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Tony Blair, conferenza partito laburista, 2 ottobre 2001

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Il millennio appena trascorso appare, in retrospettiva, solo un istante fugace. Gli avvenimenti dell’11 settembre hanno segnato una svolta epocale, chiamandoci ad affrontare i pericoli futuri e a prendere posizione di fronte all’umanità. È stata una tragedia, un atto di crudeltà. Alle vittime vanno la nostra più profonda comprensione e le nostre preghiere e al popolo americano la nostra sincera solidarietà. Eravamo con voi all’inizio e vi appoggeremo fino alla fine.

Solo due settimane fa, a New York, dopo la messa, ho incontrato alcune tra le famiglie delle vittime britanniche. Era, per certi versi, una situazione molto “britannica”. Tè e biscotti. Fuori pioveva. Persone che parlavano tra loro a voce bassa, cercando di essere persone normali in una situazione anormale. E, non appena attraversavi la stanza, sentivi rimpianto e tristezza; mani che stringevano fotografie di figli e figlie, mogli e mariti. Ti imploravano di credere che ci fosse ancora una speranza per i loro cari di essere trovati vivi, anche se era chiaro che ogni speranza era ormai svanita.

E, poi, una madre di mezza età ti guarda negli occhi e ti dice che il suo unico figlio è morto, e ti chiede perché: perché? Vi confesso: in questi momenti non ti senti la persona più potente del Paese. Perché non c’è risposta. Non c’è giustificazione per il dolore. Suo figlio non ha fatto nulla di male. Non ha fatto nulla di male la donna incinta di sette mesi il cui figlio non conoscerà mai suo padre.

Credo che la commemorazione dovrebbe essere qualcosa di più grande di una semplice punizione dei colpevoli. Dal male dovrebbe sorgere il bene: la distruzione della macchina del terrorismo ovunque esso sia; la speranza tra le nazioni in un nuovo inizio, quando cerchiamo di risolvere le diversità in modo calmo e ordinato; maggiore comprensione tra nazioni e fedi e, soprattutto, giustizia e prosperità per i poveri e i diseredati, cosicché la gente possa ovunque vedere un’opportunità per un futuro migliore, attraverso il duro lavoro e la creatività dei liberi cittadini, non attraverso la violenza, la barbarie e il fanatismo.

So che la gente qui in Gran Bretagna è ansiosa, anche un po’ preoccupata. Lo capisco. La gente sa che dobbiamo agire, ma è preoccupata delle conseguenze. È preoccupata della nostra economia e parla di recessione. Certamente ci sono dei rischi; è una situazione nuova. Ma le basi delle economie degli Stati Uniti e dell’Europa sono solide. Tutte le misure ragionevoli per la sicurezza interna sono state avviate. Il nostro modo di vivere è molto più importante e durerà molto più a lungo dell’azione dei fanatici, che sono pochi e ora affrontano un mondo unito contro di loro. Le persone devono avere fiducia. Questa è una battaglia con un unico risultato: la nostra vittoria, non la loro.

Quello che è successo l’11 settembre non trova eguali nella storia sanguinosa del terrorismo. In poche ore, più di 7.000 persone sono state annientate, il cuore economico di New York è stato ridotto in macerie e a Washington e in Pennsylvania altre vittime e orrore a livelli inimmaginabili […].

Conosciamo i responsabili. In Afghanistan sono presenti campi di addestramento mirati all’esportazione del terrore. Il capo di coloro che li supportano e li organizzano è Osama Bin Laden. È appoggiato e protetto dal Regime Talebano. […] Non ci sono dubbi: Bin Laden e i suoi uomini hanno organizzato questa atrocità. I Talebani lo aiutano e lo favoreggiano. Non desisterà da nuovi atti di terrore. I Talebani non smetteranno di supportarlo. Qualunque saranno i rischi delle nostre contromosse, i rischi della mancanza di azione saranno molto, molto più grandi. […]

Che fare? Alcuni suggeriscono di evitare reazioni esagerate. […] Ma cerchiamo di comprendere la situazione. Ascoltiamo i richiami di quei passeggeri sugli aerei. Pensiamo ai bambini che erano a bordo, condannati a morte. Pensiamo alla crudeltà che supera ogni nostra capacità di immaginazione. Quei dirottatori hanno lanciato aerei a tutta velocità e carichi di carburante contro edifici, dove lavoravano decine di migliaia di persone. Se avessero potuto ucciderne 70.000 invece di 7.000, lo avrebbero fatto senza dubbi e se ne sarebbero rallegrati? Non esistono compromessi con queste persone, non ci sono punti di incontro con il terrore. Esiste solo una scelta: sconfiggerlo o essere sconfitti da esso.

[…] Oggi i conflitti rimangono raramente all’interno dei confini nazionali. […] Oggi ogni minaccia diventa caos. […]

È possibile creare un Patto per l’Africa, che unisca i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo […]. La condizione africana è una cicatrice nella coscienza del mondo. Ma se il mondo avesse una comunità dedicata a questa emergenza, la potremmo fronteggiare e risolvere. E se non lo faremo, la situazione diventerà sempre più grave e tragica.

Possiamo arrestare i cambiamenti climatici se lo vogliamo. Il trattato di Kyoto è giusto. Lo applicheremo e solleciteremo le altre nazioni perché facciano lo stesso. Ma questo è solo l’inizio. Con immaginazione, potremmo applicare le tecnologie che creano l’energia, senza distruggere il nostro pianeta; possiamo garantire lavoro e commercio senza la deforestazione. […] Sicuramente oggi abbiamo la capacità e la volontà di assicurare lo sviluppo economico, senza distruggere l’ambiente da cui dipendiamo. […]

Mi rendo conto del motivo per il quale la gente protesta contro la globalizzazione. Guardiamo con trepidazione ad alcuni aspetti che la globalizzazione comporta. […] I dimostranti hanno ragione a dire che esiste l’ingiustizia, la povertà, il degrado ambientale. Ma la globalizzazione è un fatto e, in un modo o nell’altro, è sospinta dalla gente. Non solo nel campo della finanza, ma nella comunicazione, nella tecnologia, progressivamente nella cultura, nel divertimento. E nel commercio. Il problema non è l’eccessiva globalizzazione; è il contrario, la scarsa globalizzazione. Il problema non è come fermare la globalizzazione. Il problema è come usare il potere della gente per combinarlo con la giustizia. […]

La nostra priorità numero uno negli investimenti è e rimarrà l’istruzione. Perché? Perché nei nuovi mercati, Paesi come la Gran Bretagna possono creare ricchezza attraverso il potere del cervello […].

I bambini con una buona istruzione sbocciano. I bambini con un’educazione povera vivranno per sempre con questa tara. Quanto talento, e capacità, e potenzialità sprechiamo? Quanti bambini non sapranno mai che, nella vita, una buona educazione non solo fa guadagnare di più, ma che l’arte e la cultura allargano l’immaginazione e gli orizzonti? Un’istruzione scadente è una tragedia personale e uno scandalo nazionale. […]
Questo è un momento da cogliere. Il caleidoscopio è stato agitato. I pezzi sono in movimento. Presto troveranno una collocazione. Prima che ciò accada, ordiniamo il mondo attorno a noi. Oggi, l’umanità possiede le conoscenze scientifiche e tecnologiche per autodistruggersi o per assicurare prosperità a tutti. Certo la scienza non può compiere questa scelta al nostro posto. Solo il potere morale di un mondo che agisce come una comunità può farlo. Attraverso la forza del nostro comune impegno possiamo ottenere di più insieme di quanto possiamo ottenere da soli. Per coloro che hanno perso la loro vita l’11 settembre e per coloro che li piangono, è giunto il momento di costruire questa comunità. Facciamo in modo che questa sia la loro commemorazione.

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