dicendo: L’è grande fortuna nostra, coricello mio, ma recoti sventura: lo martirio sarà debile e non di durata. — Tacquesi allora.

[178]

Non era manco chiusa la imposta ch’io mi gittai bocconi rendendo grazie alla somma boutade di Lui ed uscii a dimandare, se ella cosa era ragionevole di cognizione intorno alla mala azione delli stolti senori. Mi vennono meno i sensi, e caddi come morto.

Aliquanto spazio stetti, indi apparire una luce cui vermucolo lucente è sole. — Poi schiantossi la nube tutta e in nello buio venire oltre me na meschina bestia, la quale parve ai miei ogi ciuccio di color molto splendente.

Eragli in groppa no buio uomo che pareami di molto brutto; e diretro lo ciuccio e lo uomo altri piedavano a lui in bruttezza simili, e veniano per lo cammino finchè giunsono a uno fossato cavato dinanzi me largo e profondo.

E fummi giudicato lo animale condurre lui lo uomo; e dubitando quale sia cosa farebbono tanto che lo mio volere sarebbe di dir loro: arresta! arresta!

Ma la favella non potea dir, ond’io tacqui, e che vidi? Lo meschino ciuccio s’era sosto come di convenienza, ma lo conduttore pingea la bestia siffattamente da gittarla entro, ed ella non puntaa li piedi ma stava.

E colui di gridare aiuto al riuscimento; e vennono, e feciono, ma la bestia non rimosse.

[179]

Poi di grado bruniro le nebbie e scomparimmi alla vista la scena mala e stolta.

Ma io non entravo, onde alzando gli ogi ver le nubi vid’io scritto:

«L’uomo senza Dio è cieco!»

E concepii e fui pieno.

Entrate anco voi, miei belli, e niuna cosa di mondo saravvi pungolo se certi vi farete della maestà di detta scrittura.

Disse JACOBUS

Ma ecco che il misticismo riprende il suo volo! Si pena a tenergli dietro.

VISIONE SETTIMA

Fieriva lo verno, aliquando di Diruta venio pedestramente allo Todi mio, lo quale per lo amore che portaali tiraami forte. Endo adunque velocemente in direzione di elio, ecco trovar no meschino ch’io non rifiguravo, involto nelli luridissimi panni sui, e di quivi vecchio fiato uscirne lo quale così favellommi: «Potente, io son meschino, di lui pietà abbi.»

[180]

E dette parole non fur pronunziate facilmente ma in modo serafico di vecchio; tanto che volendo lor iscrollar nol potei, ma passati li miei belli abbigli entroronmi nello cuore e si stanziarono ivi, cotalchè io voleva lo mio cammino proseguire, e staffe mi diceano che no.

E lo serafico povero schiamazzava da lungi e trafiggeami continovamente, tanto che fu mestiere ch’i’ sostassi.

E lo mio spirto ribelle e schifo che facea? lottava forte con le parole seggiate in nello mio core e ripetuto dicea: «Vattene» e queste di restare, e supplicare per più di pace e acconsentimento.

Superbioso allor udialo dir: «Sia lo tuo desire compiuto, riconducoti allo tuo sito, ma tel dico, non più m’infastidiar, ivi lascerotti!»

Ed ecco le staffe di virar e portar di bel nuovo lo perverso sino allo senex piagnucoloso.

E suggerimmi dimonio: «Sullo scorpioso volto sputa e spregia.» E parole di risonar uscendo dallo core e dire: «Non così sia.»

E il senex: «Potente io son meschino, fammi risonar moneta!» E sì potente lo braccio venia allo scuffio che volendolo ritrarre insistea, ed egli vinse, e risuonò moneta.

[181]

E parole di uscir, forte gridando al malvagioso spirto: «Dio te dia pace, e rimeriti. Addio, addio!»

O che restommi in cor quando mi dipartio? «Potente, io son meschino,» e ratti di fissar (costretti) gli ogi lo lurido abbiglio, e volendo ellino ritrarre, sentii che chiodati erano, ed ero sosto venti gambate lungi.

Ogi, ogi, sì potenti siete? Che allo chiodamento giugnereste lo alterio? Me par così; che dopo poco novellamente faceami ombra lo schifo…. amato! Sì, così io dico, che non mi parea più lordo… E testa mia ove gisti? Gisti corporalmente carezzar fortemente terra tua madre, e lo compagno spirto lasciotti.

Voglimi permettere che te lasci riposar, e di retro vada allo tuo frater.

Ei vide uno palagio bello[63] che su nugole basaa, e molto era alto: e meglio lui mirando vidi che due alati erano li suoi custodi: diretro, sovra ed alli lati grandi erano gli alati. Per poco agio ebbi di miralli, tanto fulgidi si erano.

[182]

Ogi miei, vedeste vui bene che lo palagio si[64] bellamente si penzolava che ne ero stupido, e si sovente il ripetea che lo aere ne era isgraffiato? Benedicilo rimembranza di ello, e fai che ti veggia si bene che io t’esponga sulla pecora bianca ad onore di te Eterno Iddio e vieni palagio! Non fusse altro che lo contenuto che tu habbi, io ti lorderei se di te parlassi.

O contenuto vieni fuora, si che mirandoti osi specificarti!

Da’ magnifici gradini donna venìa, pomposamente vestita[65]; e non si tosto gli alati vennono dallo balsamo di te presi e fasciati, si buttorno in terra,[66](che così io vidi) e tu, farfalla, proseguisti su di ellino quale pedana di virtute d’onde ti conducesti all’aperto, e le nubi di calor e lo cielo tremar armonie. Spirito, veggesti tu?

Che disse bocca di gridare? Oreglie udirno lo sonoro rumor? Ogi non si cecaro?

[183]

Dio era! e tu vegliasti alla scena stupenda, spettator iniquo? Ove tu trovasti mani a por sugli ogi?

Ecco, tu loro togli, e miri lo sito del palagio a cercar la bella persona, e nebbie erano che coronavano lo loco di amore, per lo quale tuttavia conservo ricordanza stupenda.

Nebbie celatorie, io amo or voi, benchè crudeli fuste, e domandavo di ardore pieno di rivegger la bella persona.

Ed ecco che, serve di ubbidienza, le nubi di squarciar, ed Ella apparir non sontuosa giammai,[67] ma lurida vestita; e, pietoso ciel! quanto mi deste forza a non indietreggiar, che la bella mia fidanzata [184]venia, aperti i membri bracci, e non movea di lisca, che sprazzava meglio che non bragia percotuta. Ed io miravo, udio come uomo che ogi non ha e nemmen oreglie.

Ecco Ella voltarsi e cennar, e non venire ma comparirmi uno uomo molto bello e giovane, e donna di fissarlo.

Solo lo spirto libero può provar cose tali; come sola terra a fiamma resiste. Lo apparito divenire lurido, di pulcro orrido.

Ei piegò i genui, e donna maiestosamente avanza ver ello. Spalle felici e testa pure, vui primiere tocche fusti, e tu seconda chiovata dalle labbra di lei! Ed io di avanzar di molto pauroso e chieder lo bello dono. E….. mi cennò, ed io andai e fui tocco e dalle braccia e dalle labbra.

Stante felice, che non durasti! Ed Ella che or chiamerò Povertà, sfumò, e lo giovane, (che fisso per seguace di lei) seguilla.

Addio Visione! tu te ne ivi, e tornavo alla bestial dimora, quando femmina m’apparia[68], intoppo [185]lei copria qual monaci e monachelle usan portar. Cenno mi fè colle digita ver lo cielo, in mia vision stellato, e ricogliei lo bacio che gittavami.

Addio Visione! io torno alla mia bestia, ed ecco che in ella entrato, facciomi alle buche ogi, e miro lo vecchio piagnucolante chino sullo corpo mio, spento il quale credea, ed or: — Fratello, che ti avvenne? — Ed io a lui: — Cotale una cosa mi avvenne, onde dotti lo mio abbiglio bello e lo tuo molto schifo prendo, che ho mutato stile, addovendo ire a mia sirocchia Povertà, poscia che ella mi ha chiamato.

Allor fu visto Mastro Jacopone gir per le vie non più di cremisino adorno, ma meglio di color marroncello tirante.

E ciò altra cagion non ebbe se non lo volere d’Iddio, che così volle e fece.

JACOBUS

Ora la visione scaturisce da umile fonte, da un aneddoto; e con tale schiettezza, che la figura di quel Messer Ambrogiotto si disegna parlante sotto gli occhi.

[186]

VISIONE OTTAVA

Di una domanda oscura, la quale non potendo capire, ottenni per ella visione che mi pagò.

Egli avvenne che una sera, endo io per Todi mio, essendo lo tempo pluvioso e preparando burrasca, tutti ritiravansi gli onesti cittadini in dimore loro.

Allo scopo di gloriare Iddio e la mia bestia martorare mi rimanei allo scoverto a toccare la pluvia; ed ecco uno uomo, già mio intimo, dissemi: — «Mastro Iacopone, vo’ siete stolto assai.» — Dissi lui che di ciò non dubitavo, ed egli: — «Via ditemi messere povero, non bramerebbe meglio Iddio che voi adoperaste lo intelletto ad illuminare ed aitare l’umanità, in luogo tutto di far per vui?»

Io mi rimasi come colui che non ha risposta e dissi lui: «Messer Ambrogiotto, che Dio benedica, gli è forse vero!»

Ed ello toccandomi spalla, issene con le parole: — «Adoperatevi in utile cosa.»

Colà mi rimasi che non habeo altrimenti fiato; indi con adagiatura, obbedendo forse senza saperlo allo mio amico, ero inviato verso casa.

Nello tempo che camminavo la strada, vennemi [187]cogitazione, la quale si era: habere visione, grazia la quale erasi ripetuta già. Ed allora fui ratto in ispirito, che non ero ancora entro in dimora.

Io vidi lungo pantano[69] entro lo quale batteansi di molte anime, le quali di molto sfavellavano; presomi freddo per le loro parole, fui ratto più elevato e vidi…. una lunga fila di uomini luminosi, li quali, endo su pedana di angeli, traevano seco loro e diretro chi dua chi dieci ispiriti habenti diversità di luce.

Seggiuti sovra[70] umilissimi servi angeli e da loro condutti per lo aere, vid’io ispiriti lordissimi di corpo e vestimenta, di volto angelichissimo, li quali non possedevano però luce maiora degli alteri a disotto.

Ivano li beati sulla fila di angeli e di nugole luminose; molto però faticavo in visione di loro; ma ecco che venuti al paragone estremo, spiccare volo altissimo gli uni li quali si erano li sucidi; magni [188]addivennero li più bassi; cotalchè nelle smisurate braccia accolsero quei che erano loro seguito e seco volaro.

Nel tempo che tutti erano scomparsi e addivenuti stelle lucenti nello alto dello cielo, comparimmi agnolo così dicentemi: — «Or tu desideroso di cognizioni, apprendi come vanno nello cielo entrambi, e colui che ammaestra i popoli e lo custode unico di se. Or mi segui e vedrai.

Abbracciommi lo beato, e lo dolce amplesso caldo e molle di sue ali provai per alcun tempo, nello mentre che spaziava le infinite miglia! Tirommi poi fuora; mostrommi e vidi….! ma come mostrerò io e dirò io a vui?

Luce regnava maestra nello loco di Iddio!….

Quando fiatossi vista mia alla stupendezza, vidi gruppi di ispiriti li quali conversavano e mi pareano beati; ma non entravo, tanto mente mia era sconfitta. Poi dissemi lo agnolo, allo ricordo del quale visibilio tutt’ora: «apprendi come chi insegna allo mondo gode quivi, non per se solo, ma per coloro eziandio che acquistò alla beatitudine». Indi aprendo le mani, lasciommi cadere in spazio.

Soffrii per poco contrazione nel dentro la quale mi destò così tanto beato che non tenevo.

[189]

Rallegravasi meco lo tempo, lo quale era addivenuto celeste, e fuggiano in ver Assisi le nugole.

Usciano le gente di dimora, le quali aveanmi visto su soglia mia qual morto, ma non se ne premerono, stimandomi dormiente o ch’io so.

Corsi io ben ratto da Messer amico mio Ambrogiotto, lo quale desinava, e veggendomi: — «O mastro Iacopone, lo vento che conduce via le nugole, v’ha egli qui condutto?»

Al che io stimai sorridere e feci parola così: — «La istruzione vostra mi porta, la quale mi preme.»

— «Or dite» dissemi lui.

Ed io: — «Or sappiate che per la Iddio grazia ebbi risposta» — «La quale? or rammento! ben vo’ dite; ed ella è? piacendovi.»

— «La è che s’i’ continuassi così solo, godrei da per me; se voi acquistassi allo amore grande di Iddio, molto più godrei; onde fu giusto il vostro dicimento, faccia Iddio ch’egli abbia compimento e per voi incominci.»

Levossi allora e: «Se alla pluvia non starò, se non dormirò su fienile, habendo io donna e figli, come voi dispregiai amerovvi e stimerovvi, e tenterò imitare, come Iddio non adorai, farollo estremamente dal dì d’oggi.

[190]

Doppiamente beato uscii dopo haberlo strinto, e quei come disse, fece.

Amanti miei, Iacobus ispirito or tenta voi ridurre come messer Ambrogiotto. Incitommi a visione Ambrogiotto, or beato, vo’ me incitate pure: addivenite beati.

JACOBUS

Il poter dare una così felice interpretazione artistica dei mistici rapimenti del medio-evo sarebbe certamente una stupenda prova d’ingegno, anche quando chi la facesse, non che giovanissimo e di poca cultura, fosse maturo di anni e d’intelligenza e, filologo e artista, avesse il suo medio evo e gli scrittori mistici di quell’epoca tutti sulla punta delle dita.

Ebbene; la cosa parrà più prodigiosa ancora, allorchè vedrassi lo stesso giovane medium spiccare un [191]gran salto indietro, dal medio evo ai tempi quasi favolosi della guerra troiana o a quelli gloriosamente epici della battaglia delle Termopili; allorchè, invece delle solite amplificazioni classiche e delle vuote declamazioni di scuola, darà lunghi brani di cronache improntati da una vivissima e schietta intuizione di quei remotissimi tempi, lumeggiati con inattesa originalità di particolari e singolare efficacia di parola.

Dài per soggetto a un bravo poeta la morte di Patroclo o quella di Ettore, e le reminiscenze omeriche e virgiliane gli rifioriranno involontariamente nella immaginazione e nello stile; sarebbe anzi strano che il contrario avvenisse.

[192]

Leggi intanto questi due brani di una specie di Cronaca della guerra di Troia scritta, colla solita medianità meccanica, dal giovane Gordigiani, e rimasta disgraziatamente incompiuta.

Nella Iliade, Patroclo muore in battaglia. Appena Apollo lo spogliò delle invincibili armi di Achille,

Fra l’una e l’altra spalla lo trafisse

Coll’asta, da vicin, di Panto il figlio

L’audace Euforbo.

Non così audace però da potergli tener fronte.

Anzi dal corpo ricovrando il ferro

Si fuggì pauroso, e nella turba

Si confuse il fellon, che di Patròclo

Non sostenne la vista. Da quel colpo

E più dall’arte dell’avverso Dio

Abbattuto l’eroe si ritirava

Fra i suoi compagni ad ischivar la morte.

Ed Ettore veduto il suo nemico

[193]

Retrocedente e già di piaga offeso,

Fra le file vicino gli si strinse,

Nell’imo casso immerse l’asta e tutta

Dall’altra parte riuscir la fece.

Risuonò nel cadere…….

È l’idealità eroica della leggenda. Non ti parrà ora di sentire una voce umile ma verace come la testimonianza di chi ha veduto coi propri occhi?

Avvenne a Patroclo, che distendendo le vele per dar agio al vento di condurlo, mancatogli un piede cadde e di cimiero dètte, anzi a tal punto fu stordito, che fu detto e si ritenne alcun tempo per morto. Esculapio non ancora era nato, e gli convenne guarire senza verun aiuto: non però dalla parte dell’antico amico, il quale informato dell’accaduto si tolse le pesanti armature sol ritenendo la spada in cinta, e a lui sen venne a nuoto. E allo scrittore saria bello descriver il furore di lui tanto inoltrato, che traversato il braccio umido di mare, non lo potè ispegnere. Ell’era rabbia di non esser informato, unita al dolore di ciò che diguastar non si potea.

[194]

Infelicissimo! Achille mirava lo amico dolente del male, e poicchè pericolava grandemente di morte, giurò al suo Dio laro che se conservato gli fusse, ei a solo avrebbe affrontato la Troiana porta: in caso di cattivo successo avrebbe raggiunto l’estinto, cosa che gli sarebbe gradito molto.

Baciò Patroclo in fronte e si ritrasse a pregare per il riuscimento di quello che voleva conseguire.

Ma ecco Ettore che, arrampicatosi di soppiatto sulla nave, protetto dall’oscurità della notte, penetra nella cabina.

Il barbaro misnudo giunse frettoloso alla soglia di una stanzuccia, ove gemeva Patroclo, non più della ferita, ma di vedersi fermo; e febbribilmente scotea lo braccio di arma sprovvisto. Fu allora che levato in quel punto lo teneva, quando fermò lo sguardo nell’apparso: «Giugni: almeno ch’io mora di arma, non di caduta vilissima.»

Ed era spento il lume che pronunziato così ebbe.

Nella Iliade Ettore muore anche esso sul campo. Achille, nel punto [195]di finirlo, lo schernisce e lo minaccia:

Stolto! restava sulle navi al mio

Trafitto amico un vindice, di molto

Più gagliardo di lui: io vi restava!

Io che qui ti distesi. Or cani e corvi

Te strazieranno turpamente, e quegli

Avrà pomposa dagli Achei la tomba.

E a lui così l’eroe languente: Achille,

Per la tua vita, per le tue ginocchia,

Per li tuoi genitori, io ti scongiuro

Deh, non far che di belve io sia pastura

Alla presenza degli Achei: ti piaccia

L’oro e il bronzo accettar che il padre mio

E la mia veneranda genitrice

Ti daranno in gran copia, e tu lor rendi

Questo mio corpo, onde l’onor del rogo

Dai Teucri io m’abbia e dalle teucre donne.

Leggi la drammaticissima scena che siegue attaccando col brano precedente; par côlta sul fatto!

Barbaro! se ragionato tu avessi prima del misfatto e informato su chi operavi, noto ti sarebbe che [196]il trucidato fu già nemico vostro, ma il più dolce e pacato.

E tremolante sulle staffe si diresse al ponte: e non fu in tempo di veder le stelle, che ombra apparia molto spiccata, non alta ma larga per molto: sostenea in membro lama scintillante di rosso porporino. Piantò il barbaro all’inaspettata venuta, e gravosa sotto la colpa chinò la fronte, come volpe cui beccar raggiugne.

«Maladrin, ove ti sei ridotto?» E silenzioso mantenendosi l’altro, continua: «Questa sia tua tomba, tu che lordata l’hai….. ma….. che mi balena l’ombra?….. Tal luogo è rubicondo: tua lama ove intrisa l’hai? Rispondi pur anco e ti faccio….[71] in eterno.» — E ratto prende il braccio dell’avvilito. «Vieni!» e lo trascina — Sia nota pria all’universa flotta la prigionia della volpe: vieni! (ripete) che l’aria intera ti conosca micidial bestia perfida, o tu [197]sei morto!» — E vigoroso un pugno trasecolar il fece — Cade il prigione sempre muto: si rialza e tira oltre. «Malora a te!» dice il conduttore, e queste parole ultime furon men sonore, perchè pronunziate all’aperto. Unico il centro, e molti i rai eran diretti sul barbaro, e ovunque iva era seguito: onde fu la forma un circolo che attorno iva alla torre di comandamento — E giunge al cospetto di Agar, il quale studioso in se, rizzasi allo inaspettato clamore, e non sì tosto grida. «Morto costui!» al che Achille risponde: «Meglio l’ignominia innanzi a costei (morte): costei…… e non potea più dire. Troncandosi di poi: «ov’è l’amico ch’io non veggio?» e via.

Venite meco, anagnosti, e vederete ove Achille va: al luogo ove scoprì il barbaro appunto, e va più oltre: al punto ove Patroclo morto se ne stava. Ed ecco come operò. Il corpo prende, in sulle spalle il pone e se ne torna al convito ove lo posa nel mezzo, e sclama: «ecco il gallo dalla volpe ucciso».

Agar. «Dicci lo schifo tuo nome.»

Tace il prigione, cui non cocevan i rai potenti su lui indirizzati, anzi scivolavan sul suo nudo corpo quale fosse di ferro coperto: stupendo pel suo disprezzo.

Achille. «Non tu lo dirai?»

Tace.

[198]

Tutti. «Tu lo dici?»

Tace.

Achille, al beccaro: «Feriscilo!»

Un pugnale lo trafigge nel costato: spilla il sangue, e non un grido.

Achille, insistendo: «Il tuo nome!»

Tace.

Achille, al beccaro: «Feriscilo!»

Il pugnale entra.

Prigione freme e tace.

Agar ad Achille: «Non tu credi che il dirà?»

Achille. «Lo dirà».

Prigione. «Chi sa!»

Achille vuole slanciarsi sul misero, ed è trattenuto dai circostanti. E il suo magnifico corpo di uomo rassomigliava a tigre cui ferro trattiene, e anela.

Achille. «Sapran fartelo dire i figgimenti.»

Al beccaro fa segno che operi. Che si ode? Un fremito doloroso, gemiti, e debole nascere compassione che riconosciuta l’inferiorità si ritira, (sta bene, ma sta male espresso: — compassione volle farsi avanti, ma si vide debole e ritarossi ben tosto — ).

Il prigione cade, e non esala l’anima senza dir pria «E torre crudelmente le parole!» Sonorissimo segue di poi: «Ettore!»

[199]

Quale il fulmine cadendo non si tosto lo scorge il presente[72] fu la parola ripetuta dall’ecco della stanza e si stanziò si rapida negli orecchi che non la si vide — Come l’acqua in rapidissimo colle presto vassene, ma gran contento fu provato, e lo sgomento della trista operazione prese di poi il seggio.

Adunque non vi dirò della processione attorno alle mura del morto Ettore, operata da Achille — Malgrado la mia debolezza spero averete inteso Ettore da beccaro ucciso fu, e non esanime ma vivente, e scornato condotto intorno alla torre di comandamento della nave. Onore a Achille non più beccaro.

Faccio come la ape, che va da calice odoroso e flagrante di verità.

Io, narratore del tutto, salgo dell’albero maestro in sulla vetta, e poggiando la schiena contro, miro e odo — Che cosa miro? Miro a traverso l’opaco e denso velo di notte le forme delle galee nimiche che se ne tornano al lido. Odo i loro lamenti, o meglio un indistinto susurrio, e, (forse immaginazione) mi ferisce direttamente un nome: quello di Ettore! Ettore! che i figli implorano ed han lasciato: e i galeanti ripetono: Ettore!

Odo, e questo ai piedi miei, salmi recitar per un [200]defunto, Patroclo appunto, e a questi frammiste imprecazioni e stupidamento, e pronunziato Ettore! egli, egli… Achille pronunzia: «Ettore! egli, egli!» quasi stupefatto che un nemico aborrito abbia potuto così operare sul dolcissimo amico del cor suo. Larga la scena debole il narratore.

«Core mio (prosegue Achille) tu sei intero, ed è spezzato quello di Patroclo.»

Veggo le mie piante illuminate dal basso repentinamente, e guardo giù per vedere numero di fiaccole e colla accese girare ostinatamente intorno alla nave, e cantano i salmi, Plutone! è ripetuto:

Ma questo che viene appresso è più nuovo, più originale ancora e più perfettamente greco.

Le Termopili!

Qualcuno ne ha fatto perfino della coreografia in versi; chi poi non vi ha declamato sopra?

Qui invece si narra.

Ho un grande episodio da narrarvi se tempo ti basta.

[201]

«O figli di Licurgo (grida il mio duca Leonida) chi viene alle calde porte?» Domanda, e lascia all’eco dei monti di Beozia la cura di ripetere.

Liscinio è accanto a me. Dai ventimila fanti molti se ne staccano, ch’io stimo a ventimila: non meno che tutti.

«Io dico (soggiunge Leonida) venire a morte!

— Venire a morte! — ripete l’eco, quasi assumesse la responsabilità di farcelo entrare ben dentro in mente.

Leonida vede alcune spalle: quindicimila volti lo guardano, quasi lui dovesse tutti consigliarli: E non cessa, ma dice: «Amate ricevere le frecce che vi renderanno meglio? Un tumulo si inalzi, e sia di prodi; chi fra questi sarà?»

Ventimila tornano a lui.

«Tutti prodi!» si grida — «Tutti prodi vi stimo, e non sareste di Sparta, l’Eurota non v’avrebbe bagnati.»

Così dispiego io. Lui dicea: «Comando che ognuno dinanzi a me passi, e non mi saluti — Sia così.»

La processione dura, e io a Liscinio nel qual tempo dico: «mezzo è il mio core, a te ho dato l’altra parte: io non te la chiedo: ma potrò io morire, [202]potrò io battermi? dammelo, dammelo……. Non me lo dare anzi: vieni meco e vedrai il resto.»

Liscinio in braccio prendo e sono per passare di fronte a Leonida, che ben trecento sono, che dico? quattro centinaia sono scelti: non più ne vuole; pur me chiama inoltre.

E rimembro.

«Eineucalion, tu sei un bravo, (era vero!) vieni avanti….. Ma e chi è costui che porti al braccio?»

«È il mio mezzo core, rispondo.

«Vieni tu solo, che più non ne voglio: osò dirmi.

Liscinio a lui: «Debb’io restar con mezzo core?»

«Eineucalion, fatti oltre solo.»

E non mi mossi di un passo, ma Liscinio teneo tuttora.

Leonida: «Io te lo impongo.»

«Con mezzo core non posso stare a battermi.»

«Che intendi dire?»

«Se amici non hai, debb’io curarmene?»

Dura cosa è il dirlo: alla forza volle ricorrere! Ma da Liscinio mi staccai, e dissi: «Chi mi tocca, ardito lo stimerò! Solo compiango dover morire per mano amica: non speravo così.»

«Venite avanti tutt’e due; saranno qualche centinaia di nemici di più stesi morti — Val più due [203]valorosi che uno.» E la lancia me tocca e Liscinio. E andammo e morimmo.

È semplicemente sublime!

***

Mettendoti sotto gli occhi il processo esteriore dei fatti, ho notato, via via, come in margine, quello, interiore, delle mie idee.

Non è parso anche a te di assistere al graduale svolgimento di un unico fenomeno che dalla semplice sensazione passato ad invadere l’immaginazione e da questo penetrato, a poco a poco, nel dominio più elevato delle facoltà della mente, vi abbia risvegliato e messo in moto energie sopite e ignorate, di miracolosa apparenza? Non ti si è presentato [204]spontaneamente dinanzi il concetto di una strettissima analogia tra lo stato normale e l’anormale, tra il sonno e il sonnambulismo provocato, tra lo stato magnetico e lo spiritico, fra questi due e lo stato ordinario delle nostre facoltà intellettuali?

Certamente analogia non vuol dire identità; ma la differenza non può neanche significare che un fenomeno esca dal circuito dei fatti naturali tanto da doversi attribuire ad un agente fuori di noi.

La nostra ignoranza intorno alle funzioni del sistema nervoso e del sistema psichico che gli corrisponde ci impone di essere circospetti. Tu rideresti certamente di un medico che volesse attribuire i fenomeni della gran [205]nevrosi isterica al vecchio intervento del diavolo. Le demoniache di una volta oggi non vengono più bruciate ma condotte negli ospedali o rinchiuse nelle Case di salute; e la Chiesa cattolica non fiata. Tu rideresti egualmente del tuo medico se ricorresse all’azione di forze ignote, tutt’altre che quelle del magnetizzatore e della magnetizzata, per spiegarti i fenomeni sorprendentissimi del sonnambulismo provocato. O perchè, domando io, non dobbiamo trattare alla stessa stregua coloro che, pur riconoscendo gl’intimissimi legami tra il sonnambulismo provocato e i fenomeni dello spiritismo, s’inalberano poi all’ipotesi che questi, con la loro base anzi radice in quegli altri, possano [206]esserne semplicemente una varietà, sebbene molto distinta e più straordinaria?

Ammettendo che la scienza, o meglio, che certi scienziati si siano affrettati a conchiudere troppo presto colle loro recise negazioni, non devesi pure ammettere che gli spiritualisti e i credenti spiritisti si siano affrettati troppo presto anch’essi conchiudendo affermativamente? A me pare di sì.

E mi pare più giusto il convenire che con tutto il meraviglioso progresso delle nostre cognizioni positive, nel presente anno di grazia mille ottocento ottantaquattro, noi ci troviamo, di faccia a molti fenomeni naturali, nella stessissima condizione dei [207]poveri selvaggi al cospetto di altri fenomeni spiegabilissimi per noi e per essi ancora un mistero. Però noi, selvaggi della civiltà, ammaestrati dalla storia, dovremmo condurci assai diversamente di quelle misere creature poste dalla loro cattiva sorte nei più bassi gradini della gran scala umana. Invece, forse per una severa legge dello spirito, procediamo alla stessa guisa.

Inoltre, siamo avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati; tanto i materialisti presi dalla paura di vedersi forzati, dai fatti, ad ammettere l’esistenza di un qualcosa non semplicemente materia; quanto gli spiritualisti atterriti dall’idea di veder quel qualcosa, dagli onori [208]di puro spirito immortale, degradato alle condizioni di un che nè tutto spirito come essi l’intendono, nè tutto materia come l’intendono quegli altri. E il curioso è che, stringi, stringi, nè gli uni sanno nulla di positivo, di veramente scientifico, intorno al loro spirito immortale, nè gli altri nulla di positivo, di veramente scientifico intorno alla costituzione della loro materia!

Sì, siamo ancora avvolti nella nebbia dei pregiudizii, tutti, scienziati e non scienziati. A seconda delle nostre idee preconcette, la verità ci fa paura e le andiamo incontro fino a un certo punto, fin dove ci torna comoda, fin dove colla nuda e cruda attestazione del fatto non ci mette [209]alle strette di dover confessare umilmente la nostra grande ignoranza. Se così non fosse, non avremmo ora la cocciutaggine della scienza nel negare fatti evidentissimi che saltano agli occhi da ogni parte, nè l’altra di attribuire risolutamente tali fatti a cause supernaturali, come se fossero già stati esauriti tutti i possibili mezzi di esame per annodarli alla gran catena dei fenomeni del mondo inorganico e dell’organico, dato che siano due mondi e non uno solo, solissimo.

Claudio Bernard, nelle conversazioni e dalla cattedra, ripeteva sempre: un fait morbide n’est que l’exagération d’un fait normal.

Tolto via quel morbide, che qui [210]non c’entra, non parrà ardito l’affermare che i fatti eccezionali, sorprendenti, miracolosi, siano soltanto l’esagerazione di fatti normali.

Io potrei facilmente ridurre questa lettera alle proporzioni di un grosso volume, registrando una serie di fatti autentici, indiscutibili, nei quali le ordinarie facoltà del nostro organismo sonosi elevate ad una potenza eccezionalissima, da rasentare il sonnambulismo provocato, lo spiritismo ed anche il miracolo, senza che per ciò si tratti di fenomeni precisamente magnetici, spiritici o di miracoli religiosi.

Mi contento di rimandarti a un libro curioso, divertente e scritto, nello stesso tempo, con vero intendimento [211]scientifico. Esso non ha la stolta pretesa di aver risoluto l’intrigatissimo problema dei fenomeni spiritici; ma, senza dubbio, ha il merito di averlo proposto con coraggiosa franchezza, con ammirabile nettezza, e di aver additato la via per cui dovrà indirizzarsi la ricerca della soluzione avvenire. Esso s’intitola: Essai sur l’Humanité postume et le Spiritisme e n’è autore il signor Adolfo d’Assier, un positivista comtiano[73].

Ripeto: analogia non vuol dire identità: esagerazione già implica sproporzione di qualità e di misura. Quando la semplice sensazione magnetica [212]invade l’immaginazione, è diventata quasi un’altra cosa; quando il fenomeno passa il limite dell’immaginazione e si accampa nelle facoltà più elevate dell’intelligenza è penetrato in una regione dove nessun fisiologo può ridurlo ad una special forma di movimento molecolare senza sconfinare dalla propria giurisdizione veramente scientifica.

Oh, non ti figurare che la mia leggerezza e la mia vanità di curioso e di dilettante siano per essere così eccessive da spingermi dentro il ginepraio di così ardui problemi.

Io aspetterò, fiducioso, come te e tutti i nostri pari, i responsi della nuova psicologia a cui lavora così tenacemente la filosofia scientifica moderna; [213]e aspetterò che il prossimo libro del mio Pietro Siciliani contenga questo importantissimo capitolo scritto con quella serena imparzialità che gli viene dal giusto punto di vista in cui il suo positivismo critico l’ha posto, egualmente distante dalle dommatiche affermazioni dei positivisti del materialismo e dei metafisici dell’idealismo.

Intanto, nè Tu nè il Siciliani, spero, giudicherete che io vada oltre la mia ristrettissima competenza, stendendo la mano a uno solo dei tanti spinosi problemi spiritici, quello delle communicazioni in forma artistica.

Se sono arrivato al mio problema imitando il bonhomme Lafontaine, che nell’andare all’Accademia prendeva [214]sempre la via più lunga; se ho sentito il bisogno di largamente giustificare la mia posizione di osservatore dilettante, descrivendo a grandi tratti tutto il cammino da me percorso, vuol dire che ho piena coscienza del mio limite e che non intendo passarlo.

Con le communicazioni in forma artistica mi è parso di trovarmi in casa mia, perchè i riscontri dello stato normale coll’anormale ho potuto praticarli non solamente con più faciltà ma con maggiore esattezza, il doppio esperimento essendo, in questo caso, fino a un certo punto, assolutamente personale. Avrò male apprezzato i resultati della mia piccola inchiesta? Non vorrà dir nulla. [215]Rimarranno sempre i fatti che hanno un valore da per loro stessi.

Per ciò ho vinto la giusta repugnanza di parlare in pubblico della mia povera persona. Non si tratta, ho detto da me da me, di questioni puramente letterarie, ma di osservazioni psicologiche, di esperimenti stavo per dire in anima vili; ed ogni fenomeno umano accuratamente osservato ha molto valore per la scienza, qualunque possa essere, grande o meschino, il soggetto nel quale, per un concorso di favorevoli circostanze, è venuto a prodursi.

Così possa sembrare non senza importanza anche agli altri il conoscere qualcuno degli svariatissimi modi con cui l’interessante fenomeno [216]della opera d’arte può manifestarsi nel mondo!

***

Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell’opera di arte in maggior quantità che non pel passato, c’è sempre un punto, nell’atto della produzione, in cui la facoltà artistica agisce con completa incoscienza.

Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado, nell’elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l’agevola, la mette in moto; ma l’atto, ma il vero punto della creazione si avvolge infine, come in ogni altro fenomeno vitale, [217]nelle misteriose oscurità dell’incoscienza.

Le preparazioni, i processi possono variare all’infinito. Tra il Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina di nostra intima conoscenza che, preso un foglio di carta, scrive le prime righe di una novella o di un romanzo senza saper nulla intorno ai suoi personaggi e alle loro azioni e va incontro ad essi e dietro a questa, flanant, alla ventura, sicuro che le sue creature usciranno, a poco [218]a poco, dalla loro indeterminatezza e si metteranno ad agire e a parlare con piena libertà d’arbitrio nel limpido mondo della sua fantasia, c’è, chi non lo vede? un’enormissima differenza di messa in opera e di processo. Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico resultato, riescono a quella che io chiamerò l’allucinazione artistica, alla incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi psicologica, legge di patologia umana, geniale benignità morale, non fa caso.

Il valore, la vitalità dell’opera di arte dipende dalla maggiore o minor [219]preparazione tecnica che nella concezione di essa interviene. L’arte, come forma e nient’altro che forma, ha un proprio organismo che si va di giorno in giorno sviluppando in tutta la sua rigogliosa crescenza, e non sta nell’arbitrio dell’artista l’accettarne o il rifiutarne la preesistente ricchezza di forma, allo stesso modo che non sta allo scienziato l’accettare o rifiutare il materiale della scienza raccolto fino al punto in cui egli la trova. Eppure la compenetrazione di quella forma col fantasma artistico individuale, qual esso risulta dal complesso delle facoltà dell’artista, rimarrà, forse per sempre, un fenomeno inesplicabile nella sua essenza. Cessa di essere, per [220]questo, un fenomeno normale, ordinario, naturalissimo?

Il valore, la vitalità di un’opera di arte dipende anche dalla maggiore o minor quantità di impressioni immediate che noi vi facciamo intervenire. Queste non sono, come parrebbe a prima vista, intieramente coscienti. La più gran parte, accumulate indirettamente, per la via dei sensi, nei ricettacoli nervei e psichici del nostro organismo, si svegliano, si coordinano, si fondono in uno stupendo insieme sotto il pungolo di un’eccitazione volontaria o che almeno sembra tale.

L’artista procede, in questa circostanza, come i soggetti del sonnambulismo provocato, ed ha la sua [221]particolare allucinazione; la quale differisce dalle sonnamboliche unicamente per gradi, minimi o massimi, d’intensità e non per la intima sua natura.

Per entrare, come sogliamo dire, nella pelle del nostro personaggio noi adoperiamo ora contrazioni muscolari e isolamenti di determinate sensazioni a fine di lasciarne libere alcune altre più confacenti al nostro scopo; ora vere interruzioni o sospensioni della nostra personalità; e il Mosso potrebbe dirci l’equivalente trasformazione in calore di questi diversi movimenti. La perfetta oggettività della ben riuscita opera d’arte non ha altra origine; talchè l’artista non fotografa neppure [222]quand’egli stesso crede di soltanto fotografare. Interpretare, integrare, compire i dati più immediati della realtà con altri più complessi accumulati nel suo organismo dalle sensazioni inavvertite e (oggi bisogna aggiungerlo) con quelli, più remoti e non meno efficaci, condensati in esso dall’eredità; ecco le operazioni concorrenti alla produzione dell’opera di arte, ed ecco la chiave di oro che può, forse, aprircene i meravigliosi segreti.

Due o trecento personaggi della Comèdie Humaine hanno tale e tanta evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale. L’allucinazionedell’artista si è lì così prodigiosamente condensata e solidificata [223]nella forma, che l’impressione della lettura non solo eguaglia l’impressione diretta ma talvolta la vince, perchè nell’opera di arte c’è come un concentramento di raggi in cui l’eccitata immaginazione dell’artista fa l’ufficio di lente.

L’allucinazione spiritica, nel produrre le communicazioni, passa gradatamente, come l’artistica, dalla quasi coscienza alla incoscienza. Infatti il giovane Albertini, dopo le prime prove, dubitava al par di me che le cose da lui scritte non fossero il resultato di un lavoro della sua mente, della sua ispirazione, come solevano dire gli antichi. E se mi si obbiettasse che questa mezza coscienza iniziale non viene avvertita egualmente [224]da tutti i mediums scriventi, potrei rispondere che neppure tutti gli artisti sperimentano allo stesso grado quel nisus nervoso e psichico di cui poi anzi ho parlato. In grazia di una felice disposizione dell’organismo, l’eccitamento può occorrere in proporzioni minori.

L’allucinazione artistica, per la intensità e per la durata, differisce notevolmente da quella delle sonnambule e dei mediums.

Noi ignoriamo quali energie entrino più particolarmente in funzione, e in quanta misura, sia nell’una che nell’altra; ma questo non impedisce di riconoscere la identità nella differenza e la somiglianza nella diversità [225]che corre fra le due specie di fenomeni in discorso.

Il Balzac non parlava forse dei personaggi dei suoi romanzi come di persone reali, impensierito delle difficoltà di un matrimonio, attristato da una scabrosa avventura di qualcuno di essi?

Il Dickens non scriveva al Forster: terminata la seconda parte (delle Chimes, campane) nel concepire ciò che doveva accadere nella terza ho provato tant’agitazione, tanto dolore, come se la cosa fosse stata reale, che ho dovuto chiudermi in camera per nascondere i miei poveri occhi, gonfi e rossi al punto di dover essere ridicoli?

E gli esempi potrebbero facilissimamente venir ridotti a migliaia.

[226]

Per restringermi, come mi son proposto, alla mia personale osservazione, eccoti un caso di allucinazione artistica, che chiamerò complicata perchè intrecciasi stranamente colla quasi allucinazione sonnambolica o spiritica che vogliasi dire. Questa complicazione ha poi, secondo me, impedito all’opera di arte di condensarsi nella forma e venire alla luce.

Nella Galleria dell’Accademia di San Luca in Roma c’è un ritratto d’ignota, del Van-Dick, una bella testa dalla fronte liscia, dagli occhi vivissimi, dalla carnagione bianca e fina, dalle labbra sottili e semi aperte a un sorriso. Incastrata in un gran collare di merletto, ha l’apparenza di [227]una testa staccata dal busto messa in un vassoio di argento finissimamente cesellato. Gli scuri capelli tirati in su torreggiano sulla fronte circondati da un piccolo diadema di pietre preziose legate in oro; quattro file di perle, fermate da una borchia d’oro, con un ciondolo, le pendono sul seno.

Nell’ottobre del 1875 questo ritratto trovavasi nella prima sala, un po’ in alto, accosto alla finestra, quasi di faccia all’uscio di entrata.

Ne rimasi come affascinato. Stetti a guardarlo lungamente, senza staccarne gli occhi un istante… Chi era colei? Una gran dama, di certo; si capiva dall’abbigliamento. Ma quella sua carnagione di un pallore di avorio; [228]ma quella pelle che mi pareva mostrasse nella maturità lo stato verginale del corpo — una pelle non usata e già diventata un po’ rigida —; ma quelli sguardi che si fissavano così intentamente nei miei, quasi animantisi a poco a poco, per interni fulgori prodotti dalla simpatica insistenza con cui la guardavo; ma quel mezzo sorriso, di una mitezza triste, che si accordava così bene con l’aria un po’ fredda dell’aspetto; tutto, tutto mi faceva intravedere, a traverso la nebbia di due secoli, una pietosa storia di intime sofferenze, eroicamente sopportate nella glaciale solitudine del suo palazzo o del suo castello; la storia d’una passione repressa, non sapevo se per [229]volontaria fierezza della propria condizione o per contrasti di famiglia.

E mi sentivo commosso da un compatimento grande verso quella bella figura di donna che mi pareva quasi sdegnata di vedersi lì, in mostra; offesa ogni giorno della sbadata curiosità dei visitatori, ed ora impressionata dall’insolita compassione con cui uno sconosciuto si sforzava di carpirle il più intimo segreto della sua vita.

Fantasticavo così da più di un’ora, quando il custode venne a dirmi: Signore, si chiude.

Poco dopo, all’aria aperta, tra le meraviglie del Foro inondato di sole, avevo già dimenticato quel ritratto [230]d’ignota e la mia poetica fantasticheria.

Tornato a casa verso la mezzanotte, chiuso il portone e fatto qualche passo nell’andito, al buio, intanto che frugo in tasca per lo scatolino dei cerini, sento o mi par di sentire l’alito caldo di un respiro umano sulla guancia destra..! Accendo in fretta un fiammifero…. Non scorgo anima viva.

Rido di me stesso e comincio a montar le scale; ma, all’improvviso, eccomi assalito da un inesplicabile senso di paura… Mi sembra che una persona invisibile monti le scale dietro di me.

Questa volta non posso ridere. Salto i gradini a quattro a quattro [231]e richiudo prestamente l’uscio, quasi volessi impedire l’entrata…. a chi? Non lo sapevo neppur io in quel momento. Se non che in camera, mi si presentava subito alla memoria quella bianca e fredda figura d’ignota dipinta dal Van-Dick.

— Un bel soggetto di novella fantastica! pensavo nello spogliarmi per andar a letto.

E la tela di essa mi si spiegava nell’immaginazione coi più minuti particolari: la visita all’Accademia; la sensazione del soffio caldo sulla faccia provata nell’andito, al buio; poi l’apparizione, da prima indistinta, indi un po’ più chiara, sebbene sempre vaporosa, dell’Ignota che veniva per ringraziarmi di quel [232]sentimento di simpatia dimostratole la mattina. Avevo paura; non osavo risponderle. Dopo, la paura gradatamente diminuiva; la figura di lei diventava sempre più visibile. E la sera tornavo a casa più presto per rivederla, per intrattenermi con lei….

— Sì, un bel soggetto di novella fantastica!… Ma la chiusa?

Non la trovavo. E mi addormentai nel cercarla.

Durante la giornata, distratto dagli affari, non mi rammentavo più della Ignota, nè del soggetto del mio lavoro; ma ogni notte, appena entrato in camera, la fantasticata allucinazione della novella diventava quasi una realtà. Sentivo in quello stanzone di via Ripetta la presenza [233]della Ignota. Negli angoli dove l’ombra era più densa, la figura di lei mi pareva si disegnasse ondeggiante, come formata da una leggierissima nebbiolina azzurrognola.

Per qualche momento avevo paura, proprio paura…. (Una notte ci mancò poco non andassi di là, a svegliare Ulisse Barbieri che forse sognava un dramma sanguinoso o una ricca caccia colla civetta pel giorno seguente)… poi riprendevo il tessuto della mia novella, dal punto dove l’avevo lasciato la sera avanti.

…. La Ignota mi parlava con tenerezza sempre crescente. La sua gratitudine era già diventata amore bell’e buono e non me lo nascondeva. Però quel mio terrore di lei la [234]rendeva molto triste: Ah! il mondo di là non era poi così distaccato da questo dov’ella aveva tanto sofferto e pianto, amante non riamata! Perchè dunque la facevo soffrire di nuovo con quel mio puerile terrore? Perchè non la riamavo un pochino?… Le rispondevo di sì; ma ella mi leggeva nell’animo la mia forte repugnanza per l’affetto di una morta, di uno spirito! E intanto l’apparizione si condensava maggiormente. Sentivo la sua mano posarsi sulla mia colla leggerezza di una piuma di cigno: sentivo le sue labbra sfiorare tiepide le mie, con una sensazione ineffabile di dolcissimo ribrezzo…

— Un bel soggetto di novella fantastica! [235]Sì… Ma la chiusa? La catastrofe?

E mi addormentavo nel cercarla.

E così ogni notte, da capo, vivevo per qualche mezz’ora in uno stato strano, nè di completa realtà nè di allucinazione completa; talchè, a volte, non sapevo più distinguere se fosse l’idea della mia novella che mi producesse quella piccola allucinazione, o se quell’idea fosse la semplice sensazione di un fatto a cui io assistevo, spettatore ed attore nel punto stesso.

— Ma la chiusa? la chiusa?

…. Cominciavo ad assuefarmi. Quella relazione con un essere oltremondano aveva un tal fascino che io non sapevo più resisterle. Però ella mi [236]appariva, di volta in volta, più mesta, d’una mestizia di profonda rassegnazione: Neppur dopo morta doveva essere amata! — Ora potevo proprio stringerla fra le mie braccia. Non l’avrei distinta da un corpo di donna vivente senza la sua estrema leggerezza; ma i suoi baci li provavo caldi sulle labbra, e la sua voce non mi arrivava più all’orecchio così fioca come se giungesse da immensa distanza. — Perchè sei così trista? — Non mi ami!… Non puoi amarmi! — Oh, no t’inganni! Io t’amo!… T’amo!.. — Me lo dici per pietà!… Grazie! Addio, addio! Non ci vedremo più! — E, lentamente, mi svaniva tra le braccia, sorda alle mie preghiere, ora che l’amavo davvero, ora che avevo [237]le lagrime agli occhi e sentivo lacerarmi il cuore da quell’addio!…

— Oh!… La chiusa era trovata!

Lo crederai? Questa novella non mi è riuscito di scriverla nè allora nè dopo. Tutte le volte che l’ho tentato, la forma non mi è mai parsa così leggiera, così trasparente, vorrei dire così impalpabile come la richiederebbe il soggetto.

I miei amici, Giorgio Arcoleo — in quel tempo non ancora professore di diritto costituzionale ma già facondissimo parlatore — Ruggiero Mascari — uno studente di medicina e chirurgia smarrito pei fiorenti giardini della letteratura — Francesco Giunta — un amabile scettico che, dopo aver studiato avvocatura, fa [238]per poltroneria il professore di belle lettere molto meglio di tant’altri che vi si addicono di proposito — tutti e tre forse ricorderanno quella bella giornata autunnale passata insieme sul Vomero, all’ombra del gran pergolato, quando nel raccontare ad essi lo strano processo di formazione della mia non sapevo se novella, o allucinazione, o realtà spiritica, mi tremava, un po’ dalla commozione, la voce; e volevo spiegato da loro perchè quel fantasma di donna scappasse via appena accennavo di volerlo imprigionar nella forma e renderlo visibile agli occhi altrui[74].

[239]

— Ma scrivi la tua novella proprio come l’hai raccontata! mi diceva parecchi anni dopo Enrico Nencioni ch’era stato ad ascoltarmi con grande interesse.

Inutile! Quella novella vissuta è rimasta sempre ribelle a qualunque forma letteraria, cioè superiore; e dimostra che non sempre giova l’esser pieno d’un soggetto perchè la mano risponda, come Michelangelo direbbe.

Il caso, se non m’inganno, è caratteristico molto. Le due allucinazioni, quella che ho chiamata artistica e la [240]sonnambolica o spiritica, vi s’intrecciano ed innestano l’una nell’altra da render difficile il distinguere in qual punto la loro fusione si compia: del come non parlo.

Intanto, mentre il ricordo, l’impressione, la forma ideale della novella mi rimane tuttavia vivissima in mente, l’effetto dell’opera d’arte che provocolla oramai non è più lo stesso. Ho riveduto, dopo quasi otto anni, quel ritratto d’ignota: la magìa di esso è sparita. Forse perchè situato in un’altra stanza, con altra luce, in un posto così basso da poter essere osservato da vicino? Forse perchè lo stato dell’animo mio era, dopo otto anni, da cima a fondo mutato?

[241]

E vi ero andato a posta, una di quelle cento volte che la tentazione di scrivere la mia novella si faceva sentire più forte, e più forte, egualmente, l’impotenza di andar oltre le solite due o tre paginette di scritto! E vi ero andato, chi sa? per giovarmi della probabile spinta d’una sensazione immediata!… Ahimè, il pennello del Van-Dick non rinnovava il miracolo del 1875!

***

Avviene non di rado che l’opera d’arte sgorghi fuor dell’immaginazione così intimamente compenetrata colla forma, così completamente forma, senza preparazioni od elaborazioni [242]di sorta, che la quasi incoscienza del lavoro diventa una piacevolissima sorpresa.

Un’incoscienza sui generis. Non c’è propriamente un vero sviluppo, una vera coordinazione, assimilazione, organizzazione di elementi personali, recenti, remoti, ereditarii; ma bensì una specie di fioritura della immaginazione nella temperatura primaverile dello spirito, sotto una luce raggiante non si sa da dove. L’analogia delle produzioni che ne risultano colle communicazioni spiritiche è spiccatissima.

Per contentare un caro bambino avevo trascritto nel novembre del 1881 una fiaba popolare, La Reginotta. E dicevo al bambino: mi ero [243]incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non ci riuscivo. C’è voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai poemi e alle tragedie, non è possibile rifarle. — Com’è che, parecchi mesi dopo, prendevo una mattina la penna e scrivevo, di foga, un’altra fiaba tutta di mia invenzione, Spera di sole, alla quale non avevo pensato neppur un momento?

C’era una volta…. E la fiaba era venuta fuori quasi sotto dettatura; e con tal mio diletto e sorpresa che il giorno dopo, per prova, ripreso quel quaderno, volli persuadermi se un fenomeno letterario così insolito per me, fosse tornato a ripetersi.

Tu sai che io amo rimugginare [244]lungamente un’opera d’arte, per averla nettissima nel cervello in ogni sua parte; in guisa che, scrivendone la prima parola, possa sapere precisamente quale dovrà esserne l’ultima. Ho sempre invidiato quei fortunati capaci di scrivere indifferentemente il quinto, l’ottavo, il decimo capitolo di un romanzo, il terzo, il quarto atto di una commedia o di un dramma, senza aver messo sulla carta una sola parola del primo capitolo o del primo atto, spesso senza neppur sapere quel che dovrebbero mettervi. La profonda convinzione che un’opera d’arte sia un organismo, non solamente m’impedisce di fare questi maravigliosi tours de force, ma mi arresta per giorni, per settimane, per [245]mesi, dinnanzi a una parola, a un periodo non confacente a quell’insieme, ripugnante a quell’organismo. Mi è impossibile di spiccare un salto a piè pari, di lasciare una parola in bianco o un periodo provvisorio da servire intanto da addentellato. Inciampi, miserie del mestiere sconosciuti a parecchi; talvolta per ignoranza del valore di una transizione, di uno scorcio, tal’altra per una speciale agilità della mente che trova subito la correzione, la frase da sostituire, o gira la posizione con felice prontezza di tattica.

Perciò io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come ad uno spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso:

[246]

C’era una volta….. i miei fantastici personaggi si mettevano in moto, s’impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla.

Spesso mi andavo domandando, con curiosità bambinesca, in che modo il Reuccio o la Reginotta se la sarebbero cavata; e quando la quasi disperata avventura si snodava felicemente e il Reuccio trionfava, e la Reginotta otteneva il suo intento, ridevo di cuore e battevo le mani: brava la Reginotta, bravo il Reuccio!

Vissi più settimane soltanto con essi (coi personaggi delle mie fiabe) ingenuamente, come non credevo potesse mai accadere a chi è già convinto [247]che la realtà sia il vero regno dell’arte. Se un importuno fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi, gli avrei risposto, senza dubbio, che avevo ben altre e più serie faccende pel capo; avevo Serpentina in pericolo, o la Reginotta che mi moriva di languore per Ranocchino, o il Re che faceva la terza prova di star sette anni alla pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un’adorata fanciulla.

E scrivendo così nella prefazione del mio libro non adoperavo un artificio rettorico ma dicevo la schietta verità.

Capisco bene, Amico mio, che non c’è da gridare al miracolo. Una discreta cognizione della forma artistica [248]delle fiabe; un mediocre possesso di tutto il loro materiale spicciolo, d’altronde ristrettissimo, re, reginotte, reucci, fate, maghi, nani, lupi mannari; la speciale condizione di quel loro mondo così estraneo ad ogni legge di verosimiglianza e di logica comune; tutto contribuiva ad agevolare il mio còmpito artistico, quantunque veramente nulla sia più difficile del facile e nulla più complicato, nella esecuzione, dell’apparente semplicità in letteratura.

Ma il fatto della quasi inconscienza, ma la spontaneità del fenomeno non perde il suo valore per questo.

Il caso seguente è più complesso. La sensazione vi si trasforma lentamente in allucinazione letteraria, e [249]nel passaggio si assimila altre consimili impressioni della realtà per poi produrre un effetto inatteso.

Si tratta d’un tale che allora stava per pubblicare un giovanile volume di novelle, dove la teorica della cristallizzazione formolata dallo Stendhal riceveva, senza che l’autore l’avesse fatto a posta, una calda riprova. Come nelle miniere di Salisburgo, il ramoscello sfrondato della realtà vi si rivestiva d’une infinité de petits cristaux mobiles et ebluissants; e l’autore, imitando i minatori di Hallein che ne manquent pas, quand il fait un beau soleil et que l’air est perfaictement sec, d’offrir de ses rameaux de diamants aux voyageurs, presentava il suo ramoscello ai lettori, [250]invitandoli a discendere con lui nelle profonde miniere della passione amorosa.

Però, la cristallizzazione dell’ultima branca del suo ramoscello non parendogli ben riuscita, egli cercava di porvi riparo. E il caso lo servì, con uno di quegli incontri che producono il famoso coup de foudreIl faudrait changer ce mot ridicule, dice lo Stendhal; cependant la chose existe.

«Sentivo tremare in fondo al cuore qualcosa di lei penetratovi a un tratto. Una soave commozione non provata da gran tempo mi spingeva a fantasticare un mondo di cose indefinite sulle quali sorridevano come raggi di sole i suoi begli occhi nerissimi…. Per due settimane rifeci [251]ogni giorno i viali dei Giardini pubblici ove l’avevo incontrata. Aspettavo, delle ore, smanioso, agitato, come se le poche parole scambiate fra me e quella donna avessero avuto la magica virtù d’un violentissimo filtro, e fosse omai stretto ad essa l’intiero destino della mia vita….. Sentivo sopratutto e vedevo con lucidezza ammirabile un che misterioso da non potersi esprimere colle parole, un’emanazione fragrante del suo bellissimo corpo, un riflesso, un’essenza eterea di esso che mi accusava, dopo tanti giorni, la presenza di lei in quel posto. La sabbia dei viali ne aveva trattenuto un vestigio coll’orma dei suoi piedini; l’erba, le foglie delle piante di [252]fiori, che attorniavano le aiuole, ne avevano rapito qualcosa ai lembi della sua veste toccati mentr’ella passava; l’aria intiera n’era impregnata; gli atomi luminosi, da lei spostati nell’andare, vibravano ancora.»

Si era messo a notare, forse per uno sfogo, queste impressioni sulla carta, certamente senza più rammentarsi dell’ultima novella del suo volume che gli pareva non armonizzasse colla intonazione delle altre; però, di mano in mano ch’egli avea proceduto in quella sincera confessione del suo peccato di pensiero, il fantasma della persona cercata con tanta smania e non più potuta rivedere gli si era confuso nella mente col fresco ricordo di un’altra persona, velando [253]questa colla grazia gentile della sua bellissima figura. E così, fitta, per due giorni, una vera ossessione lo aveva posseduto; e la creatura della sua fantasia, più viva, più evidente d’una creatura reale, gli avea ripetuto dentro, punto per punto, coi più minuti particolari, il lungo processo d’una passione morta di sfinimento poco prima.

Col cuore sconvolto, col cervello in fiamme, egli avea lavorato dodici ore al giorno, di seguito, levandosi dal tavolino soltanto per prendere un boccone e rifarsi, con un pò di sonno, delle esauste forze; e appena scritta, con mano tremante, l’ultima parola della sua novella, era cascato colla testa sul manoscritto, mezzo [254]svenuto; il sangue gli turbinava nel cervello, in tutta la persona…. e gli era parso di morire.

Poi si era destato da quello sbalordimento come da un grave e lungo sonno. Stretto e tormentato, per più di quindici giorni, fra i terribili artigli della sua fulminea passione, in certi momenti anche atterrito di quella implacabile violenza, si era destato sereno, tranquillo, completamente guarito. Aveva amato e posseduto, nella sua allucinazione artistica, l’adorato fantasma; e quel processo di passione così rapidamente ripetutosi nella sua immaginazione e nel suo cuore, avea prodotto gli effetti della passione reale.

Tornò ai giardini pubblici per rintracciarvi [255]quello che già gli pareva un passato lontano. «Era la stessa stagione del nostro primo incontro; la primavera. Gli alberi ricchi di fronde; le aiuole verdi di erbe e qua e là fiorite. Il sole, prossimo al tramonto, scherzava coi raggi tra le frondi agitate dal venticello della sera.

Ahimè! Quei viali, quelle frondi, quelle aiuole non mi dicevano più nessuna delle mille celesti cose rivelatemi una volta. I zampilli mormoravano stupidamente monotoni; le acque dei laghetti e dei canali, torbide, verdastre, riflettevano gli oggetti con un tono di colorito che faceva schifo. Le rane, nascoste tra le foglie delle ninfee, gracidavano una musica [256]degna del posto, che ora mi sembrava pretensionoso e volgare… E andando via rimuginavo:

— Ma è dunque vero che questo mondo di fuori sia una mera creazione del nostro spirito, uno scherzo, un’illusione?»

***

Lo so; questa quasi incoscienza dell’allucinazione letteraria non è la perfetta incoscienza delle sonnambule e dei mediums scriventi.

«Gli artisti, dice il Richet, per sforzi che facciano, non giungeranno mai a perdere la nozione della loro personalità; non cesseranno un istante dal distinguersi dalle loro creazioni, [257]non dimenticheranno il loro io e, malgrado la febbre dell’ispirazione, si vedranno sempre seduti al loro tavolino occupati a fare un poema, un dramma, un romanzo[75]».

Sta bene.

Nell’obbiettivazione dei tipi, com’egli la chiama, le sonnambule non li concepiscono, li realizzano in loro. «Esse non assistono, come le allucinate, da spettatrici, alle immagini che si muovono sotto i loro occhi; somigliano piuttosto ad un attore che preso da subita follìa, scambiata colla realtà l’azione di un dramma, si credesse trasformato, corpo ed anima, nel personaggio da rappresentare[76]

[258]

Sta benissimo. Ma la mezza allucinazione, l’allucinazione completa, l’obbiettivazione dei tipi, per quanto differentissime tra loro, sono forse così dissimili da non potersi ridurre ad uno stesso fenomeno in diversi gradi d’intensità?

Io non ti ho nascosto la mia ammirazione pei documenti che pubblico. Dubitando del mio giudizio, ho consultato e fatto consultare persone assai più competenti e più imparziali di me.

Giosuè Carducci, lette sulle bozze di stampa le Visioni di fra Iacopone, dettava a una gentile amica che gliele avea presentate in mio nome[77]:

«Di Jacopone da Todi non rimangono [259]prose altro che tradotte dal suo latino. Difficile dunque giudicare delle prose in queste colonne rappresentate. La lirica di Jacopone è mescolata di moltissime dizioni e frasi umbre. Nulla di dialetto umbro nelle prose di queste bozze. In queste colonne, anzi, molta affettazione di prosa antica del secolo XIV, che il più delle volte non riesce bene. Ma l’invenzione delle visioni è molto felice e quasi corrispondente e in armonia ai tempi mistici.»

Alessandro di Ancona, che conosce fra Jacopone come pochissimi in Italia, non rispondeva altrimenti ad un comune amico che l’avea richiesto di un parere, e notava parecchie parole non dell’epoca: ufficio, ciuccio, [260]puntaa li piedi, venio, portaali, tiraami lottava, fulminando, si divertiano, livello, piazzavansi, li mezzi umani.[78]

Letto l’episodio della battaglia delle Termopili, il Carducci diceva: «Anche questa volta ammiro la trovata ch’è buona, e specialmente la seconda [261]parte è consentanea all’ambiente greco. Ma da principio c’è un lasciare all’eco dei monti di Beozia la cura di ripetere, che è uno stile tutto moderno e non bello. E quell’esclamare: O figli di Licurgo! per dire gli Spartani non è storico. Un antico avrebbe detto: o figli, o discendenti di Ercole. Ma tutto insieme la visione è ben trovata ed è felice specialmente l’ultima parte.»

E aggiungeva che gli pareva impossibile che un ragazzo quasi ignorante potesse scrivere a quel modo di quelle cose.

A me, invece, pare altrettanto impossibile quanto, per esempio, la trasposizione dei sensi.

[262]

Il prof. Cesare Lombroso, nello scritto da me accennato, diceva:

Non è vero che nel sonnambulismo naturale e anche nell’artificiale abbiamo dei fenomeni che escono assolutamente dalla cerchia fisiologica come la lucidità profetica per dirla in una parola, e la trasposizione dei sensi? È una domanda a cui lo scienziato accademico risponderebbe con uno di quegli accenni olimpici del capo che pei profani sono più schiaccianti di dieci dimostrazioni e di un centinaio di fatti, eppure non vogliono dir nulla.

Ma io che ho un vizio antico di non credere se non ai miei occhi e di non avere paura di affermare quello che ho veduto, le dichiaro subito che ella ha in gran parte ragione.

E qui le narrerò come io, incredulissimo fino a pochi giorni fa su tale argomento, abbia dovuto mutare di convinzione. Quell’egregio scienziato e bravo pratico e uomo di cuore (tutte cose rare a trovarsi anche divise) che è il professore Scipione Giordano mi fece conoscere or non è molto una singolare fanciulla, gentile d’aspetto come nell’anima, quattordicenne, educata all’antica in una di quelle famiglie illustri per ingegno e insieme per onestà, delle quali [263]si va perdendo lo stampo, e che esclude già a priori ogni simulazione, ogni esagerazione. In quell’epoca e per causa della pubertà essa fu ad un tratto colpita dall’isterismo, con tutta la sua forma classica di catalessi, convulsioni, paralisi, impossibilità di deglutire e, quel che più interessa, di sonnambulismo intermittente. Durante gli accessi di questo, perdeva completamente la visione agli occhi, vedendo invece allo stesso grado d’acutezza colla punta del naso e col lobulo dell’orecchio sinistro, e distingueva non solo i colori, ma un manoscritto arrivato di fresco e i gradi del dinamometro di cui io variavo la pressione mentre i suoi occhi erano doppiamente bendati.

Curiosa era la mimica nuova con cui reagiva agli stimoli portati sopra questi che chiameremo occhi improvvisati e trasposti. Avvicinando, per esempio, un dito all’orecchio od al naso o accennando a toccarlo o, meglio ancora, facendovi con una lente lampeggiare un raggio di luce forte a distanza, fosse pure per frazione di minuto secondo, se ne risentiva vivamente e ne restava irritata: — I veùle emborgneme (volete accecarmi) gridava e scuoteva il volto come uno che sia minacciato nell’occhio e tentava afferarmi la mano; poi, con una mimica istintiva affatto nuova, come era nuovo il fenomeno, portava l’avambraccio [264]a difendere il lobulo dell’orecchio e la pinna del naso e restava così per dieci o dodici minuti.

Anche l’olfatto aveva trasposto; chè l’ammoniaca, l’assafetida non destavano, cacciate sotto il naso, la più lieve reazione; invece anche una sostanza leggermente odorosa sotto il mento vi provocava una viva impressione ed una mimica tutta speciale. Così, se l’odore era grato sorrideva, ammiccava cogli occhi, aveva frequente il respiro; se disgustoso, portava rapidamente le mani, a quella piega del mento che era divenuta la sede dell’odore e scuoteva rapidamente la testa.

Più tardi l’olfatto si trasportò al dorso del piede; ed allora, quando un odore le spiaceva, dimenava le gambe a diritta e a sinistra, contorcendo anche tutto il corpo; quando ne godeva, restava immobile, sorridente, dava in frequenti respiri e in una leggera dilazione delle pinne nasali.

Un fatto isolato non avrebbe nessuna importanza per quanto io l’abbia ripetutamente provato e studiato. Ma esso si lega a una lunga serie di fatti del tutto analoghi. — Già nel 1808 Petetin (Electricité animale, Lyon, 1808) osservò otto donne catalettiche nelle quali i sensi esterni erano traslocati nella regione [265]epigastrica o nelle dita delle mani e dei piedi.

Sulle prime infatti, a dir vero, tutto ciò sembra doverci trascinare nel mondo sopranaturale; eppure, pensandovi sopra, s’intravvede che una spiegazione può trovarsi di questo strano fenomeno unicamente facendo un passo indietro nella scala della creazione, tra quegli infimi animali come gli Echini, nei quali, la visione si confonde col tatto, facendo retrocedere la cerchia della sensibilità specifica, in quella generale d’onde il maggior perfezionamento degli esseri la distaccava. Il fenomeno non ci eleva al di sopra d’Adamo, ci fa discendere. Ed è naturale, trattandosi d’un fatto essenzialmente morboso, che ha tanta analogia con quella transposizione della sensibilità da uno all’altro membro collaterale del corpo che si può con un metallo provocare nelle isteriche ed è legata dunque ad un movimento molecolare.

Forse vi è qualche cosa di più; si avverte meglio lo svolgersi successivo dei fenomeni della propria nervosi, perchè nella eccitazione straordinaria dell’estasi sonnambolica noi acquistiamo una coscienza maggiore del nostro organismo, nelle cui condizioni, come nell’ingranaggio d’un orologio, stanno iscritte, in potenza, in germe, le varie successioni morbose.

[266]

A proposito di un caso consimile il Prof. Achille de Giovanni, della clinica psichiatrica di Padova, ha fatto delle belle osservazioni che potrai leggere per intiero nella Gazzetta medica italiana.[79] Per dare una scientifica spiegazione del fenomeno egli ricorre alle impressioni tattili incoscienti pregresse, coesistenti ad altrettante percezioni visive ed immagazzinate nel cervello in istato di latenza; e conchiude: «Quando penso al meraviglioso e ricchissimo lavorio di associazione ideo-sensoria, alla persistente incubazione e latenza dei fenomeni psichici e sensoriali, alla mirabile reciprocità di nessi genetici fra il cosciente e l’incosciente, dei [267]quali fatti tutti possiamo averne prove palmari anche in grossolane osservazioni su noi stessi e sugli altri, e dei quali infine scrissero magistralmente e con indirizzo eminentemente scientifico lo Spencer, il Bain, il Taine, il Maudsley ecc. mi sento lusingato che il mio modo d’interpretazione di alcuni fenomeni psicosensori dell’ipnotismo non poggi del tutto sull’assurdo, sull’immaginoso, sul fantastico.»

È precisamente quello che vorrei dir io a proposito dei miei confronti dello stato normale della produzione letteraria coll’altro che, per intenderci, dobbiamo chiamare anormale. Siamo forse proprio sicuri che non avvenga nell’incoscienza delle [268]communicazioni spiritiche un fatto di trasposizione intellettuale identica a quella dei sensi; e che, in date circostanze, in date condizioni, presso particolari organismi, la funzione del pensiero non si produca in tutt’altri organi che il cervello? Se la punta del naso può vedere, se il lobo dell’orecchio può leggere e distinguere i gradi del dinamometro, o le lettere maiuscole dell’ottometro (questo nel caso riferito dal prof. De Giovanni) perchè dovrà poi parerci impossibile che si pensi, mettiamo, col braccio o colla punta delle dita? Se ci pare assurdo l’attribuire a cause sovrumane i meravigliosi fenomeni dell’allucinazione, dell’obbiettivazione dei tipi della perdita del libero arbitrio, delle [269]suggestioni che si svegliano nell’organismo dopo un lungo e determinato tratto di tempo[80], perchè dobbiamo esser ritrosi di attribuire il fenomeno della medianità scrivente (intuitiva o meccanica, non importa) a una causa perfettamente naturale cioè, niente distinta dall’umano organismo?

Noi cominciamo appena ora ad intravedere i portenti dell’eredità fisiologica e psicologica che si nascondono nel nostro corpo. L’azione magnetica, lo stato, diciamo così, spiritico, risvegliate tutte queste impressioni ereditarie latenti e liberatele dalla prepotenza delle impressioni immediate, [270]le fanno forse entrare coscientemente in azione? Lo ignoriamo.

Ma se questo potesse venir chiarito con una serie di osservazioni positive (e non mi pare punto difficile) molti dei più sorprendenti fenomeni spiritici risulterebbero la cosa più naturale del mondo.

Visto che un semplice passaggio magnetico può togliere la coscienza della propria personalità, è da tentare se lo stesso mezzo non possa servire ad una operazione opposta, cioè a levar via gl’ultimi strati di impressioni fisiologiche e psicologiche e a mettere a nudo, o a poco a poco, quello che ancora sussiste dentro di noi dei mondi fisiologici e psicologici estinti.

[271]

Io credo fermamente che tali esperienze siano possibilissime e che darebbero meravigliosi resultati.

Presentandosi una favorevole occasione, ho l’intenzione di provarmici.

Questo non significa voler rimanere sprofondati ad ogni costo nella morta gora del materialismo: significa soltanto voler essere cauti per non mettere il piede in fallo.

Un gran fisiologo che, per fortuna, è anche un gran pensatore, il Lotze, senza affermar nulla che sia contrario alle più rigorose esigenze del metodo positivo e ai dati più solidi della scienza, dopo aver conchiuso in favore dell’esistenza dell’anima nelle piante, nell’animale, e nell’uomo, collo stesso rigore ha detto: «Niente [272]può impedirci di affermare in una maniera generale che le anime siano mortali; ma può anche accadere che un’anima peritura non perisca nel corso del mondo, e che, in grazia dell’idea, goda un’esistenza indefinita a cui, da per sè stessa, non avrebbe alcun diritto. Se nello sviluppo della vita spirituale essa realizza un contenuto di tal valore da meritar di sopravvivere nell’insieme del mondo, e rimarrà: se, al contrario, nulla si produce in un’anima da esigere questa permanenza spirituale, e noi dobbiamo credere che essa perirà. Naturalmente si vorrà trarre da queste premesse la conchiusione che le anime delle bestie siano mortali e quella dell’uomo immortale. Ma noi [273]non esamineremo se in tal modo non si accordi assai poco valore all’anima delle bestie e troppo a quella dell’uomo[81]

Tutti i fenomeni dello spiritismo, per fino le apparizioni, le materializzazioni, le fotografie dei morti, non hanno finora condotto a resultati scientifici più diffinitivi di questi del Lotze. Le nuove esperienze del Crookes, fatte con tale apparato scientifico di mezzi e di testimoni da non lasciare nessun dubbio intorno alla loro serietà, si limitano a stabilire come fuor di controversia l’esistenza d’una forza nuova dell’organismo umano che può chiamarsi forza psichica. Tu vedi [274]bene che non si esce dall’organismo umano.[82]

Ma appunto per esser cauti e non mettere il piede in fallo, anche accordando un valore reale a questo confronto di fatti di ordine diverso, non dobbiamo trarne conseguenze che sorpassino la sfera di essi fatti. Con fenomeni come quelli dello spiritismo, se non risulta avverato che si tratti di fenomeni sovrumani, non risulta neanco avverato che si tratti soltanto di fenomeni assolutamente naturali ed umani, nel ristrettissimo senso che noi sogliamo dare a queste parole. Chi sarà tanto presuntuoso da poter dire [275]in questo momento: Est, est! Non, non?

Ed ecco, caro Farina, perchè la mia lettera intestata con una timida interrogazione di curioso, può, senza contraddirsi, finire allo stesso modo, domandando: Spiritismo?

Luigi Capuana

Mineo, 20 gennaio 1884.

[277]

NOTA

Mi piace riportare qui alcuni brani d’un articolo del Parville, dal Débats dell’8 maggio, non che la maggior parte d’un altro articolo del Conte di Villiers de L’Isle-Adam comparso nel Figaro del 10 maggio di quest’anno.

Lo scritto del Parville si occupa dei fenomeni del sonnambulismo provocato.

«Magnétisme, hypnotisme, illusions hier, réalités aujourd’hui. Certes, il a fallu du temps, beaucoup de temps, avant que l’on se décide à étudier de près ces faits étranges, mais on peut affirmer que maintenant les physiologistes les plus éminents considèrent comme hors de conteste les principaux phénomènes [278]de l’hypnotisme et du magnétisme animal. Le système nerveux peut être influencé par des causes extérieures encore mal définies, au point de modifier complètement l’individu au moral et au physique, de le transformer en automate et de substituer par diverses suggestions à sa volonté une volonté étrangère. Les expériences tentées en Allemagne et en France dans ces dernières années ne laissent plus aucun doute à cet égard[83]. M. Liégeois, professeur de droit à la Faculté de Nancy, vient d’attirer de nouveau l’attention sur ces faits dans un Mémoire intéressant, en insistant surtout sur les conséquences qu’ils présentent pour la médecine legale et sur les applications qu’on pourrait en tirer au point de vue du droit civil et du droit criminel. La thèse de M. Liégeois est neuve et hardie; elle peut être soutenue avec de grandes apparences de vérité.

M. Liégeois a voulu d’abord se rendre compte par lui-même de la réalité des phénomènes hypnotiques, et bien voir jusqu’à quelle limite extrême on pouvait pousser l’influence de l’homme sur son semblable. Avec le concours de son collègue, M. le [279]professeur Bernheim, il a hypnotisé un certain nombre de personnes absolument saines de corps et d’esprit. Il est arrivé aux mêmes conclusions que ses devanciers. L’hypnotisé devient un automate inconscient; mais, ce qui est bien plus singulier, c’est qu’il conserve pendant des jours, des semaines, des traces de cet automatisme au point que les suggestions antérieures persistent longtems peuvent l’exciter à accomplir des actes indépendans de sa volonté. L’opérateur peut inspirer à son sujet l’idée d’actes criminels qui, au réveil, seront accomplis fatalement, de point en point, à plusieurs jours, à plusieurs mois d’intervalle même, affirme M. Liégeois. Ainsi, certains sujets sont allés, au jour et à l’heure fixés par M. Liégeois, s’accuser au bureau de police ou chez le procureur de la république de crimes imaginaires, avec tous les détails et dans les termes même qu’il leur avait dicté la veille ou l’avant-veille. D’autres ont exécuté ou cru exécuter des actes effroyables. Une jeune fille, entre autres, a assassine sa mère en tirant sur elle avec le plus grand sang-froid un coup de pistolet à bout portant. Inutile de dire que l’arme n’était pas chargée. D’autres ont reconnu des engagemens qu’ils n’avaient jamais pris et signé des effets en bonne et due forme pour s’acquitter [280]de dettes qu’ils n’avaient jamais contractées. D’autres enfin chez lesquels on avait provoqué certaines hallucinations ont affirmé sur la conscience qu’ils avaient la certitude absolue d’avoir vu, entendu, touché tout ce qui leur avait été suggéré! Ces expériences bien conduites dans une direction donnée ne sont pas sans présenter de gravite. M. Liégeois en conclut naturellement qu’en ce qui concerne la justice civile la suggestion peut intervenir dans un grand nombre d’actes importans pour les fausser ou les entraver, qu’elle peut intervenir aussi en ce qui concerne la justice criminelle dans des actes dont les hypnotisés eux-mêmes sont victimes, ou dans des actes qu’ils accomplissent irrésistiblement, ou enfin dans des actes imaginaires dont on leur a fait admettre la réalité. Les magistrats auraient donc à tenir compte, à l’occasion, de ces suggestions et à découvrir, derrière celui qui a perpétré l’acte, le véritable coupable, c’est-à-dire l’auteur de la suggestion. Le rôle du médecin légiste aurait à prendre de ce chef une nouvelle et considérable importance. Strictement, les idées de M. Liégeois sont justes, et d’autant plus justes à notre sens que nous ne croyons pas que la suggestion soit un phénomène exclusivement réservé au somnambulisme; nous [281]avons des raisons de pensar que c’est un phénomène plus commun qu’on ne le croit; il est exagéré chez l’hypnotisé, alors il apparaît dans toute son évidence, mais pour être moins accentué chez certains sujets il ne s’ensuit pas qu’il n’existe pas plus ou moins. Des causes inconscientes agissent sans cesse sur nous et modifient notre personnalité. Ne dit-on pas souvent que telle ou telle personne exerce un certain ascendant sur ses semblables? Ne sait-on pas que l’influence bonne ou mauvaise de tel ou tel individu retentit sur les autres? Que de phénomènes suggestifs jouent leur rôle sans que nous nous en rendions un compte exact! Le milieu exerce son action; on n’est plus le lendemain ce que l’on était la veille; l’entourage a marqué son empreinte. La pensée d’autrui retentit sur celle du voisin; le souvenir inconscient change les idées, les actes même, et le déterminisme par résultante de souvenirs et de combinaisons psychiques pourrait bien ne pas être un vain mot. Au fond, le magistrat, aujourd’hui comme avant la thèse de M. Liégeois, n’en reste pas moin toujours devant la solution du même problème: découvrir le véritable coupable. Seulement l’horizon s’est agrandi et les méthodes [282]d’investigation pourront devenir plus précises et plus certaines[84].

Ce qu’il importe avant tout de bien montrer, c’est qu’en vérité la suggestion est un phénomène commun, facile à produire, et qui ne saurait échapper à l’attention des observateurs. Les exemples abondent: MM. Liégeois et Bernheim en ont donné d’excellens, obtenus pour les besoins de leur thèse; il n’est pas superflu d’en citer d’autres qui n’ont pas été recueillis avec une idée préconçue.

Il y a déjà plus de vingt ans que, loin de tout milieu civilisé, nous provoquions par suggestion les actes les plus bizarres chez des Mosquitos hypnotisés; ils imitaient à distance tous nos mouvemens; [283]véritables automates dont nous tirions à volonté les ficelles. Mais il s’agissait sur tout là de suggestions d’ordre physique. Les suggestions d’ordre psychique sont bien plus extraordinaires. M. Charles Richet qui a très finement étudié ces questions en a recueilli lui-même de nombreux exemples dans un livre remarquable, et d’ailleurs remarqué avec raison: L’Homme et l’Intelligence[85]. Nous n’insisterons pas sur les phénomènes de suggestion les plus connus, mai nous emprunterons à M. Ch. Richet quelques cas bien singuliers où la personnalité disparait complètement………..

En tout cas, il semble résulter manifestement de tout ce qui précède que tout sujet hypnotique est susceptible sous certaines influences de perdre son libre arbitre et d’obéir à des volontés étrangères, à des impulsions extérieures. C’est une conclusion capitale, mais qui se déduit nécessairement de faits observés.

Dans les exemples que nous avons signalés, les ordres qui provoquent plus tard les impulsions sont donnés oralement, de façon à impressionner par la [284]voie ordinaire les centres nerveux. On s’est demandé si un sujet magnétique exécuterait de même un ordre pensé et non exprimé. Les magnétiseurs n’hésitent pas à répondre par l’affirmative. Nous ne croyons pas qu’aucune expérience réellement nette permette aujourd’hui de trancher la question d’une façon aussi péremptoire; mais qui oserait d’un autre coté affirmer aujourd’hui que le fait est impossible? Il importe peu au point de vue légal que la suggestion s’opère mentalement ou par ordre communiqué, puisque le sujet réveillé oublie et l’ordre et celui qui le lui a donné; mais quelles conséquences pour la psychologie! Laissons la question ouverte; nous ne sommes pas aujourd’hui encore en état d’y répondre avec certitude.

Ces études ne sont, à vrai dire, qu’à leur début; c’est encore l’inconnu pour le physiologiste; le système nerveux nous promet encore bien des surprises; la plupart des phénomènes hypnotiques sont inexplicables dans l’état actuel de la science. Citons encore un exemple trés curieux. Le docteur Tagnet, de Bordeaux, soigne en ce moment une jeune malade qu’il endort, comme le fait d’ailleurs M. Dumontpallier, par une simple pression sur une vertébre du cou. Ce sujet est bien surprenant. Ses sens [285]atteignent un degré de finesse incomparable; elle perçoit des impressions qui nous échappent; elle possède une vue qui tiens du merveilleux. On place devant elle un carton, une feuille de papier, et derrière elle, à une certaine distance, des objets quelconques. Elle voit ces objets réfléchis sur le carton comme sur une glace, ou du moins elle le dit, mais en tout cas elle énumère un à un les objets que l’on fait passer derrière son dos. Elle peut même lire ainsi des phrases imprimées qu’elle déchiffre a rebours beaucoup mieux que nous ne pourrions le faire d’une ligne imprimée réfléchie par un miroir. On découpe une feuille de carton en petits morceaux; on lui présente un de ces petits morceaux en lui suggérant l’idée que sur l’un d’eux se trouve le portrait de sa mère; elle trouve le portrait excellent et témoigne de sa joie. On fait une marque invisible sur ce petit carton et on le mêle avec les autres; quelque temps après, on lui remet entre les mains tous les petits morceaux épars; en moins d’une seconde, elle retrouve le carton à la marque invisible et exprime de nouveau le plaisir qu’elle éprouve à contempler le portrait de sa mère. Et ainsi chaque carré de carton se transforme en portraits de famille, et jamais elle ne se trompe quand [286]elle les regarde; toujours, sans erreur elle retrouve sur chaque carré l’image qu’on lui a dit y être peinte. La suggestion persiste, fixée comme une photographie sur les carrés de carton.

L’odorat du sujet de M. Tagnet est tout aussi remarquable; elle flaire littéralement les objets qu’on lui met entre les mains; et, sur l’invitation du premier venu, elle les remet, sans jamais se tromper, à leur véritable propriétaire. Expliquera qui pourra, en ce moment, cette acuité singulière des sens.

Encore un peu, et si l’on se laissait entraîner sur cette pente par la fascination de l’extraordinaire, on finirait bientôt par trouver tout naturels certains faits qui sont pour nous incompréhensibles et qui tiennent du merveilleux, notamment, par exemple, les expériences stupéfiantes que répète, en ce moment, dans quelques salons privilégiés, l’Anglais Stuart Cumberland. Si les expériences de M. Cumberland étaient d’ordre magnétique, ne suffirait-il pas d’admettre pour expliquer sa faculté de devin, qu’il est lui-même hypnotique et influencé par suggestion mentale? Il irait où on lui commande d’aller par la pensée. Véritable automate, il obéirait simplement aux suggestions que l’on provoquerait chez lui. Beaucoup d’hypnotiques en état de veille sont dans ce cas, [287]mais obéissent, il est vrai, à des ordres exprimés. On en voit qui trouvent très bien les objets cachés, comme s’ils étaient guidé par un flair particulier, comme la somnambule de Bordeaux. Mais arrêtons nous, sous peine d’amener à la fin une confusion regrettable entre des faits bien acquis et des vues purement hypothétiques, qui ne reposent aujourd’hui sur aucune base solide.

Le doute est la règle recommandée avec raison en face de l’inconnu. Il faut douter jusqu’à l’évidence; mais, d’autre part, ne refusons pas de voir, d’examiner et d’étudier les phénomènes dont la clef nous échappe. Est-ce que nous nous connaissons nous-même? Est-ce que nous savons bien jusqu’à quel degré d’étonnante impressionnabilité peuvent parvenir nos sens? Savons-nous même quels sont nos sens? Il suffit chez un très grand nombre de personnes de l’approche d’un aimant pour provoquer des sensations. Qui eût osé affirmer avant les expériences modernes que nous étions sensibles à l’aimant? Nous aurons à revenir prochainement à cet égard sur d’intéressantes expériences de M. Julian Ochorowicz. Souvent, il suffit de placer le doigt entre les branches d’un petit aimant en fer à cheval pour éprouver des sensations de chaleur, des picotemens, des [288]tremblemens, de la paralysie, etc. Les personnes sensibles à l’aimant seraient toutes des hypnotiques. Si le fait se vérifiait, la médecine legale aurait dans la pierre d’aimant un instrument d’investigation bien commode et qui «ne violerait certes pas la liberté morale des accusés.»

On voit combien nous avons à travailler encore avant d’y voir un peu clair autour de nous. Quant à présent, nous sommes bien obligés de rester sur le seuil de ce monde mystérieux, qui ne nous ouvrira ses portes toutes grandes que lorsque les progrès de la science nous auront enfin dévoilé les secrets de la physiologie du système nerveux.»

Henri de Parville.

Il Conte de Villiers de L’Isle-Adam, annunziando la prossima pubblicazione del nuovo libro del Crookes, ne dà le conclusioni traendole dai frammenti pubblicati nel Quarterly Journal of Science, nell’Athenoeum e nella Quarterly Review:

[289]

«La prochaine apparition du livre de William Crookes, La Force psychique, produira, certes, une durable sensation de stupeur dans les deux mondes.

Des les premières lignes de ces volumineux sommaires, on sent qu’il s’agit d’observations d’un caractère tout à fait insolite et que la Science de l’Homme se hasarde ici, pour la première fois, sur un terrain tellement fantastique et inattendu, que le lecteur, stupéfait, se demande s’il rêve! Mais, comme les expériences que relatent ces lignes sont justifiées par différentes sanctions du Comité de Recherches des Sciences dialectiques de Londres, dont il est difficile de récuser la compétence hors ligne, la sûreté d’examen et la rigueur positiviste, l’attention du lecteur est bien vite fascinée.

Pour la parfaite intelligence de ce dont il est question, le mieux est, pensons nous, de citer l’étonnant exorde de William Crookes lui-même, au début de… ce nouvel incident de l’Humanité.

***

— «Voici que, depuis plusieurs années, une sorte de doctrine se répand chez nous, — en Europe et ailleurs, — augmentant, chaque jour, le nombre [290]de ses adeptes et comptant, parmi ses prosélytes, des hommes de haute raison et d’un savoir éprouvé. Cette doctrine s’autorise de faits complètement en désaccord avec diverses lois avérées de la Nature: et ces faits sont attestés, cependant, par des témoignages à ce point considérables que l’on a cru pouvoir, officiellement, nous en saisir. — La Chambre des représentants, à Washington, a reçu des pétitions à ce sujet, revêtues de plus de vingt millesignatures. A Hertford, des enfants, — de très jeunes filles même, ont failli payer de leur existence (les demoiselles Fox, par exemple, âgées de douze et de quatorze ans) des phénomènes que tout un district attribuait à leur présence. — Et Angleterre, jusque dans Londres, la fréquence de ces prétendus «événements occultes» a fini par troubler, par effrayer les esprits d’une partie de la population: — l’on se croirait au Moyen-Age, en écoutant ces rumeurs.

«J’estime qu’il est du devoir des hommes de science, qui ont appris à travailler d’une manière exacte, d’examiner tous les phénomènes qui attirent l’attention publique, afin, soit d’en confirmer la vérité, soit d’expliquer, si faire se peut, l’illusion des honnêtes gens en dévoilant la supercherie des charlatans, des imposteurs.

[291]

Or, un grand nombre de personnes, d’un sens commun cependant notoire, avons-nous dit, — nous parlent, par exemple «d’influences mystérieuses sous l’énergie desquelles de lourds objets d’ameublement se meuvent, soudain, d’une pièce à une autre, sans l’intervention de l’homme».

A ceci nous répondons:

— Le savant a construit des Instruments qui divisent un pouce en un million de parties. Nous demandons que ce «influences» fassent mouvoir, seulement d’un seul degré, l’indicateur de ces instruments, dans nos laboratoires.

On nous parle de «corps solides, pesant cinquante, cent livres, — de personnes vivantes même, s’élevant dans les airs sans le secours d’aucune force connue».

A ceci nous répondons:,

— Alors, que ce pouvoir, quel qu’il soit, qui, nous dit-on, serait guidé par une intelligence, et qui élève, jusqu’aux plafonds de vos appartements, des corps lourds, animés ou inanimés, fasse pencher seulement l’un des plateaux de cette petite balance qui, sous son globe de cristal, est sensible à un poids si minime qu’il en faudrait dix mille comme lui pour faire un gramme!

[292]

On nous parle de «fleurs mouillées de fraîche rosée, de fruits, et même d’êtres vivants apportés au travers des murailles»,

A ceci nous répondons:

— Qu’on introduise donc un milligramme d’arsenic à travers les parois d’un tube de verre dans lequel de l’eau pure est hermétiquement scellée par nous!

On nous parie de «coups frappés qui se produisent jusqu’à ébranler les murs dans les différentes parties d’une chambre où deux personnes sont tranquillement assises devant une table; — de maisons secouées jusqu’à en être endommagées par un pouvoir extra-humain»; — et l’on ajoute que «des plumes ou des crayons tracent tout seuls des lignes présentant un sens; — que des ressemblances de défunts apparaissent.»

A ceci nous répondons:

— Que ces coups se produisent seulement sur la membrane tendue d’un phonautographe!… Que ce pendule, en sa gaine de verre, soit seulement mis en vibration!… Que cette plume, que je tiens, rature seulement, sur ce bureau, l’un seul des mots que je viens d’écrire!… Quant aux «apparitions» nous avons des instruments qui mesurent l’éclair: [293]qu’une seule d’entre elles passe pendant la durée d’un 120e de seconde seulement devant la lentille de l’un de ces instruments!

Enfin l’on nous parle de «manifestations d’une puissance équivalente à des milliers de kilogrammes, et qui se produisent sans cause connue.»

— Eh bien! l’homme de science, qui croi fermement à la conservation de la force, demande que ces manifestations se répètent dans son laboratoire, où il pourra les peser, les mesurer, et les soumettre à des essais catégoriques. Et, pour conclure, quelle que soit l’estime où l’on puisse tenir les témoins de faits provoqués, nous dit-on, par la seule présence d’individus «exceptionnels» appelés médiums, quelque intègres, charmants, chevaleresques que soient ou puissent être ces mediums eux-mêmes; nous ne pensons pas que cela doive, rigoureusement, amener qui que ce soit à une somme de confiance pour accepter ainsi, sans analyse ni contrôle méthodiques, la réalité de phénomènes qui commencent par démentir les notions les plus élémentaires de la Science moderne, entre autres celle de l’universelle et invariable loi de la gravitation.

Voilà, certes, le langage d’un homme sérieux — et, ce défi jeté, la cause semblait jugée.

[294]

***

A quelques mois de ce verdict, le Comité de Recherches des Sciences, à Londres, fut mis en émoi par une note brève émanant de William Crookes, qui, sans commentaires, le convoquait au contrôle «d’expériences médianimiques dignes d’attention». Il se trouvait que, presque en ce même temps (hiver de 1870), des praticiens, délégués, en quelque sorte, par toutes les nationalités de l’Europe, entrecroisaient, dans les revues des sciences, les affirmations les plus étranges; déclarant que leurs essais particuliers sur la réalité du fluide médianimique amenaient chaque jour des résultats «inattendus». Dans la longue liste de ces savants, figurent, on doit le constater, des noms d’une certaine importance. La Faculté de Pétersbourg, par exemple, est représentée par l’un de ses plus éminents professeurs de chimie, M. Boutlerow; — l’Académie des sciences expérimentales de Genève, par le professeur Thury; — les Etats-Unis, par le docteur Robert Hare, professeur de chimie à l’Université de Pensylvanie, etc., etc.: l’espace nous manque pour citer les soixante ou soixantecinq [295]noms, aussi recommandables mentionnés dans ces rapports.

Etonnés de pareilles notifications, qui leur parvenaient, coup sur coup, de tous les points du monde scientifique, plusieurs physiciens allemands, des spécialistes de tous pays se rendirent à Londres, où des hommes tels que lord Lindsay et le lord comte de Dunraven, des mathématiciens tels que le capitaine C. Wynne, et une commission de membres de la Société Royale étaient venus s’adjoindre à William Crookes pour des observations quotidiennes. — Deux ou trois «sujets humains» doués, — paraissait-il, — de manière à intéresser la Science, continuèrent de se prêter, dans les laboratoires anglais, et dans celui même de l’illustre docteur, à des expérimentations.

Il résulterait des attestations signées de l’érudite assistance que, non seulement les phénomènes réclamés au préalable se seraient tous produits — (ceci en plein jour et dans des conditions d’évidence toutes spéciales), — mais que d’autres faits, plus singuliers encore, — des incidents capables de déconcerter le positivisme le plus rassis, — se seraient imposés, tout à coup, au grave étonnement de l’assemblée; — qu’enfin «d’incohérentes manifestations revêtues [296]d’une sorte de caractère macabre», auraient troublé la régularité compassée de ces examens.

Les sujets ou médiums étaient, cependant, liés à terre, tenus aux quatre membres à une grande distance des objets impressionnés. Entre eux et ces objets s’interposaient les membres de la commission du contrôle. A l’état libre, ils étaient prévenus que toute communication physique, due à n’importe quelle fraude subtile, serait instantanément châtiée d’une très violente secousse électrique, des réseaux d’induction enveloppant les appareils placés sur des isolateurs. Pour le surplus, deux des premiers prestidigitateurs illusionnistes de Londres surveillaient de près chaque expérience.

C’est dans de telles condictions qu’on a vu les aiguilles des dynamomètres de précision, à secrets contrariés (connus des seuls expérimentateurs), varier sous des pressions équivalentes à des centaines de livres, pendant que sur les murs, sur les instruments du laboratoire et jusque sur les mains des doctes assistants, des heurts semblables «à ceux d’un doigt replié frappant impatiemment à une porte» étaient entendus ou ressentis.

A l’issue de presque toutes les séances, les médiums demeuraient étendus sur le parquet, dans un [297]état de prostration cataleptique présentant, médicalement, toutes les apparences de la mort.

Parmi ces médiums-naturels étaient des enfants de sept et huit ans, s’élevant à des hauteurs de plusieurs mètres et flottant, presque endormis, dans l’espace, pendant plusieurs minutes. «Ce phénomène, affirme le docteur Crookes, M. Home l’a exécuté, aussi, plus de cent fois devant nous, rénovant ainsi le prétendu sortilège de Simon le magicien dans l’amphithéâtre de Rome.»

D’après un grand nombre de professeurs émérites, — entre autres ceux dont nous avons cité les noms, — au témoignage de plusieurs délégués éminents d’universités ou d’académies, et des différents membres de la Société Royale ainsi que du Comité de Recherches des Sciences, appuyés de l’attestation de William Crookes, les principaux phénomènes reconnus comme désormais avérés seraient, — (non compris leurs subdivisions):

1. L’altération du poids d’un corps quelconque, obtenue à distance; 2. d’inexplicables visions de météores, traversant les laboratoires, avec des allées et venues — sortes de lumières ovoïdes, radieuses, inconnues, inimitables, — bondissant et rebondissant d’objets en objets; 3. des déplacements continuels d’instruments [298]scientifiques, de meubles lourds ou légers, se mouvant comme sous l’action d’une force occulte; 4. de véritables «apparitions» de formes étranges, de «regards», de mains lumineuses d’une ténuité inconcevable et cependant tangible — au point de supporter, dans l’air, un thermomètre en liège du poids de quatre grammes, lequel demeurait, sous leur pression, d’un niveau absolument insensible, — ces mains offraient l’aspect tantôt vivant, tantôt cadavérique: et si rapide que fût l’éclair dont on essayât d’en répercuter la vision sur l’objectif, aucune plaque photographique n’a été impressionnée, en aucune façon, de leur présence. Et ces mains, pourtant! saisissaient des fleurs sur une table et allaient, à travers l’espace, les offrir à des spectateurs; puis, tout à coup, venaient nous «serrer les mains avec toute la cordialité d’un vieil ami»; 5. des mises en jeu d’instruments de musique placés, positivement, dans des conditions où toute communication était impossible et dangereuse pour le médium; 6. des doigts fluides lumineux, relevant une plume sur une table et traçant des lignes d’écritures différentes où plusieurs ont affirmé reconnaître celles de personnes défuntes (quelque uns, même, en ont fourni la preuve). — Tout ceci, de jour et de nuit.

[299]

« — J’ai vu, devant témoins (affirme expressément le Dr. William Crookes), l’une de ces nébuleuses mains claires prendre une fleur à longue tige, nouvellement cueillie, et la faire passer lentement à travers la fente imperceptible d’une planche de chêne massive, sans qu’il fût possible d’apercevoir ensuite, sur cette fleur, soit à l’œil nu, soit au microscope, une trace quelconque d érosion sur la tige ou sur les feuilles, lesquelles étaient dix ou douze fois plus larges que la fente de cette planche. — Plusieurs membres de la Société Royale et moi nous avons vu, ensemble, l’ombre d’une forme humainesecouer des rideaux pendant plus de deux minutes, puis disparaître en s’atténuant. — Cent fois nous avons vu des flambeaux et des lampes, placées sur des meubles, s’élever avec eux, se pencher, sans tomber, tenant leurs flammes droites et horizontales selon le degré d’inclinaison de ces objets dans l’air. Quant aux célèbres «tables tournantes», nous avons voulu, par surcroît, vérifier le fait dans des conditions de difficulté spéciales et que la rare puissance de nos médiums pouvait, seule, surmonter. — Le Comité de Recherches des Sciences dialectiques de Londres et les professeurs étrangers s’étant donc assemblés pour un essai concluant à ce sujet, quatre [300]de ces médiums sont venus se placer à genoux sur des chaises dont les dossiers seuls touchaient la table — (une lourde et vaste table). — Ils croisèrent leurs mains sur ces dossiers et rien de leurs personnes n’était en contact direct avec la table. De plus, certaines mesures minutieuses, de nous seuls connues, avaient été prises pour avérer l’authenticité absolue du phénomène. En quelques instants, nous vîmes l’énorme table s’enlever de terre, se pencher, frapper le parquet, monter, stupéfiante, au-dessus de nous, flotter, se livrer dans l’espace à des évolutions diverses, puis redescendre lentement à sa place. Le Comité et l’assistance ont donc attesté comme «concluante» cette expérience… qui, d’ailleurs, ne pouvait plus nous étonner.»

Il va sans dire que nous pourrions relever un grand nombre d’autres faits énigmatiques, attestés des plus sérieusement. Mais nous ne saurions prendre la responsabilité de telles citations; nous ne voulons et ne devons mentionner, en un mot que les observations dûment contrôlées et reconnues par la Science comme incontestables. Lorsque nous ne traduisons pas, nous résumons, aussi exactement que possible, sans opinion ni commentaires.

[301]

Voici maintenant les conclusions du Dr. William Crookes lui-même à ce sujet:

— La foule, toujours avide du «surnaturel», nous demande: «Croyez-vous ou ne croyez-vous pas?» Nous répondons: Nous sommes chimistes, nous sommes physiciens; notre fonction n’est pas de «croire ou de ne pas croire» mais de constater, d’une façon positive, si tel ou tel phénomène est ou n’est pas imaginaire. Cela fait, le reste ne nous regarde plus. Or, quant à la réalité de ceux-ci, nous nous prononçons pour l’affirmative, au moins provisoirement, puisqu’à la parfaite consternation de nos sens et notre entendement, l’évidence nous y contraint.

«Rien n’est trop merveilleux pour être vrai, a dit Faraday, si cela est conforme aux lois de la Nature. Mais il faudrait connaître toutes les lois de la Nature, (et rien qu’avec celles que nous ignorons on pourrait créer l’Univers), pour déterminer si tel phénomène leur est ou non conforme. Or il se trouve qu’ici, comme en électricité, par exemple, l’expérience, l’observation sont les seules pierres de touche de cette conformité.

«Qu’on veuille donc bien se souvenir que nous ne risquons ni hypothèses, ni théories, quelles qu’elles soient. Nous attestons, simplement, certains faits [302]et ne pouvons avoir qu’un seul but, conforme à celui de toute notre longue carrière, la Vérité. Les Comités d’examen, les hommes éminents, les praticiens de toute nation qui se sont adjoints au sévère contrôle de nos expériences ont conclu avec moi: Nous ne vous disons pas, encore une fois, que cela est vraisemblable; nous vous disons que cela EST!

«Au lieu de nier, de douter ou de croire au hasard, ce qui est tout un, — et de s’imaginer que nous sommes capables d’avoir perdu notre temps à contrôler des tours d’escamoteurs (comme si cette niaiserie était possible) donnez-vous plutôt la peine d’examiner, d’abord, comme notre incrédulité primitive s’est, au moins soumise à le faire!… Montrez-nous, par une critique sévère, ce qu’il faut regarder comme des erreurs dans nos examens; spécifiez-les et suggérez ensuite, si vous le pouvez, des moyens d’essais plus concluants. Imaginez des ensembles de difficultés plus insurmontables et plus subtiles que celles où nous avons placé les médiums à leur insu! Mais ne venez pas, à la hâte, traiter nos sens de témoins menteurs ou aisément abusés, ni taxer nos esprits d’une démence (qu’entre parenthèses nous aurions seuls qualité pour constater dans les vôtres), parce que les faits témoignent contre vos [303]idées préconçues, comme, autrefois, le furent les nôtres. Il est difficile d’être plus sceptiques ou plus positifs que nous en matière d’examen expérimental: si vous vous faites une supériorité de votre ignorance ou de votre savoir d’amateurs, à quoi l’Homme devra-t-il s’en tenir? Nous soutenons que tout masque de suffisance ou de bonhomie disparaît de la face humaine devant certains phénomènes effectués par des médiums réels en nos laboratoires et que les plus railleurs deviennent, alors, pareils à ces malins villageois qui, dans les fêtes foraines, après s’être bien moqués, en clignant de l’œil, d’un appareil de Rhümkorff, par exemple, changent instantanément de visage dès qu’ils en ont seulement effleuré les fils. — Pour le surplus, rejeter, â l’étourdie, les témoignages d’hommes à qui l’on en a déféré pour contrôler un fait et en connaître, revient à ne tenir compte d’aucun témoignage humain quel qu’il soit, car il n’est point de faits dans l’Histoire sacrée ou profane ni dans les annales de la Science qui s’appuient sur des preuves plus permanentes et plus imposantes que celles qui nous ont, je ne dirai pas convaincus, mais confondus. Osez donc, alors, venir justifier de la supériorité de vos sens et [304]de votre scepticisme sur les nôtres et que ces oiseuses controverses finissent!

Donc:

1. Les résultats de nos longues et patientes investigations paraissent établir, sans conteste, l’existence d’une nouvelle force liée à l’organisme humain et que l’on peut appeler Force psychique.

2. Tout homme serait plus ou moins doué de cette force secrète, d’une intensité variable, pouvant être développée, et, par suite, agir, soit à volonté, soit pendant son sommeil, soit contre son gré, soit à son insu, sans le secours d’aucuns mouvements ni de communications physiques, sur des êtres ou des objets quelconques, plus ou moins éloignés.»

COMTE DE VILLIERS DE L’ISLE ADAM.

NOTE:

1.  Dal Heidenhain, dal Grützner, dal Rumpf, dal Charcot, dal Richet, dal Baumler, dal Regnard, dal Maggiorani, dal Tamburini, dal Seppilli e da parecchi altri eminenti medici e fisiologi.

2.  W. Crookes, membre de la societé Royale de Londres, Recherches sur les phénoménes du spiritualisme. Paris, pag. 137.

3.  Vedi Le sonnambulisme provoqué nel suo volume l’Homme et l’intelligence. Paris, Ateau 1884, pag. 248-49.

4.  Richet, op. cit. pag. 221.

5.  Der sogennante thierische Magnetismus. Leipzig, 1880.

6.  Richet, op. cit. pag. 223.

7.  Du Sommeil magnétique dans l’hystèrie. Strasbourg 1868.

8.  Metto in nota quelle parole o frasi che, per amor di chiarezza e per comodo del lettore, mi son permesso, qua e là, di cambiare nel testo. Qui, per esempio, il testo diceva: pittoresche.

9.  fuga.

10.  dal suo seno.

11.  in dubbio.

12.  allargasi.

13.  messa del tutto in chiaro.

14.  in circoli e circoli.

15.  fa distinguere.

16.  al.

17.  lungo.

18.  da poltroneria.

19.  guastelle (sicilianismo).

20.  teneva.

21.  alla sveglia.

22.  soggetto.

23.  insegnava (sicilianismo).

24.  operavano.

25.  abitabile.

26.  sue occulte camminate.

27.  sue.

28.  era il tempo del suo inferno.

29.  era.

30.  mila.

31.  libera.

32.  fabbricavano.

33.  doversi da tutti.

34.  facendo quattro espressioni con parole.

35.  quegli.

36.  se era in loro abilità.

37.  al.

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