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Recensione di “Io e loro – una donna guarda gli uomini” di Paola Urbani

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13288230_1721775308096193_402809746_o Una grafologa ci fa vivere attraverso la sua soggettiva gli uomini (talvolta protagonisti, talvolta comparse) della sua vita.

Abbiamo incontrato Paola Urbani, laureata con lode in filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, grafologa presso la Société Francaise de Graphologie a Parigi, e direttore editoriale della rivista di grafologia ‘Il Giardino di Adone’.

Prende parte inoltre come relatrice in congressi nazionali ed internazionali di grafologia, svolgendo consulenze grafologiche sia in campo privato, che per aziende nel campo professionale. Autrice di saggi e di numerose pubblicazioni di grafologia.

Scrive racconti di fantascienza con suo figlio Emanuele Viola e con lui ha vinto nel 2007 il premio RiLL e nel 2009 il premio Altri Mondi. Si interessa dei paradossi filosofici e ha pubblicato articoli sul paradosso di Zenone, del sorite e sul paradosso di Newcomb, alla presentazione del suo libro “Io e loro – Una donna guarda gli uomini”, scritto in una diretta e verace prima persona che snocciola in una lucida e ironica carrellata i profili degli uomini che in qualche modo hanno sfiorato o fatto effettivamente parte della vita dell’autrice, (sufficienti -precisa l’autrice – a formare un piccolo catalogo) che attinge a piene mani (o a piena penna) dalla realtà, come ella stessa afferma nell’introduzione, cambiandone i nomi. L’autrice a partire da una considerazione di Giovanni (alias Eugenio, suo marito, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere) si interroga sulla diversità che esiste tra il genere maschile e il genere femminile (una lotta ormai millenaria, a colpi di fraintendimenti, bugie, omissioni, incomprensioni) ma anche sul perché certi ricordi, certe frasi, che all’apparenza possono sembrare privi di rilevanza le si siano impressi nell’archivio della memoria. A tal proposito l’autrice chiama a testimone Pirandello citando “I nostri ricordi”, la storia di Carlino Bersi, un pittore di discreto successo che tornando al suo paese natale viene a conoscenza del fatto che c’è un suo grande amico che non solo non si è mai dimenticato di lui, lo aspetta trepidante e nell’attesa racconta a tutti di essere stato suo amico di infanzia, con dovizia di aneddotica sui tempi in cui entrambi erano bambini. L’unico problema è che l’oggetto e coprotagonista di queste storielle, Carlino Bersi, non ricorda nessuno di questi episodi, fino ad arrivare a dubitare che, il suo “amico” se li sia inventati di sana pianta, così decide di andarlo a trovare e costui non solo non lo riconosce, ma gli propina le stesse storielle. Potrebbe trattarsi di una riprova, invece Carlino riascoltando quelle storie sulla sua infanzia, comincia ad avvertire un eco di verità, anche se –lui pensa- la versione del suo amico si presenta sciocca, spogliata di ogni poesia, miseramente adattata “all’affliggente angustia dei luoghi”(citando l’autrice). Questa riflessione ci riporta direttamente alla visione delle cose percepita come non assoluta, non univoca per tutti, modificabile, senza alcuna fissità, in quanto ogni punto di vista la vuole se non del tutto differente, condita di sapori e sfumature che spesso possono divergere se si prova a comparare visioni di occhi differenti, osservanti la medesima situazione o fenomeno. Proprio per questo l’Autrice si scusa e chiede ai lettori assoluzione, e con una sottile ironia, specifica che si è trattato solo dello sguardo di una donna che si è posato su di loro, ma si fa perdonare la birichinata sul finale, elencando invece i sette motivi per cui gli uomini vadano amati. Buona lettura!

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